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giovedì 29 gennaio 2026

 CUCU'

15 anni e 8 romanzi dopo l' ultimo post su questo blog, rieccomi di nuovo qui.

Perché sono tornato? Vallo a sapere.

Forse perché la scrittura inizia di nuovo a mancarmi, in un certo senso.

Al netto dei sogni di gloria infranti, delle aspettative deluse e dell'amarezza, credo che scrivere resti per me ancora l'unica via per evadere, il solo strumento che conosca abbastanza bene per cercare di esprimermi in un ambito creativo.

Ovviamente, con gli oceani e i fiumi che sono passati in questi 5 lustri sotto i ponti della mia vita, lo scopo è totalmente diverso da quello prefisso negli anni giovanili, negli anni densi per intenderci.

Quindi ho deciso che se ogni tanto qualche raccontino verrà a cercarmi, allora lo pubblicherò su questo blog.

Anzi, direi di iniziare subito.

Rullo di tamburi e dita pronte a scattare sulla tastiera.

Dopo tutto, è bello essere ancora qui :)



domenica 4 dicembre 2011


David Balstrom, incontrastato vincitore del Pulitzer anni ’90 nella sezione giornalismo investigativo,  era solito ripetere nelle interviste che un buon cronista d’assalto doveva essere assolutamente un tipo anti-nietzscheano. «Un reporter investigativo deve svegliarsi ogni giorno con la smania di voler abbattere il muro con su scritta la frase non esistono fatti, ma solo interpretazioni [1],» spiegava, «poiché il suo unico compito è  quello di dimostrare l’esatto opposto, ricercando l’inconfutabile verità tra le pieghe di una notizia obiettiva.»
Per quel che Frank stava leggendo nel suo blocco di appunti, Warren Griffith meritava di sicuro il titolo di picconatore numero uno. Con una mordacità implacabile, l’articolista del New York Post aveva dato vita ad un capolavoro inquisitorio, riportandolo sottoforma di memoriale scritto in prima persona. The backlash – il contraccolpo era un chiaro esempio di perizia narrativa, un lavoro in cui l’oggettività del saggio veniva alleggerita dalla scelta di un registro insolitamente diaristico. Un’opera scioccante e rivelatoria, ancor più considerevole del pacchetto d’inchieste che avevano portato alla nascita dello scandalo Watergate. Con una prosa asciutta e serrata, Griffith aveva cominciato la cronaca descrivendo le fasi della sua investigazione al pari di un navigato autore di polizieschi e da lì era partito verso il punto di non ritorno, analizzando nel dettaglio la struttura aziendale della più grande industria farmaceutica del paese ed esumando lungo la strada i  suoi inconfessabili segreti. La zuppa d’illeciti preparata dal giornalista era condita con le spezie più aromatiche messe a disposizione nell’elenco stilato dall’F.B.I. in relazione ai cosiddetti white collar crimes: nel memoriale, infatti, erano riportate una serie di  manovre lobbistiche fondate su mega fusioni/acquisizioni di competitors quotate in borsa, volte all’ottenimento dei diritti sulle molecole strategiche per l’incremento del business aziendale. A ciò si aggiungeva un numero considerevole di violazioni brevettuali a danno di altre compagnie estere e una sfilza di campagne marketing illegali, atte a sponsorizzare l’uso off-label di almeno dieci farmaci per un intervallo di tempo non inferiore ai due lustri. Il tutto era infarcito da un turbinio di tangenti e agevolazioni in favore di un pacchetto di oltre diecimila operatori sanitari americani e otto strutture ospedaliere, tutti pronti ad assicurare la propria connivenza tramite prescrizioni illegittime dei prodotti commercializzati dal colosso farmaceutico. Ma tutto questo rappresentava soltanto la prima parte del testo. Nello sviluppo centrale del suo scritto, Griffith aveva cambiato argomentazioni ed era passato all’analisi dei più grossi flop economici realizzati dal reparto R&S della SunLab Inc.
Per introdurre al meglio le sue tesi, il giornalista aveva pensato bene di citare il nome e il lavoro dell’ ex-amante Sara Gouldstein, informando i lettori che i dati e le tabelle presenti a quel punto dell’opera provenivano da un pericoloso lavoro di spionaggio aziendale, portato avanti della bioricercatrice e racchiuso in un CD il cui valore superava ogni tipo d’immaginazione. Le griglie di dati erano suddivise per target e a corredo di ognuna venivano riportare alcune righe estratte dallo studio dei risultati effettuato da parte della bella Sara. La quantità di dollari mandati in fumo tramite ricerche infruttuose rappresentava una cifra da capogiro: con la sospensione degli studi sul Torcerfrin, un prototipo di nuovo anticolesterolo, nel 2006 il colosso industriale aveva dovuto sostenere un danno economico di oltre 800 milioni di $. L’anno successivo era stata la volta dell’Insular, nuovo progetto di insulina inalatoria che aveva causato un buco di ulteriori 560 milioni, mentre in contemporanea la società era stata costretta a ritirare dal mercato un antileucemico di cui era stata dimostrata l’inefficacia. E ancora, il favoloso reparto R&S  aveva arrestato uno studio pediatrico sull’antipsicotico Germinal  per l’insorgenza di gravi effetti collaterali.
Prima di chiudere la carrellata degli insuccessi ed arrivare alle battute finali del libro, Warren era riuscito anche a citare l’esperienza vissuta in prima persona dalla Gouldstein mentre era impegnata con le ricerche sull’anticoagulante apixaban, sottolineando il suo inspiegabile trasferimento nei laboratori del Livello III del complesso delle Giralda Farms come premio per aver notificato la propria perplessità a riguardo dello sviluppo e della commercializzazione della molecola. Nelle ultime quaranta pagine, The Backlash rivelava ai suoi lettori una vicenda assurda, di una gravità inaudita semmai ne fosse stata confermata appieno la veridicità.
«Per poter affrontare questo argomento, il sottoscritto ha dovuto superare ostacoli e reticenze di ogni sorta» preludeva caustico il navigato reporter del Post. «In anni e anni di lavoro sul campo, ho avuto la fortuna e l’intelligenza di riuscire a stringere una fitta rete di amicizie nelle diverse istituzioni che regolano il complesso ordinamento sociale del nostro Paese. Beh, credetemi quando vi assicuro che ho dovuto sfruttarle tutte per poter essere in grado di documentarmi a dovere sull’incredibile vergogna di cui sto per parlarvi.
Questa è la storia di un crimine indicibile, un’ignobile prevaricazione che illumina lo svilimento dei diritti umani in ragione della sete di potere. Questa che state per leggere è la storia dei bambini di Isiro.»
La vicenda risaliva al 1999 e si apriva con un’ epidemia particolarmente grave di meningite di tipo cerebrospinale che era scoppiata tra il febbraio e l’agosto di quell’anno nel distretto di Isiro, situato nel nordest della Repubblica Democratica del Congo. Nel corso del grave contagio si erano registrati 111.234 casi con 13.014 morti, per un tasso di letalità pari al 10,7%. Il caso si era profilato da subito come la più grave pandemia di meningite verificatisi in Africa nel corso del XX secolo, tanto che per porla sotto controllo erano stati necessari oltre tre mesi di sforzi congiunti da parte di una task force internazionale, istituita tra gli altri dal Ministero federale della sanità,dall’OMS, dall'UNICEF, dalla Croce Rossa Internazionale e affiancata da numerose organizzazioni non governative. «Anche la SunLab Inc. intervenne» scriveva con velata ironia il reporter « e si prodigò da subito per donare medicinali, attrezzature e materiali vari adatti per trattare le concomitanti epidemie di colera e morbillo.» Tuttavia, secondo quanto gli era stato riferito da ex funzionari sanitari congolesi a conoscenza dei fatti e dal direttore del Fatighi Isiro General Hospital, l’intervento del colosso farmaceutico non si era limitato alla sola assistenza dei contagiati. «I ricercatori della SunLab Inc. avrebbe infatti selezionato 200 bambini infetti e li avrebbe ospitati in apposite strutture alle quali potevano accedere solo i dipendenti» spiegava accorato il reporter.  «Quindi i piccoli pazienti sarebbero stati suddivisi in due tronconi di 99 e 101 unità. Quelli  del primo gruppo sarebbe stati curati tramite somministrazione di un alto dosaggio di Revisol, mentre sui restanti 101 sarebbe stata avviata una sperimentazione con un bassa posologia di Natrixone.» Neanche a dirlo, i brevetti di entrambi i farmaci appartenevano al colosso americano ma non avevano ancora trovato conferma di validità rispetto alle terapie già note e utilizzate. In aggiunta, da alcune rivelazioni era risultato che l’attività di sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità congolesi, né con i genitori dei bambini ammalati e che durante il suo decorso 11 bambini erano morti e altri avevano subito danni permanenti quali malformazioni, cecità e paralisi. «Ai pazienti non responder – quelli che non sembravano aver risposto all’effetto del farmaco – il medicinale non venne mai sospeso e sostituito dalla cura tradizionale, contrariamente alle regole etiche valide in ogni tipologia di studio scientifico sperimentale. Jean Baptiste, responsabile sanitario di Medici Senza Frontiere al quale il team di Isiro aveva l’obbligo di riferire gli sviluppi dell’epidemia, ha dichiarato in una nostra conversazione telefonica:  Di quei giorni ricordo l’odore del panico che mi bruciava le narici. L’ospedale era avvolto in un tanfo di morte, i corridoi invasi da pazienti gravemente ammalati. Tutti nel team erano scioccati dal fatto che la SunLab continuasse il suo cosiddetto lavoro scientifico nel mezzo dell’inferno. Per me dovrebbero essere arrestati al pari dei criminali di guerra. Hanno deciso di condurre test per un antibiotico non approvato su bambini la cui vita era appesa a un filo, mentre la gravità della situazione avrebbe richiesto l’uso di un protocollo di cura conosciuto ed efficace.»


[1] Citazione di Friedrich Nietsche.

domenica 16 ottobre 2011



La banchina non era altro che un esile e deforme braccio di cemento, annerito dal tempo, e sporgeva timidamente oltre il profilo delle palazzine dell’eliporto, defilata ad una trentina di metri sulla destra.
L’imbarcazione, un Mochi Craft ’44 di 16 metri, era ormeggiata sul lato interno dell’approdo e dondolava impercettibilmente sulla superficie rugosa dell’acqua, con la prua rivolta verso il nord.
Il grosso degli agenti F.B.I. era distribuito lungo la Hudson River Greenway mentre agli uomini della SWAT era stato ordinato di presidiare gli accessi della 30esima e 34esima, transennando il tratto di 12th Avenue compreso tra le due vie e aiutando quelli della stradale a bypassare il traffico su un percorso alternativo.
In piedi dietro le recinzioni metalliche che separavano la piattaforma di collegamento alla banchina dalla pista ciclabile della Greenway, Frank Tomos attendeva il segnale radio di conferma in posizione da parte delle due coppie di cecchini del nucleo operativo.
La telefonata era giunta alle nove e mezza, direttamente dall’ufficio del capo del dipartimento di polizia sulla 119esima. «Abbiamo ricevuto una segnalazione da un nostro elemento, l’agente Gregory Bailey» aveva esordito in tono telegrafico il commissario Ben Kelly.  «Pare che il vostro uomo sia stato visto circolare dalle parti di Upper East Side a bordo di una Aston Martin db7 targata DX93SI. Da un primo controllo, il veicolo è risultato di proprietà di una filiale della Hertz con sede al 20 di Morris Street. L’operatore che abbiamo contattato ci ha riferito che la pratica di noleggio è stata aperta agli inizi di agosto: il locatario risponde al nome di Jeffrey Borrowitz, un avvocato che abita al 316 di Edmont Street. Peccato che nei registri della motorizzazione non vi sia traccia di questo tipo e che a quell’indirizzo non ci sia altro che una vecchia casa di riposo dismessa ormai da tempo e in attesa di demolizione.»
Nel giro di dieci minuti, Simpatia aveva contattato personalmente l’agente Bailey per ulteriori chiarimenti ed aveva sguinzagliato una dozzina di volanti in borghese con il compito di intercettare a tutti i costi l’Aston Martin avvistata nei pressi della 66esima e diretta verso la costa occidentale della città.
La radio emise un doppio fruscio intermittente e la voce dello spotter[1] vibrò decisa dall’ovale dell’altoparlante. «Coppia uno in posizione, signore. Visuale: libera - Distanza aerea dal target : 190,10 metri - Angolo direzionale: 47,19 gradi. Restiamo in attesa di istruzioni.»
Frank pigiò il tasto laterale grigio, avvicinando la ricetrasmittente all’orecchio. La mano, seppur ferma, cominciava a sudargli nel punto di presa. «Ricevuto, coppia uno. Restate in attesa. Spotter due, rilevate la vostra posizione.»
«Abbiamo appena raggiunto il parcheggio dipendenti dell’eliporto, signore. Un paio di minuti e saremo operativi.»
«Ve ne do uno» rispose nervoso il federale. «E vedete di sbrigarvi prima.»
L’Aston Martin era stata  incrociata da una pattuglia del NYPD verso la fine della 5th Avenue, a pochi metri dalla Pace University. Gli agenti avevano segnalato la loro posizione a tutte le unità sintonizzate sul canale radio 3, quello che il centralino era riuscito a dedicare tempestivamente all’operazione, ed avevano seguito l’obiettivo nella svolta a destra sulla 45esima e poi fino all’incrocio con la 7th Avenue.  Lì una berlina del Bureau aveva atteso che la coupé gli sfilasse davanti al verde del semaforo e gli si era messa in coda ad un paio di veicoli di distanza, continuando a notificare gli spostamenti tramite radio. All’altezza di Fashion Avenue, l’Aston Martin aveva imboccato la 42esima ed aveva tirato dritto per circa un miglio. A quel punto, Frank non aveva avuto più dubbi sulle intenzioni del ricercato e aveva ordinato a tutte le squadre impegnate nella manovra di spostarsi nelle vicinanze della Hudson River Greenway ma di non immettersi sulla 12th Avenue senza sue ulteriori disposizioni. Quindi aveva contattato la logistica della Guardia Costiera ed aveva richiesto il posizionamento immediato di almeno quattro lance veloci lungo la sponda opposta dell’Hudson, dalle parti dei moli di Weehawken.
Lasciandosi alle spalle la 39esima, il ricercato aveva svoltato a sinistra di fronte al Sienna Rose Store. Da lì aveva doppiato l’intera estensione del Javis Convention Center e al semaforo aveva imboccato l’ingresso del parcheggio privato che affacciava sulla panetteria dai Tre Fratelli . Dopo aver occupato un posto nell’angolo meridionale dell’area di sosta, l’irlandese aveva proseguito a piedi lungo i muretti e le siepi ingiallite della Greenway fin quando non aveva raggiunto una specie di stretto passaggio nascosto fra le lamiere perimetrali di un vecchio capannone e le mura dello spiazzato di cemento collegato ad una delle palazzine dell’eliporto. Quindi si era inoltrato nell’ombra di quel budello per circa una ventina di passi ed aveva preso a discendere una scala di ferro mezzo arrugginita, apparendo qualche minuto dopo davanti al profilo allungato della banchina.
Mentre Louis si accendeva una sigaretta, la radio ritornò a frusciare per un istante. «Coppia due in posizione. Abbiamo dovuto lavorare di tronchese per eliminare una parte di rete metallica che ostruiva la traiettoria ma adesso la visuale è libera, signore. Distanza aerea dal target : 135,21 metri - Angolo direzionale: 185,87 gradi. Attendiamo disposizioni.»
Frank annuì, lanciando un’occhiata a Gallo. «Bene, ragazzi. Non una mossa senza l’autorizzazione da questa frequenza. E restate in ascolto.»
«Ci siamo?» domandò Louis, aspirando con calma una lunga boccata di fumo.
Simpatia fissò l’orizzonte: il tappeto ceruleo dell’Hudson rifletteva le tinte opache del cielo, protendendosi placido fino alle prime strisce biancastre dall’altra parte del fiume, lungo la costa del Jersey.
«Ci siamo» ripeté a voce alta, più come monito verso se stesso che in segno di risposta. Era passato un secolo da quando aveva cominciato a seguire il caso, o almeno così gli sembrava. Adesso era giunto il momento di beccare quel figlio di puttana e di mettere fine a tutta la fottuta faccenda. Alzando il braccio sinistro, Frank recuperò l’attenzione di un giovane agente federale in assetto antisommossa. Il tipo lo vide e saltellò fino al portellone aperto di un Van del Bureau, sparendovi all’interno. Pochi secondi dopo riemerse dal fondo del furgone con un paio di giubbini antiproiettile e s’incamminò a passo svelto verso la Mercedes bianca di Gallo. «E’ da tanto che non indosso uno di quei cosi» confessò con un mezzo sorriso l’ex agente N.S.A.
«Non tu» replicò atono Simpatia. Quindi afferrò entrambi gli smanicati protettivi e ne mostrò uno a Sid, intento a parlottare con Mendoza a circa otto metri di distanza.
Il damerino si tolse la giacca a costine di velluto grigio e si affrettò a raggiungere il suo collega. Louis gettò via con violenza la mezza sigaretta fumante. «Che cazzo significa, amico?!» sbottò con sguardo stupito.
Simpatia gli ficcò la ricetrasmittente fra le mani. «Tu mi servi qui» spiegò, cominciando ad allacciarsi il giubbotto.
«Fanculo, bello! Io sono il più anziano della…»
Il federale l’interruppe, posandogli la destra su una spalla. «Ascoltami, Louis. Una volta arrivato sulla banchina, non so come andrà a finire. Big Mama è corso in ospedale dalla moglie e qualcuno deve restare qui a dare le direttive. Sid è in gamba ma non ha ancora esperienza e noi non possiamo permetterci il lusso di lasciarcelo sfuggire. Perciò, se qualcosa dovesse andare storto, fa in modo che quello stronzo non lasci quella striscia di cemento. Deve essere nostro: Vivo o morto.»


[1] Negli sniper team (coppia di tiratori scelti), lo spotter rappresenta l’osservatore.

lunedì 5 settembre 2011

Tra realtà e finzione


Di Henry Sodenberg non rimanevano che il colore e il taglio degli occhi. Per il resto, l’uomo dell’identikit era a tutti gli effetti un’altra persona. Dopo aver spostato sul tavolino davanti a sé il fascicolo stampato dal materiale digitale dell’MI-6 e dell’Interpol, Frank chiuse gli occhi per qualche secondo e cercò con la nuca la spalliera del piccolo divano da lettura nel quale si era sistemato dopo aver ordinato il deposito della Love for Books. Avrebbe tanto desiderato riuscire ad appisolarsi un paio d’ore, giusto il tempo necessario per cancellare la fiacchezza mentale procuratagli dall’insonnia notturna. E invece niente: più si sforzava di pensare ad altro, più il disegno elaborato dal profiler gli turbinava vorticosamente nella testa, come minuscoli pezzi di frutta all’interno di un frullatore.
In oltre un decennio di carriera, Simpatia aveva elaborato la teoria secondo la quale l’abitudine a delinquere era strettamente correlata  all’ambiente in cui si sviluppavano i processi evolutivi di un individuo. In origine, tanto la violenza quanto la cultura non appartengono all’insieme delle caratteristiche intrinseche che contraddistinguono l’essere umano ricordava di aver letto in un saggio di criminologia. Entrambe hanno bisogno di tempo ed esercizio per poter progredire e, nella stragrande maggioranza dei casi, la crescita dell’una tende ad inibire sensibilmente il radicarsi dell’altra.
Sfortunatamente, nel loro caso si trovavano di fronte all’eccezione che confermava la regola.
Travis Bardin aveva trascorso la sua intera infanzia nello scenario surreale offerto da una Belfast in pieno periodo di Troubles[1]. Erano gli anni in cui ogni giorno, in qualche quartiere della città, rimbombavano i colpi di fucile e il fragore delle esplosioni, mentre di notte il coprifuoco trasformava il capoluogo in una sorta di colonia fantasma. Un luogo bastardo dove chiunque, uscendo, avrebbe rischiato la pelle solo per essersi trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato. Peggio ancora se a fargli la festa fosse stato il gruppo degli Shunkill Butchers.
Da questo punto di vista, i fatti davano ragione alle ipotesi sostenute dal federale: sintetizzando, Travis apparteneva alla schiera di quei piccoli sfortunati che avevano imparato a riconoscere l’odore di bruciato e di ammoniaca prima ancora di quello dei campi in fiore. Tuttavia, l’attitudine alla violenza del giovane Bardin era da imputare soprattutto all’incessante lavoro di condizionamento ideologico portato avanti da suo padre John. Travis, infatti, era da considerarsi un vero e proprio figlio della rivolta.
John Bardin era stato uno dei fautori del Provvisorial I.R.A., quell’organizzazione paramilitare nata nel 1969 dalla scissione dell’ I.R.A. originaria in due tronconi. Acceso sostenitore della lotta armata per la liberazione dell’ULSTER, aveva fin da subito occupato una posizione di prestigio all’interno della gerarchia del nuovo collettivo e si era prodigato parecchio per istituire una serie di reparti votati alla formazione dei giovani volontari cattolici. Una mattina di fine luglio del 1978, alcuni squadroni dell’ U.V.F.[2] l’avevano sorpreso in una vecchia scuola abbandonata ad Est della contea di Tyrone mentre,
 insieme ad altri militanti P.I.R.A, stava organizzando un attacco bomba ad alcuni obiettivi economici britannici. Dopo circa quattro giorni di pestaggi e torture, gli uomini dell’ U.V.F. avevano decapitato i loro ostaggi e avevano trovato il modo di far recapitare le loro teste mozzate alle rispettive famiglie. La sorte aveva voluto che fosse proprio un Travis appena dodicenne a portare dentro casa lo scatolone apparso d’improvviso davanti all’ingresso. Come c’era da aspettarsi, compiuta la maggiore età, Travis era entrato nell’organico del Comando del Nord arruolandosi nella Brigata Belfast, la più numerosa fra quelle dell’esercito irregolare repubblicano, e nel giro di pochi anni aveva bruciato tutte le tappe, diventando il più giovane Officer Commanding del Primo Battaglione. Guadagnatosi la stima di Gerry Adams, vero capo politico e mente del P.I.R.A., Bardin era riuscito a farsi scegliere come suo delfino e Adjutant General entrando a far parte dell’Army Council, l’ente direttivo generale che programmava la linea operativa dell’organizzazione. Nel 1997, quando Adams stabilì insieme alla maggioranza del Consiglio la sospensione delle azioni militari, Bardin si scontrò duramente con il suo mentore e decise di aiutare i dissidenti Campbell e Mc Kevitt nella costituzione di un nuovo nucleo di lotta continua: il Real Irish Republican Army. Con questo nuovo e più estremista braccio armato, Travis e i suoi portarono a segno alcuni dei più sanguinosi attacchi di tutto il ventennio dei Troubles. Uno su tutti, la strage dell’autobomba nell’Omagh. Agli inizi del 2000 Campbell e Mc Kevitt furono scovati e arrestati dalle forze di polizia irlandesi. Sentendosi braccato e in pericolo, Bardin decise dapprima di fuggire in Brasile e poi si trasferì negli States. Tramite alcuni contatti libici ancora attivi sul territorio statunitense, l’irlandese fu segnalato a diverse cellule terroristiche di matrice islamica e da lì diede inizio il suo lavoro di istruttore reclute  e consulente nella programmazione di attacchi bomba.

Nel silenzio che avvolgeva la libreria, il trillo del campanello al piano inferiore risalì ovattato su per la lunga scalinata ad L.
Simpatia lanciò lo sguardo oltre la porta del magazzino: l’orologio sulla parete di fondo segnava le nove e mezza. Gemendo, il federale si alzò dal divanetto e si avvicinò alla rampa di gradini con passo lento. Vediamo cosa ha dimenticato stavolta zia May borbottò, mentre scendeva verso il cuore pulsante della Love for Books. Sotto la lunga serpentina di neon a sospensione che illuminava a giorno l’intero sviluppo della sala, Frank s’infilò tra le doppie file di espositori suddivise per genere. Oltre le quattro pedane centrali de gli scontatissimi, ricolme di intere pile di libri a 6 dollari e 50, si intravedeva una figura imbacuccata in un pesante cappotto invernale con cappuccio, intenta a sbirciare i titoli esposti  fra i poster delle mensole che addobbavano le vetrine della libreria.
Quando la riconobbe, Simpatia si accostò all’ingresso leggermente sorpreso. «Mi sembrava di aver capito alle undici da te» esordì a voce alta dietro lo spessore del vetro.
Valery sorrise e sollevò la sinistra, mostrando un sacchetto di plastica. «Ho trovato lo Zacapa. Contento?»
Il federale scosse la testa divertito. «Brava. Allora ci vediamo tra un’oretta all’appartamento. Già che ci sei, passa per il ristorante cinese. Il fattorino di Zhong Lee sarà felice di saltare una consegna.»
«Apri subito questa porta» gracchiò inviperita la reporter, mentre Frank fingeva di salutarla, voltandogli le spalle. «Mi hai sentito? Fa un freddo cane qui fuori!»
All’interno della Love for Books aleggiava un piacevole tepore, quello che di solito zia May amava definire come l’avvolgente abbraccio della lettura. Dopo essersi guardata intorno, l’articolista individuò la nicchia in cui era incassato il guardaroba e vi si avvicinò, appendendo il suo cappotto imbottito su una delle grucce. «Più passa il tempo, più diventi stronzo, Frank» disse.... (to be continued.)


[1] “I disordini” :  il nome con cui si indica la cosiddetta "guerra a bassa intensità" che si è svolta tra il 1970 e il 1996  in Irlanda del Nord  fra protestanti legati all’ U.K e cattolici indipendentisti. Gli effetti di tale periodo di scontri si sono allargati anche all'Inghilterra e alla Repubblica d'Irlanda e hanno causato oltre 3000 morti.
[2] Ulster Volunteer Force: organizzazione paramilitare nordirlandese antagonista dell’esercito repubblicano.

mercoledì 17 agosto 2011

...A metà della storia....


 Parcheggiata la Mercedes nei pressi dell’incrocio con la Bleecker, Louis si avviò a passo svelto dall’altro lato della strada, puntando con lo sguardo le vetrine incorniciate di rosso del Cornelia Street Cafè.
A qualche metro di distanza dall’ingresso del ristorante, Gallo notò una Celica giallo crema che sostava con entrambe le ruote sinistre sul ciglio del marciapiede. Poi si arrabbia quando lo chiamano vaccaro…rifletté, scuotendo la testa.
Come sempre accadeva nell’ora di pranzo, il locale era affollato e immerso in un brusio incessante. Nel corso degli anni, Jimmy il proprietario era riuscito ad attirarsi le simpatie di buona parte degli impiegati che lavoravano a Greenwich Village, investendo sulla qualità dei suoi prodotti, sulla professionalità dei suoi collaboratori e, cosa ancor più importante, sulla ragionevolezza dei prezzi contenuti nel suo menù.
  Accennando un saluto al cameriere che gli era andato ad aprire, Louis gettò un’ occhiata sull’intera sala. Simpatia era seduto al solito tavolo e lo fissava in cagnesco, il mento poggiato sulle dita incrociate.
«Scusami per il ritardo, Frank» esordì l’ex agente N.S.A., una volta sedutogli di fronte. «Uno stronzo ha investito una vecchietta all’incrocio con la Downing e il traffico…»
«Prima che ti spacchi questa bottiglia di rosso in testa, evitami le stronzate» tagliò corto il federale, guardando oltre le spalle del suo commensale. «La Downing è chiusa da tre settimane per lavori.»
«Cosa?» si finse stranito Gallo, cercando di uscire dal bluff. «Ti assicuro che la Downing…»
«Cristo, Louis! Falla finita e sbrigati a ordinare! Abbiamo altro di cui discutere.»
Senza sfogliare l’elenco dei primi, Gallo richiamò l’attenzione di Felicity, la giovane cameriera ungherese da poco assunta nello staff di Jimmy. «Per me fettuccine al pomodoro e paté della casa. Tu cosa prendi?»
«Bistecca di Newport e patate grigliate» rispose il federale, indicando il codice dell’ordinazione alla biondina.
Ritirati i menù, Felicity li salutò con un sorriso e si diresse verso le porte scorrevoli della cucina.
«Allora?» domandò Louis, versandosi un bicchiere di Cabernet freddo. «A che punto sei con quella situazione?»
«A zero. Negli ultimi due giorni avrò riletto il dossier almeno un centinaio di volte, ma niente. Non ho idea di cosa possano significare quelle scritte.»
Una strana espressione calò sul suo volto, un abulico misto di infiacchimento e rassegnazione.
«Forse stiamo dando troppo peso alla cosa» cercò di rassicurarlo Louis. «In fondo, chi ci assicura che quelle note siano collegate al nostro caso? Dio solo conosce il mio modo barbaro di appuntare i promemoria.»
Frank abbozzò un sorriso stropicciato. «Tu sei un caprone. Per te è istintivo scrivere geroglifici. Anzi, mi stupisco che tu riesca ad avere l’idea di annotare qualcosa. Ma Griffith era un giornalista navigato, una gran bella penna per quanto ne dicono i colleghi. Sono convinto che abbia usato quelle forme ermetiche per un motivo ben preciso.»
«E allora illuminami, grand’uomo.»
«Valery mi ha detto che la penna di memoria era ben nascosta sotto un pacchetto di sigarette vuoto, in uno dei cassettoni della sua scrivania nella redazione news.»
«Vedi che ho ragione io?» l’interruppe insofferente Gallo. «Se il suo contenuto fosse stato così importante per il giornalista, credi che avrebbe commesso l’errore di lasciarla lì in ufficio, alla mercé di tutti gli altri reporter?»
«Forse è stata una scelta voluta.»
«No, scusami, ma davvero non ti seguo, amico.»
Grattandosi le tempie, Simpatia volse lo sguardo verso una coppia di giapponesi che si ingozzavano fra crostini di pane cosparsi di peperoni fritti, gelato di soia e uova sode con bacon.
«Mettiamo il caso che tu ti sia infilato in una situazione spinosa e abbia il sentore di essere pedinato da qualcuno» disse, mezzo nauseato dallo spettacolo.
«Praticamente, la storia della mia vita.»
Il federale afferrò il collo della bottiglia di Cabernet e trafisse l’amico con un occhiata al vetriolo. Era un avvertimento: alla prossima battuta, Gallo si sarebbe trovato con la fronte grondante di sangue. Alzando entrambe le mani per scusarsi, Louis gli fece segno di andare avanti.
«Nell’ipotesi tu abbia qualcosa d’importante da dover nascondere, preferiresti lasciarlo nella solitudine del tuo appartamento oppure in un luogo presidiato ventiquattr’ore su ventiquattro dalla confusione dei tuoi colleghi?»
«In effetti, potrebbe essere una chiave di lettura alquanto interessante» commentò Louis.
Simpatia infilò una mano nella tasca interna del trench che aveva sospeso allo schienale della sedia e ne estrasse un piccolo biglietto da visita.
«Stavo pensando di fare un salto in Michigan» continuò, porgendolo al suo collega d’indagine.
Il tipo rigirò il cartoncino tra le mani con aria pensosa. «Credi che la sua ex moglie possa fornirti qualche spiegazione?»
«Ne dubito. Tuttavia, direi che vale almeno la pena di tentare.»
«Hai fatto una ricerca fra gli zip code della Nazione?» suggerì Gallo, rileggendo la sequenza di numeri 90-685 contenuti nella seconda scritta.
«Ho avuto la tua stessa idea ed è stata la prima cosa a cui mi sono dedicato. Tutto inutile. Nessuna città, paesino o cucuzzolo sperduto di montagna risulta associato a questa sigla. Possiamo escludere l’ipotesi che si riferisca ad un codice postale.»
L’ex agente di Fort Mead prese un sorso di vino, strofinando il pollice sul ruvido rettangolo di carta. «Questa S puntata» borbottò, posando il bicchiere accanto alle posate. «Dici che sta ad indicare la nostra bioricercatrice?»
«Chissà» sillabò laconico il federale, dopo qualche istante di silenzio. «La verità è che sto andando a picco, Louis. Questa maledetta storia…giuro che mi sta fottendo l’anima.»
«Devi provare a rilassarti, Frank» lo riprese Gallo in tono fraterno. «Non farla diventare una questione personale. Non era tua sorella o la tua donna, né tanto meno conoscevi tutti quelli morti nelle esplosioni. Cerca di recuperare la calma e di controllare i nervi.»
Simpatia scosse amaramente la testa e stette per un po’ ad osservare le facce rubizze degli altri avventori del ristorante. Erano visi distesi, alcuni addirittura sorridenti, e sembravano raccontare attraverso le loro espressioni tutto il piacere che provavano nell’affrontare la loro piatta esistenza quotidiana. Vite tranquille di gente normale.
Felicity tornò con le loro comande pronte e prese a sistemare con cura i piatti in tavola. Frank si accorse di quanto fosse carina nella sua aderente tenuta nera. Era la prima volta dopo un bel po’ di tempo che si ritrovava a guardare una donna con occhi interessati. Per un secondo ebbe l’impressione di rivivere le stesse sensazioni di quando aveva conosciuto Valery. Svolto il suo compito, la giovane ungherese pronunciò un dolce buon appetito e poi si allontanò di nuovo in direzione della cucina.
Louis addentò vorace la prima forchettata di fettuccine al pomodoro e alcune gocce di sugo gli unsero gli angoli della bocca.
«Dimmi un po’» disse, pulendosi il mento e le labbra con un tovagliolo di stoffa, «non starai mica danzando un’altra volta con Mr. Brownstone?»
Frank capì cosa voleva intendere. Gallo era un fan accanito dei Guns N’ Roses e la sua espressione si riferiva ad una delle loro canzoni degli esordi, vero e proprio inno apologetico all’uso di sostanze stupefacenti. Nel suo caso, però, la domanda indicava i Jack & Lexo con i quali lo aveva beccato a bazzicare il sabato precedente.
«Ascoltami bene, amico» esordì risoluto Simpatia. «E’ vero: ne ho le palle piene di tutta questa faccenda e sono frustrato e stressato dal fatto che stiamo girando in tondo da un mese come dei poveri idioti.
A ciò aggiungici alcuni problemini fisici dovuti al riproporsi di una vecchia malattia che pensavo di aver definitivamente posto sotto controllo. Si, lo ammetto. Quella sera stavo male, sono andato fuori di testa di brutto e ho fatto una grossa cazzata ma, credimi, non lo rifarei mai più. Ed ora, se provi a domandarmelo solo un’altra volta, giuro che prima ti prendo a calci in culo e poi ti sbatto fuori dalla task force.»
Stava per riprendere fiato, quando dal centro del tavolo cominciò a diffondersi l’intro rabbioso di Higway to Hell. Quello che stava lampeggiando sul display era il suo numero d’interno al Federal Plaza. Frank accettò la telefonata e si portò il cellulare all’orecchio, rispondendo con un Si, Tomos poco convinto.
Dall’altro capo del telefono, Sid Costantine attaccò a sparare parole a raffica come una mitragliatrice impazzita.
«Se non rallenti non capisco un cazzo, brutto imbecille!» lo riprese a denti stretti il federale, la mano davanti alla bocca per attutire il turpiloquio.
Dopo un lungo respiro, Sid provò a spiegare a velocità umana il motivo della sua chiamata improvvisa.
Frank restò ad ascoltare in silenzio ciò che gli diceva il collega e più passavano i secondi, più il suo volto si induriva in una maschera carica di tensione. Allontanando da sè il piatto mezzo vuoto, Louis tentò di carpire l’argomento della discussione.
«Quanto tempo fa ci hanno inviato le schede?» domandò Simpatia con voce quasi metallica. Come in preda ad una botta di coca, le sue pupille erano dilatate e la mascella tremava impercettibilmente sotto la spinta dei muscoli facciali.
«Ok, ottimo lavoro» replicò ancora Frank. Mentre si alzava di scatto dal suo posto, afferrò con una mano il soprabito che penzolava oltre lo schienale della sedia. «Ora inoltrate la stessa richiesta a Scotland Yard e fatevi mandare le ultime segnalazioni dell’Interpol.»
Senza capire molto ma imitando i gesti dell’amico, Louis Gallo abbandonò a sua volta il tavolo e restò in piedi a cercare di afferrare le ultime parole dell’agente Costantine che si diffondevano veloci dall’altoparlante del Nokia.
«No, no. Digli che sono a pochi isolati dal Plaza» concluse concitato il federale, «due minuti e sarò in ufficio!»
Dopo aver staccato la telefonata, Frank si frugò nelle tasche dei pantaloni e lasciò su tavolo un pezzo da cinquanta insieme ad alcuni tagli da cinque. Quindi ingollò di corsa le poche dita di Cabernet che restavano nel suo bicchiere e si precipitò verso l’uscita, strattonando Louis per un braccio.
«Si può sapere che diavolo è successo di così importante?» imprecò Gallo, mentre cercava di infilarsi il soprabito.
«Dio esiste, amico mio» replicò a mezza voce Tomos, «e di sicuro si è messo ad ascoltare la nostra conversazione.»
«Sarebbe a dire?»
Frank si arrestò ad un passo dalla porta del ristorante e sistemò il lato della giacca che copriva la fondina con la calibro 9.  «Lo abbiamo identificato, Louis» spiegò in un ruggito sommesso,« e ora quel figlio di puttana ha un nome!»

sabato 23 luglio 2011

PBC


Alla fine di Oak Street, l’Aston Martin svoltò a sinistra e percorse gli ultimi cinquanta metri avanzando a passo d’uomo. Prima di avvicinarsi al cancello della villa, l’irlandese arrestò il veicolo all’ombra dei platani che delimitavano l’imbocco del piazzale d’accesso e stette per qualche secondo ad osservare la sua faccia riflessa nello specchietto dell’aletta parasole. La coppola calzava a pennello sulla fila di riccioli brizzolati e la barba nera era folta e uniforme. Solo le grinze agli angoli degli occhi sembravano velare appena la sua espressione dignitosa. Dopo essersi sistemato il nodo alla cravatta, l’irlandese riaccese il motore dell’auto e accostò a un palmo dalla torretta del citofono esterno. Il finestrino sparì con un ronzio elettrico all’interno della portiera e il freddo secco del primo pomeriggio investì in pieno l’abitacolo della Aston.
Non appena l’uomo pigiò il pulsante di conversazione, una spia luminosa prese a lampeggiare a lato della telecamera mobile installata sulla torretta.
«Chi è?» domandò una voce mascolina dall’altoparlante.
L’irlandese poggiò il gomito sinistro sul bordo dello sportello e sporse il capo verso il citofono.
«Mi chiamo Jeffrey Borrowitz e ho un appuntamento con il dottore.»
Con uno scatto secco, la telecamera s’inclinò per inquadrare il viso del visitatore. «Mr. Johnson la stava aspettando» replicò atona la voce. «Superato il vialetto, parcheggi accanto alla Range Rover e prenda le scale alla sua destra.»
Nel momento in cui la comunicazione s’interruppe, i battenti del cancello cominciarono a ruotare automaticamente e l’uomo al volante attese che si addossassero ai sostegni esterni del muro perimetrale, prima di infilare il muso della spider oltre il limite della proprietà. Quello che la voce al citofono aveva definito vialetto era in realtà una driveway entrance immersa in un giardino di dimensioni smisurate. Il percorso era una serpentina lunga un’ottantina di metri, interamente costituito di ghiaia e pietrisco, e ai lati era delimitato da bassi cordoli di cemento dai quali si dipartivano dei graziosi prati inglesi abbelliti con fioriere e statuette di marmo. In corrispondenza del portone della villa, il tracciato spanciava in uno slargo circolare al centro del quale campeggiava una stupenda fontana ovale a più livelli, con un getto d’acqua scrosciante che ne riempiva di continuo le vasche. Alle spalle dell’edificio, un’ampia porzione di terreno era occupata da alcuni filari di olmi e cipressi e, al centro del piccolo polmone verde, una bella piscina rettangolare cercava di nascondersi dagli sguardi indiscreti dei possibili visitatori. Un altro onesto cittadino americano pensò l’irlandese, parcheggiando l’Aston Martin accanto al Suv che gli era stato indicato. Come Beverly Hills per Los Angeles, gli Hamptons rappresentavano il fiore all’occhiello di Long Island ed era proprio fra i comuni di Southampton e East Hampton che i divi del cinema e della musica acquistavano le loro mega residenze da sogno.
Madonna, Alec Baldwin, Spielberg e perfino Roger Waters avevano deciso di trascorrere il loro tempo libero nell’opulenta tranquillità offerta dalla penisola di South Fork…Loro ed anche il dottor Jack Johnson, endocrinologo e gastroenterologo di fama internazionale, professore in numerose università di prestigio nonché primario in diverse cliniche specialistiche. L’ingresso principale della villa era anticipato da un piccolo patio colonnato dal soffitto a volta, tinteggiato con un bianco opalino così come il resto del corpo centrale dell’ edificio. Le mura delle strutture laterali, invece, erano rivestite da piastrelle grigie, in finta muratura, e richiamavano le tegole color ardesia dell’alta tettoia a spioventi che copriva l’intero sviluppo dell’abitazione. L’irlandese bussò il campanello e attese per circa un minuto che qualcuno si decidesse ad aprirgli. Mentre si apprestava a suonare di nuovo, un uomo sulla quarantina apparve sull’uscio e lo invitò ad entrare. «Buonasera, Mr. Borrowitz» esordì il tipo, «mi scusi per il ritardo. Il dottore la riceverà subito nel suo studio.»
Superata una piccola anticamera, l’ospite fu condotto in un lussuoso salone dal pavimento in gres porcellanato e da lì attraversò il corridoio di collegamento con l’ala occidentale del fabbricato. Il tizio che gli faceva strada disse di chiamarsi Harry ed era una specie di factotum pro tempore. «Di norma mi occupo dell’area verde intorno alla tenuta» chiarì nella sua parlantina veloce, «ma in attesa dei nuovi collaboratori domestici, cerco di rendermi utile come posso.»
Jack Johnson era una di quelle persone che utilizzano l’apparire come strumento per sciorinare l’idea che hanno costruito intorno alla percezione del loro essere. Il dottore era bravo e sapeva di esserlo. Erano gli altri a confermargli questa verità tramite le loro attestazioni di stima e la loro alta considerazione dei suoi pareri professionali. Ragion per cui, Johnson doveva apparire bravo, anzi, il migliore nel suo specifico ramo di competenza. Come gli era capitato durante le due occasioni precedenti, l’irlandese provò un’accennata sensazione di disgusto nel varcare la soglia del locale che lo specialista adibiva ad ufficio domestico. Invece dello studio casalingo di un professionista della medicina, quell’ambiente gli dava la ridicola impressione di essere a metà strada fra un tabernacolo votivo e il gabinetto di un ministro di Stato.
Johnson era seduto al suo scrittoio di legno massiccio, lungo quasi la metà della parete di fondo davanti al quale era stato piazzato, e una sequela interminabile di cornici dorate contenenti attestati, pergamene d’encomio e copertine di pubblicazioni, ricopriva senza soluzione di continuità la striscia d’intonaco sabbia che si estendeva alle sue spalle. «Ha portato gli esami per il riscontro?» esordì veloce lo specialista, sollevando appena gli occhi dalla cartellina che stava visionando.
Senza rispondere, l’irlandese aprì la sua valigetta nera e ne estrasse un fascicolo simile a quello di Johnson. «Buonasera» sillabò ostile, lasciando l’incartamento in un angolo della scrivania.
Il dottore notò il disappunto stampato sul volto del suo ospite, quindi cercò di rimediare alla meglio. «La prego, si sieda. Desidera del tè?»
«Semmai più tardi» replicò l’irlandese, accomodandosi ad una delle due poltrone di fronte a lui.
Lo specialista allungò la destra ossuta e raccolse il fascicolo contenente il nuovo elenco di esami. «Mi auguro di poterle dare una speranza, avvocato» disse, sfogliando le prime pagine esplicative dei test.
Nei pochi istanti di silenzio che seguirono, l’irlandese restò immobile a fissare l’espressione assorta del suo interlocutore. In preda ad un timore convulso, cercò di portare a galla nella sua mente scampoli di vecchie preghiere imparate da bambino. Se nei recessi più profondi del suo animo c’era ancora qualcosa che lo spingesse a credere in Dio, quello era di sicuro il momento giusto per invocare il suo aiuto.
«Dopo il nostro ultimo colloquio, ho studiato a fondo il caso di sua nipote, Mr. Borrowitz» prepose con voce impostata Johnson. «Purtroppo, la Cirrosi Biliare Primitiva è stata diagnosticata con evidente ritardo. La Colestasi ha superato da un pezzo il massimo livello di guardia e la biopsia ha confermato danni irreparabili al fegato. La malattia è entrata nello stato cronico e l’insufficienza epatica è a dir poco grave.»
L’irlandese irrigidì la mascella come un pugile sfinito che si prepara a riceve un gancio in pieno viso. «Mi dica che posso donare e prenderò il primo aereo per Dublino» replicò, dilaniato dall’ansia.
Il medico tornò a controllare l’esito delle analisi cliniche. Quindi prese a sfogliare la cartellina della giovane paziente, comparando valori da entrambi i fascicoli. «Direi che ci sono ottime probabilità» valutò di lì a poco, abbozzando un sorriso tranquillizzante.
«Tra Lei e sua nipote ci sono i presupposti ideali di compatibilità e il rischio di rigetto dovrebbe essere ridotto al minimo. Il trapianto da donatore vivente è ormai una prassi ben consolidata.»
Con le mani strette intorno ai braccioli della poltrona, l’irlandese inspirò a fondo e si liberò dallo stato di apnea nel quale il suo inconscio lo aveva catapultato durante il soliloquio di Johnson.
L’idea gli percuoteva le tempie con l’insistenza di un martello pneumatico. E più si scatenava nel suo pulsare, più vivida diventava la sensazione di quel calore sconosciuto che cominciava ad avviluppargli le pareti del cuore.
C’è ancora speranza, piccola Aurora.
Di colpo, l’avversione che aveva provato fin dal primo momento nei confronti del medico si tramutò in osannante venerazione e, in un istante, lo specialista altero e venale che aveva davanti a sé trasfigurò nella metafisica figura dell’uomo del miracolo.
«Con il suo permesso, vorrei passare subito la notizia al primario della clinica di Lifford.» commentò sollevato l’irlandese. «Per quale data devo prenotare i biglietti aerei?»
«Bisogna ancora valutare bene determinati aspetti, caro avvocato» precisò Johnson, ravviandosi i lunghi capelli grigi con le sue dita da pianista. «La bambina dovrà essere preparata all’intervento con una precisa cura farmacologica, Lei dovrà sottoporsi ad un ultima sessione di analisi e io avrò da riorganizzare la mia agenda d’impegni, dovrò illustrare l’intero iter procedurale ai miei assistenti. E poi…»
«Poi cosa?» l’incalzò infervorato l’irlandese.
Il dottore incrociò le mani, poggiandole sulla scrivania, e si staccò dallo schienale della sua poltrona schiarendosi la voce. «Non abbiamo ancora definito la questione economica, avvocato. Un trapianto d’urgenza in un altro Stato mi costringerebbe quanto meno a rivedere il mio intero programma lavorativo: dovrei posticipare tutta una serie di consulti e conferenze, senza menzionare il rinvio di operazioni con pazienti che sono in lista da mesi. Ho uno staff d’eccellenza che dovrebbe spostarsi con me per coadiuvarmi nell’intervento e si tratterebbe di un soggiorno forzato di almeno una settimana.»
 «Quanto» s’informò atono l’irlandese.
Johnson finse di valutare la situazione per qualche secondo. «300 mila. Più il rimborso delle spese di viaggio» azzardò quindi a mezza voce, confidando che le sue parole avessero infuso parecchia speranza nell’animo dell’interlocutore.
Il fantomatico avvocato si grattò il sottile lembo di pelle che gli ricopriva il pomo d’adamo. I suoi occhi fissavano i tratti regolari del viso del medico con un’intensità incredibile, quasi come se stesse cercando di metterne a nudo i pensieri con la sola forza dello sguardo.
«Non è un problema» asserì, schiudendo appena le labbra. «Giri le sue coordinate bancarie al mio contatto di Belfast e riceverà un anticipo del 30%. Ora però mi dica entro quanto potremo lasciare il paese.»
«Nell’attesa dei risultati delle sue ultime analisi,  mi conceda una settimana per organizzare l’equipe e il mio studio di New York.»
L’irlandese si limitò ad annuire con aria pensierosa. «Allora aspetterò una sua telefonata, dottore» concluse, alzandosi dalla poltrona e recuperando la sua ventiquattrore. A quel punto salutò velocemente Johnson e si diresse verso la soglia dell’ufficio. Avrebbe dovuto sentirsi leggero e con il cuore impregnato di ottimismo e felicità…Eppure c’era qualcosa che lo turbava: uno strano, inspiegabile presentimento che lo spingeva a rimanere vigile e a guardarsi continuamente le spalle.    

martedì 19 luglio 2011

Keep in "Touch"



La musica rimbombava assordante dal palchetto metallizzato che affacciava direttamente sulla consolle del DJ. Le luci stroboscopiche riducevano la pista del Touch ad una serie di ossessionanti fotogrammi fluorescenti, caotici e ridondanti tra il luccichio di paillettes e il riflesso delle pareti specchiate.
Simpatia poggiò i gomiti sulla spalletta della balconata. Quindi si sporse in avanti, cercando di inghiottire quanta più aria possibile. Proprio in quell’istante la macchina del fumo rilasciò la sua nube vaporosa sugli occupanti della sala da ballo e un intenso odore incensato risalì velocemente verso l’alto, investendo i locali dei privè al livello superiore. Gli occhi arrossati per l’inaspettata sorpresa, Frank imprecò sottovoce e mosse i primi passi verso il comodo sofà disposto lungo la parete di fondo della galleria, passandosi sulla fronte il bordo gelato del bicchiere contenente il terzo rhum e menta.
Louis conversava sottovoce con la sua nuova amichetta, una bionda rifatta dalle gambe chilometriche e con un nasino alla francese che donava un candido tocco naive al suo aspetto da copertina. Stravaccato nel divano in ecopelle  color sabbia, Gallo stringeva in una mano una coppa di Cristal e di tanto in tanto sfiorava con le labbra l’orecchio della procace compagnia. A qualche palmo di distanza sulla sua destra, una rossa in shorts, camperos e camicetta attillata lanciava occhiate malevole al bell’imbusto scostante e presuntuoso che a stento le aveva rivolto la parola da quando avevano messo piede nel Touch.
In fondo il problema non era lei. Semplicemente, Simpatia non era il tipo adatto per quel genere di incontri. Frank odiava le disco e i nightclub, i ristoranti italiani di lusso e i fiumi di champagne nel pieno della notte. Appena giunto in città aveva provato a modificare i suoi gusti, cercando di conformarsi alla stile di vita della grande metropoli. Inutile dirlo, dopo appena un paio di mesi la buona volontà era andata a farsi benedire, così come la voglia di ritrovarsi ogni volta con la testa irrimediabilmente martellata dall’emicrania e l’intimo di una sconosciuta arrotolato fra le lenzuola del divano-letto.
«Hai un minuto, Louis?» ululò l’agente Tomos, sforzandosi di superare il fracasso infernale pompato dall’impianto audio del club.
«Qualcosa non va? Bevi un po’ di champagne, amico mio» ribatté Gallo con aria allegramente inebetita.
«Dobbiamo parlare, e preferirei farlo adesso» sentenziò irritato Simpatia. Avrebbe voluto aggiungere un brutto stronzo  liberatorio alla sua affermazione, tuttavia si guardò dal farlo. In fin dei conti, conosceva bene le abitudini del suo amico e forse quell’epiteto sarebbe stato più consono rivolgerlo a se stessi per la dabbenaggine con la quale aveva accettato quell’incontro notturno.
«Di qualsiasi cosa si tratti, ne parleremo stasera al Touch» aveva esclamato entusiasta Louis durante la telefonata mattutina. «Ho agganciato due sorelle niente male e devo assolutamente castigarne una. Tu intrattieni l’altra, ce la spassiamo un po’ e a fine serata mi racconti l’intera faccenda. Non puoi rifiutare, Frank. Sei sparito di colpo e dovrei ancora avercela con te.»
Simpatia aveva accettato l’invito senza rifletterci troppo sopra. Ora, in contropartita, le palle gli erano diventate turgide abbastanza da fargli male.
Gallo si scusò con Molly, la bambolina ossigenata con le tette a pressione, quindi si sistemò il completo bianco di Armani e seguì Tomos oltre una tenda di velluto rosso. Abbandonato il privè, i due si ritrovarono avvolti dalla lieve penombra dello stretto corridoio che conduceva verso la zona toilettes del primo piano.
«Che cazzo ti prende, Frank?» esordì tra il sorpreso e il contrariato Louis. All’interno di quella specie di budello dal soffitto a volta, la musica giungeva ovattata e lontana. Immerse in un soffuso riverbero azzurrino, prodotto da una serie di lanterne a led in stile orientale, alcune coppie di giovani si scambiavano baci e tastatine a pochi metri dalla scala di collegamento al piano inferiore.
«Mi sono rotto i coglioni di cazzeggiare» sbottò Simpatia accendendosi l’ennesima sigaretta della serata. «Accompagniamo le tipe e andiamo a casa mia. Mi hanno affidato il caso dell’attentatore seriale: ho due giorni per tirar su una piccola task force e rendere tutti gli elementi operativi. Il Segretario Generale controllerà di persona l’operato della nostra sezione e il capo sta già cominciando a mordermi la coda.» 

domenica 3 luglio 2011

Volo 37 : New York - Detroit


Louis aveva già cominciato a pentirsi di quell’idea del cavolo ancor prima che il tassista caricasse il suo borsone da viaggio nel cofano della Ford.
Iniziare la settimana nella neve del Michigan era l’ultimo dei suoi desideri eppure, in preda allo stallo domenicale, l’indesiderato numero 1 della N.S.A. non aveva intravisto altra soluzione se non quella di partire alla volta di Ann Arbor[1], la città degli studenti.  
Nel breve colloquio telefonico del pomeriggio, l’ex ambasciatore siriano si era dimostrato un tipo tutt’altro che diplomatico. «Non conosco il motivo della sua richiesta, agente» aveva sentenziato a muso duro Marzouk Al Safihd, «ne  tanto meno fingerò di mostrarmi interessato alla cosa. Tuttavia, qualsiasi indagine Lei stia seguendo, posso assicurarle che ho provveduto io stesso ad estinguere l’unico deposito bancario di cui beneficiava mio figlio. Ora mi scusi, ma sono parecchio impegnato.»
Per come si era conclusa la chiamata, ipotizzare una qualsiasi collaborazione da parte della famiglia di Tarek era sicuramente da escludere. L’unica strada che ancora restava da percorrere era quella di provare a rovistare fra le conoscenze universitarie del giovane siriano, con la speranza di non trovarsi di fronte ad un altro buco nell’acqua. Dopo aver imboccato Atlantic Avenue, il taxi era giunto in poco tempo al Green Parking del JFK Airport e da lì Louis aveva aspettato nel gate del secondo terminal il volo 37 dell’American Airlines per Detroit. Dopo due ore di attesa tra accettazione e controlli, il collaboratore federale se ne era sorbite altre tre di viaggio e infine era sbarcato al Metropolitan Wayne County Airport intorno alla mezzanotte di domenica.
Il motel in cui aveva scelto di alloggiare non era altro che una vecchia fattoria immersa nelle campagne di Romulus, un sobborgo rurale nei dintorni dell’aeroporto.   
L’impressione di finta accoglienza emanata in lontananza  dalla cascina svaniva non appena i clienti mettevano piede all’interno delle camere. Quanto a grandezza, di sicuro non lasciavano a desiderare, ma per il resto erano merdose come poche altre al mondo. Le pareti del bagno erano rigonfie d’umidità e un insopportabile tanfo di muffa impregnava l’aria al suo interno. I sifoni dell’acqua gemevano pericolosamente nel cuore della notte e l’impianto di riscaldamento entrava in funzione ad intermittenza. Il doppio materasso del letto matrimoniale era duro e bitorzoluto come una scultura ricavata nella roccia e le lenzuola che lo coprivano erano infeltrite e puzzavano di sudore. Alle prime luci dell’alba di lunedì, snervato dall’insopportabile dormiveglia, Louis aveva abbandonato quel cesso di stanza senza pagare il pernottamento e si era messo alla guida del Suv noleggiato all’aeroporto, in modo da raggiungere Ann Arbor in orario da colazione. Dopo essersi rimpinzato con bacon fritto, toast imburrati e pancakes alle more, Gallo aveva consumato un ultimo doppio espresso nello snack bar di Vinewood Boulevard, quindi si era spostato nella zona nord orientale della cittadina. L’università del Michigan era costituita da un esteso complesso di strutture, distribuite a scacchiera fra le macchie di verde dei campus. Le sedi delle diverse facoltà sorgevano tutte a poche centinaia di metri l’una dall’altra eppure erano  intervallate da numerose biblioteche, musei, circoli culturali, confraternite e da una quantità impressionante di librerie. Quando Louis era riuscito a mettere piede nell’ufficio del professor Regins, decano della facoltà di Storia dell’Arte, erano ormai passate le dieci e la fitta pioggerellina del mattino era diventata un insistente acquazzone invernale.
Tarchiato e con la chierica bianca, Regins era un uomo disponibile e dalla parlantina veloce. Non appena saputo il motivo di quella strana visita da parte dei federali, l’omino si era prodigato in un’accurata descrizione dei fatti relativi al suicidio del giovane siriano. « Io ho cercato di gestire al meglio la situazione di fronte alla stampa» aveva spiegato con finta modestia il decano, «e ho collaborato, per quanto potevo, alla breve indagine condotta dalle forze di polizia locali. Ricordo che in quella settimana si respirava un’aria surreale all’interno della facoltà. Purtroppo non conoscevo di persona quel ragazzo quindi non saprei cosa dirle. Però, ora che ci penso, potrebbe ascoltare il professor Connelly e Yanni Kellers: loro sapranno sicuramente esserle di maggior aiuto.»
Uscito dallo studio del preside, Louis si era diretto spedito negli uffici della Segreteria per conoscere l’orario delle lezioni tenute da Connelly. «Il lunedì è il suo giorno di riposo» si era sentito dire da una procace studentessa dell’ultimo anno, una di quelle che arrotondano facendosi assumere part-time negli uffici amministrativi dell’università tramite conoscenze. «Di solito resta nei dintorni per via del suo problema alla gamba. A quest’ora sarà di sicuro nella biblioteca del museo di Archeologia.»
Il professore di Arti visive e cultura giapponese Arthur Connelly era uno di quei tipi per i quali l’aggettivo eclettico viene utilizzato come affettuoso sinonimo di strampalato. Ad una prima occhiata, Gallo aveva pensato che il tale fosse affetto da una lieve forma di schizofrenia. Connelly somigliava in maniera inverosimile a Dan Brown, almeno dal collo in su. Nell’insieme, invece, era come se uno scherzo della natura si fosse divertito a staccare la testa al famoso autore di best seller, poggiandola sulla mole smisurata di un lottatore di sumo con un evidente problema di zoppia.
Superando l’atrio della biblioteca, Gallo l’aveva trovato immerso in un silenzio certosino mentre, seduto ad un lungo pancone ingombro di volumi d’arte contemporanea, prendeva appunti su una agenda verde agitando di continuo la testa in un incessante tic nervoso.
Per convincerlo ad interrompere la sua ricerca, Louis aveva dovuto mostrargli il tesserino fasullo che conservava sempre nella tasca interna del marsupio. «Non la tratterrò molto» aveva assicurato Gallo, affiancando la sagoma impacciata di Connelly mentre imboccavano il corridoio d’uscita. «Giusto il tempo di offrirle un caffè, che ne dice?»
Durante la permanenza allo snack bar del museo, oltre a mostrare un leggero appetito, il professore aveva cominciato anche a sciogliere la lingua.
Tarek era stato uno dei pochi studenti a chiedergli di far da relatore all’elaborato di tesi sul quale stava cominciando a lavorare. Il siriano aveva deciso di portare avanti un’analisi dettagliata dell’architettura islamica nei secoli, con particolari riferimenti al periodo embrionale persiano - sassanide. «Era un giovane particolare» aveva commentato Connelly, cercando di non strozzarsi mentre ingoiava un croissant per intero. «Volenteroso, certo, ma introverso e forse con qualche problemino di adattamento.» Detta da lui, quella frase era sembrata una barzelletta.
«Aveva un’aria perennemente dimessa, era taciturno e penso di non averlo mai incrociato in compagnia di qualche altro compagno di corso. Era come se qualcosa lo impensierisse di continuo.» Prima di ritornare alle sue ricerche, la mutazione genetica di Dan Brown aveva confermato le parole di Regins a riguardo della dinamica del suicidio. «Si, è stato il suo vecchio coinquilino a chiamare i paramedici. E’ un mezzo sovietico che sta a parcheggio qui alla Michigan da anni: Mi pare debba chiamarsi Kellis o giù di lì. Comunque, Tarek si è tagliato le vene mentre era nella vasca da bagno. La faccenda ha fatto il giro del paese e per un paio di giorni le testate giornalistiche locali hanno gironzolato nei dintorni della facoltà. Dicono che forse è stata una delusione amorosa. Io però ne dubito: noi ipocondriaci non abbiamo tempo per questo genere di stupidaggini.»
Varcata la soglia del museo in un turbinio di acqua e vento, Louis era corso dritto al Suv ed aveva rifatto la strada a ritroso, infilando la prima traversa sulla sinistra per raggiungere le residenze universitarie di Tappen Avenue. Secondo le indicazioni fornite dal preside Regins, rintracciare Yanni Kellers non sarebbe stato un problema. Dopo il bagno nel sangue di Tarek, il suo coinquilino aveva preferito trasferirsi in un appartamento a pochi passi dalla facoltà di Giurisprudenza. «Mi sono interessato personalmente di trovargli una nuova sistemazione» aveva chiarito il decano. «Dopo l’incidente, aveva qualche problema a trovare un nuovo affittuario.»
Kellers rappresentava l’ultima carta da giocare e dall’esito di quell’incontro dipendeva la riuscita del suo breve viaggio in Michigan. Per quanto ne sapeva, Tarek era un ragazzo solitario, una specie di misantropo, e solo il suo ex coinquilino avrebbe potuto rivelare qualcosa d’interessante su cui lavorare nel corso delle indagini.
Seguendo le indicazioni di alcuni studenti, Louis era riuscito a beccare al primo colpo lo stabile dove alloggiava Kellers. Dieci minuti dopo aver parcheggiato il fuoristrada davanti la sede dei Delta Delta Delta, Gallo era già seduto al tavolo del monolocale preso in affitto dal ragazzo. Yanni era un ragazzone palestrato di un metro e novanta, con i capelli rasati e l’avambraccio sinistro zeppo di tatuaggi. Fintanto che restava zitto e immobile, chiunque l’avrebbe scambiato per uno di quei mastini tanto cari alla mala russa. Appena apriva bocca, però, lo scenario cambiava radicalmente... La mafiya non accettava gay nel suo organigramma.
«E’ un piacere poterla aiutare, agente» aveva affermato in tono delicato il giovanotto, lasciandosi sedurre dai tratti decisi e dal volto abbronzato di Louis. «Sono a sua completa disposizione…»
Aumentando la distanza di sicurezza, Gallo si era alzato dalla sedia e, poggiandosi al mobiletto accanto alla porta, aveva cominciato a domandargli di Tarek.
Quando Yanni attaccava a parlare si trasformava un fiume in piena e cercare di stare dietro ai suoi discorsi diventava una sorta d’impresa. A detta di Kellers, la vera vita di Tarek si era sempre svolta fuori dall’ambito universitario. «Le giuro che a volte mi dava i brividi» aveva confessato il palestrato, la mano floscia che si accarezzava i pettorali gonfi, «abbiamo vissuto nella stessa casa per sei mesi e a stento ci rivolgevamo il saluto. Non è che la cosa mi dispiacesse, ben inteso…Comunque secondo me era rimasto sotto la scimmia. Sembrava sempre flippato, mi creda. Avreste dovuto vederlo: una volta a settimana usciva nel pieno della notte e poi ritornava la sera del giorno successivo, con l’espressione stracotta di uno che ha partecipato ad un rave a base di acidi.»
Al termine della lunga conversazione, Kellers aveva preteso che Louis accettasse l’offerta di una buona tazza di the indiano ma il collaboratore federale aveva declinato gentilmente l’invito. Quando ormai si erano già salutati oltre l’uscio dell’appartamento, Yanni  aveva aggiunto qualcosa ad una delle prime domande che Gallo gli aveva rivolto.
«Ripensandoci bene, forse Tarek un amico ce l’aveva, agente. In un paio di circostanze si è portato dietro un tizio con una faccia da pesce lesso. Poteva aver superato la quarantina ed era ben piantato e dalla carnagione chiara. Giuro che sembrava di plastica per quanto era inespressivo. Ricordo che l’ultima volta aspettava che Tarek uscisse dal bagno e così cercai di scambiarci qualche parola. L’unica cosa che mi disse era che faceva il musicista…Si, aspetti: come è che si chiamava il suo gruppo? Uhm…ah ecco! Era il chitarrista degli ANFO.»


[1] Città del Michigan, sede della prestigiosa Università Statale.