Louis aveva già cominciato a pentirsi di quell’idea del cavolo ancor prima che il tassista caricasse il suo borsone da viaggio nel cofano della Ford.
Iniziare la settimana nella neve del Michigan era l’ultimo dei suoi desideri eppure, in preda allo stallo domenicale, l’indesiderato numero 1 della N.S.A. non aveva intravisto altra soluzione se non quella di partire alla volta di Ann Arbor[1], la città degli studenti.
Nel breve colloquio telefonico del pomeriggio, l’ex ambasciatore siriano si era dimostrato un tipo tutt’altro che diplomatico. «Non conosco il motivo della sua richiesta, agente» aveva sentenziato a muso duro Marzouk Al Safihd, «ne tanto meno fingerò di mostrarmi interessato alla cosa. Tuttavia, qualsiasi indagine Lei stia seguendo, posso assicurarle che ho provveduto io stesso ad estinguere l’unico deposito bancario di cui beneficiava mio figlio. Ora mi scusi, ma sono parecchio impegnato.»
Per come si era conclusa la chiamata, ipotizzare una qualsiasi collaborazione da parte della famiglia di Tarek era sicuramente da escludere. L’unica strada che ancora restava da percorrere era quella di provare a rovistare fra le conoscenze universitarie del giovane siriano, con la speranza di non trovarsi di fronte ad un altro buco nell’acqua. Dopo aver imboccato Atlantic Avenue, il taxi era giunto in poco tempo al Green Parking del JFK Airport e da lì Louis aveva aspettato nel gate del secondo terminal il volo 37 dell’American Airlines per Detroit. Dopo due ore di attesa tra accettazione e controlli, il collaboratore federale se ne era sorbite altre tre di viaggio e infine era sbarcato al Metropolitan Wayne County Airport intorno alla mezzanotte di domenica.
Il motel in cui aveva scelto di alloggiare non era altro che una vecchia fattoria immersa nelle campagne di Romulus, un sobborgo rurale nei dintorni dell’aeroporto.
L’impressione di finta accoglienza emanata in lontananza dalla cascina svaniva non appena i clienti mettevano piede all’interno delle camere. Quanto a grandezza, di sicuro non lasciavano a desiderare, ma per il resto erano merdose come poche altre al mondo. Le pareti del bagno erano rigonfie d’umidità e un insopportabile tanfo di muffa impregnava l’aria al suo interno. I sifoni dell’acqua gemevano pericolosamente nel cuore della notte e l’impianto di riscaldamento entrava in funzione ad intermittenza. Il doppio materasso del letto matrimoniale era duro e bitorzoluto come una scultura ricavata nella roccia e le lenzuola che lo coprivano erano infeltrite e puzzavano di sudore. Alle prime luci dell’alba di lunedì, snervato dall’insopportabile dormiveglia, Louis aveva abbandonato quel cesso di stanza senza pagare il pernottamento e si era messo alla guida del Suv noleggiato all’aeroporto, in modo da raggiungere Ann Arbor in orario da colazione. Dopo essersi rimpinzato con bacon fritto, toast imburrati e pancakes alle more, Gallo aveva consumato un ultimo doppio espresso nello snack bar di Vinewood Boulevard, quindi si era spostato nella zona nord orientale della cittadina. L’università del Michigan era costituita da un esteso complesso di strutture, distribuite a scacchiera fra le macchie di verde dei campus. Le sedi delle diverse facoltà sorgevano tutte a poche centinaia di metri l’una dall’altra eppure erano intervallate da numerose biblioteche, musei, circoli culturali, confraternite e da una quantità impressionante di librerie. Quando Louis era riuscito a mettere piede nell’ufficio del professor Regins, decano della facoltà di Storia dell’Arte, erano ormai passate le dieci e la fitta pioggerellina del mattino era diventata un insistente acquazzone invernale.
Tarchiato e con la chierica bianca, Regins era un uomo disponibile e dalla parlantina veloce. Non appena saputo il motivo di quella strana visita da parte dei federali, l’omino si era prodigato in un’accurata descrizione dei fatti relativi al suicidio del giovane siriano. « Io ho cercato di gestire al meglio la situazione di fronte alla stampa» aveva spiegato con finta modestia il decano, «e ho collaborato, per quanto potevo, alla breve indagine condotta dalle forze di polizia locali. Ricordo che in quella settimana si respirava un’aria surreale all’interno della facoltà. Purtroppo non conoscevo di persona quel ragazzo quindi non saprei cosa dirle. Però, ora che ci penso, potrebbe ascoltare il professor Connelly e Yanni Kellers: loro sapranno sicuramente esserle di maggior aiuto.»
Uscito dallo studio del preside, Louis si era diretto spedito negli uffici della Segreteria per conoscere l’orario delle lezioni tenute da Connelly. «Il lunedì è il suo giorno di riposo» si era sentito dire da una procace studentessa dell’ultimo anno, una di quelle che arrotondano facendosi assumere part-time negli uffici amministrativi dell’università tramite conoscenze. «Di solito resta nei dintorni per via del suo problema alla gamba. A quest’ora sarà di sicuro nella biblioteca del museo di Archeologia.»
Il professore di Arti visive e cultura giapponese Arthur Connelly era uno di quei tipi per i quali l’aggettivo eclettico viene utilizzato come affettuoso sinonimo di strampalato. Ad una prima occhiata, Gallo aveva pensato che il tale fosse affetto da una lieve forma di schizofrenia. Connelly somigliava in maniera inverosimile a Dan Brown, almeno dal collo in su. Nell’insieme, invece, era come se uno scherzo della natura si fosse divertito a staccare la testa al famoso autore di best seller, poggiandola sulla mole smisurata di un lottatore di sumo con un evidente problema di zoppia.
Superando l’atrio della biblioteca, Gallo l’aveva trovato immerso in un silenzio certosino mentre, seduto ad un lungo pancone ingombro di volumi d’arte contemporanea, prendeva appunti su una agenda verde agitando di continuo la testa in un incessante tic nervoso.
Per convincerlo ad interrompere la sua ricerca, Louis aveva dovuto mostrargli il tesserino fasullo che conservava sempre nella tasca interna del marsupio. «Non la tratterrò molto» aveva assicurato Gallo, affiancando la sagoma impacciata di Connelly mentre imboccavano il corridoio d’uscita. «Giusto il tempo di offrirle un caffè, che ne dice?»
Durante la permanenza allo snack bar del museo, oltre a mostrare un leggero appetito, il professore aveva cominciato anche a sciogliere la lingua.
Tarek era stato uno dei pochi studenti a chiedergli di far da relatore all’elaborato di tesi sul quale stava cominciando a lavorare. Il siriano aveva deciso di portare avanti un’analisi dettagliata dell’architettura islamica nei secoli, con particolari riferimenti al periodo embrionale persiano - sassanide. «Era un giovane particolare» aveva commentato Connelly, cercando di non strozzarsi mentre ingoiava un croissant per intero. «Volenteroso, certo, ma introverso e forse con qualche problemino di adattamento.» Detta da lui, quella frase era sembrata una barzelletta.
«Aveva un’aria perennemente dimessa, era taciturno e penso di non averlo mai incrociato in compagnia di qualche altro compagno di corso. Era come se qualcosa lo impensierisse di continuo.» Prima di ritornare alle sue ricerche, la mutazione genetica di Dan Brown aveva confermato le parole di Regins a riguardo della dinamica del suicidio. «Si, è stato il suo vecchio coinquilino a chiamare i paramedici. E’ un mezzo sovietico che sta a parcheggio qui alla Michigan da anni: Mi pare debba chiamarsi Kellis o giù di lì. Comunque, Tarek si è tagliato le vene mentre era nella vasca da bagno. La faccenda ha fatto il giro del paese e per un paio di giorni le testate giornalistiche locali hanno gironzolato nei dintorni della facoltà. Dicono che forse è stata una delusione amorosa. Io però ne dubito: noi ipocondriaci non abbiamo tempo per questo genere di stupidaggini.»
Varcata la soglia del museo in un turbinio di acqua e vento, Louis era corso dritto al Suv ed aveva rifatto la strada a ritroso, infilando la prima traversa sulla sinistra per raggiungere le residenze universitarie di Tappen Avenue. Secondo le indicazioni fornite dal preside Regins, rintracciare Yanni Kellers non sarebbe stato un problema. Dopo il bagno nel sangue di Tarek, il suo coinquilino aveva preferito trasferirsi in un appartamento a pochi passi dalla facoltà di Giurisprudenza. «Mi sono interessato personalmente di trovargli una nuova sistemazione» aveva chiarito il decano. «Dopo l’incidente, aveva qualche problema a trovare un nuovo affittuario.»
Kellers rappresentava l’ultima carta da giocare e dall’esito di quell’incontro dipendeva la riuscita del suo breve viaggio in Michigan. Per quanto ne sapeva, Tarek era un ragazzo solitario, una specie di misantropo, e solo il suo ex coinquilino avrebbe potuto rivelare qualcosa d’interessante su cui lavorare nel corso delle indagini.
Seguendo le indicazioni di alcuni studenti, Louis era riuscito a beccare al primo colpo lo stabile dove alloggiava Kellers. Dieci minuti dopo aver parcheggiato il fuoristrada davanti la sede dei Delta Delta Delta, Gallo era già seduto al tavolo del monolocale preso in affitto dal ragazzo. Yanni era un ragazzone palestrato di un metro e novanta, con i capelli rasati e l’avambraccio sinistro zeppo di tatuaggi. Fintanto che restava zitto e immobile, chiunque l’avrebbe scambiato per uno di quei mastini tanto cari alla mala russa. Appena apriva bocca, però, lo scenario cambiava radicalmente... La mafiya non accettava gay nel suo organigramma.
«E’ un piacere poterla aiutare, agente» aveva affermato in tono delicato il giovanotto, lasciandosi sedurre dai tratti decisi e dal volto abbronzato di Louis. «Sono a sua completa disposizione…»
Aumentando la distanza di sicurezza, Gallo si era alzato dalla sedia e, poggiandosi al mobiletto accanto alla porta, aveva cominciato a domandargli di Tarek.
Quando Yanni attaccava a parlare si trasformava un fiume in piena e cercare di stare dietro ai suoi discorsi diventava una sorta d’impresa. A detta di Kellers, la vera vita di Tarek si era sempre svolta fuori dall’ambito universitario. «Le giuro che a volte mi dava i brividi» aveva confessato il palestrato, la mano floscia che si accarezzava i pettorali gonfi, «abbiamo vissuto nella stessa casa per sei mesi e a stento ci rivolgevamo il saluto. Non è che la cosa mi dispiacesse, ben inteso…Comunque secondo me era rimasto sotto la scimmia. Sembrava sempre flippato, mi creda. Avreste dovuto vederlo: una volta a settimana usciva nel pieno della notte e poi ritornava la sera del giorno successivo, con l’espressione stracotta di uno che ha partecipato ad un rave a base di acidi.»
Al termine della lunga conversazione, Kellers aveva preteso che Louis accettasse l’offerta di una buona tazza di the indiano ma il collaboratore federale aveva declinato gentilmente l’invito. Quando ormai si erano già salutati oltre l’uscio dell’appartamento, Yanni aveva aggiunto qualcosa ad una delle prime domande che Gallo gli aveva rivolto.
«Ripensandoci bene, forse Tarek un amico ce l’aveva, agente. In un paio di circostanze si è portato dietro un tizio con una faccia da pesce lesso. Poteva aver superato la quarantina ed era ben piantato e dalla carnagione chiara. Giuro che sembrava di plastica per quanto era inespressivo. Ricordo che l’ultima volta aspettava che Tarek uscisse dal bagno e così cercai di scambiarci qualche parola. L’unica cosa che mi disse era che faceva il musicista…Si, aspetti: come è che si chiamava il suo gruppo? Uhm…ah ecco! Era il chitarrista degli ANFO.»

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