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domenica 16 ottobre 2011



La banchina non era altro che un esile e deforme braccio di cemento, annerito dal tempo, e sporgeva timidamente oltre il profilo delle palazzine dell’eliporto, defilata ad una trentina di metri sulla destra.
L’imbarcazione, un Mochi Craft ’44 di 16 metri, era ormeggiata sul lato interno dell’approdo e dondolava impercettibilmente sulla superficie rugosa dell’acqua, con la prua rivolta verso il nord.
Il grosso degli agenti F.B.I. era distribuito lungo la Hudson River Greenway mentre agli uomini della SWAT era stato ordinato di presidiare gli accessi della 30esima e 34esima, transennando il tratto di 12th Avenue compreso tra le due vie e aiutando quelli della stradale a bypassare il traffico su un percorso alternativo.
In piedi dietro le recinzioni metalliche che separavano la piattaforma di collegamento alla banchina dalla pista ciclabile della Greenway, Frank Tomos attendeva il segnale radio di conferma in posizione da parte delle due coppie di cecchini del nucleo operativo.
La telefonata era giunta alle nove e mezza, direttamente dall’ufficio del capo del dipartimento di polizia sulla 119esima. «Abbiamo ricevuto una segnalazione da un nostro elemento, l’agente Gregory Bailey» aveva esordito in tono telegrafico il commissario Ben Kelly.  «Pare che il vostro uomo sia stato visto circolare dalle parti di Upper East Side a bordo di una Aston Martin db7 targata DX93SI. Da un primo controllo, il veicolo è risultato di proprietà di una filiale della Hertz con sede al 20 di Morris Street. L’operatore che abbiamo contattato ci ha riferito che la pratica di noleggio è stata aperta agli inizi di agosto: il locatario risponde al nome di Jeffrey Borrowitz, un avvocato che abita al 316 di Edmont Street. Peccato che nei registri della motorizzazione non vi sia traccia di questo tipo e che a quell’indirizzo non ci sia altro che una vecchia casa di riposo dismessa ormai da tempo e in attesa di demolizione.»
Nel giro di dieci minuti, Simpatia aveva contattato personalmente l’agente Bailey per ulteriori chiarimenti ed aveva sguinzagliato una dozzina di volanti in borghese con il compito di intercettare a tutti i costi l’Aston Martin avvistata nei pressi della 66esima e diretta verso la costa occidentale della città.
La radio emise un doppio fruscio intermittente e la voce dello spotter[1] vibrò decisa dall’ovale dell’altoparlante. «Coppia uno in posizione, signore. Visuale: libera - Distanza aerea dal target : 190,10 metri - Angolo direzionale: 47,19 gradi. Restiamo in attesa di istruzioni.»
Frank pigiò il tasto laterale grigio, avvicinando la ricetrasmittente all’orecchio. La mano, seppur ferma, cominciava a sudargli nel punto di presa. «Ricevuto, coppia uno. Restate in attesa. Spotter due, rilevate la vostra posizione.»
«Abbiamo appena raggiunto il parcheggio dipendenti dell’eliporto, signore. Un paio di minuti e saremo operativi.»
«Ve ne do uno» rispose nervoso il federale. «E vedete di sbrigarvi prima.»
L’Aston Martin era stata  incrociata da una pattuglia del NYPD verso la fine della 5th Avenue, a pochi metri dalla Pace University. Gli agenti avevano segnalato la loro posizione a tutte le unità sintonizzate sul canale radio 3, quello che il centralino era riuscito a dedicare tempestivamente all’operazione, ed avevano seguito l’obiettivo nella svolta a destra sulla 45esima e poi fino all’incrocio con la 7th Avenue.  Lì una berlina del Bureau aveva atteso che la coupé gli sfilasse davanti al verde del semaforo e gli si era messa in coda ad un paio di veicoli di distanza, continuando a notificare gli spostamenti tramite radio. All’altezza di Fashion Avenue, l’Aston Martin aveva imboccato la 42esima ed aveva tirato dritto per circa un miglio. A quel punto, Frank non aveva avuto più dubbi sulle intenzioni del ricercato e aveva ordinato a tutte le squadre impegnate nella manovra di spostarsi nelle vicinanze della Hudson River Greenway ma di non immettersi sulla 12th Avenue senza sue ulteriori disposizioni. Quindi aveva contattato la logistica della Guardia Costiera ed aveva richiesto il posizionamento immediato di almeno quattro lance veloci lungo la sponda opposta dell’Hudson, dalle parti dei moli di Weehawken.
Lasciandosi alle spalle la 39esima, il ricercato aveva svoltato a sinistra di fronte al Sienna Rose Store. Da lì aveva doppiato l’intera estensione del Javis Convention Center e al semaforo aveva imboccato l’ingresso del parcheggio privato che affacciava sulla panetteria dai Tre Fratelli . Dopo aver occupato un posto nell’angolo meridionale dell’area di sosta, l’irlandese aveva proseguito a piedi lungo i muretti e le siepi ingiallite della Greenway fin quando non aveva raggiunto una specie di stretto passaggio nascosto fra le lamiere perimetrali di un vecchio capannone e le mura dello spiazzato di cemento collegato ad una delle palazzine dell’eliporto. Quindi si era inoltrato nell’ombra di quel budello per circa una ventina di passi ed aveva preso a discendere una scala di ferro mezzo arrugginita, apparendo qualche minuto dopo davanti al profilo allungato della banchina.
Mentre Louis si accendeva una sigaretta, la radio ritornò a frusciare per un istante. «Coppia due in posizione. Abbiamo dovuto lavorare di tronchese per eliminare una parte di rete metallica che ostruiva la traiettoria ma adesso la visuale è libera, signore. Distanza aerea dal target : 135,21 metri - Angolo direzionale: 185,87 gradi. Attendiamo disposizioni.»
Frank annuì, lanciando un’occhiata a Gallo. «Bene, ragazzi. Non una mossa senza l’autorizzazione da questa frequenza. E restate in ascolto.»
«Ci siamo?» domandò Louis, aspirando con calma una lunga boccata di fumo.
Simpatia fissò l’orizzonte: il tappeto ceruleo dell’Hudson rifletteva le tinte opache del cielo, protendendosi placido fino alle prime strisce biancastre dall’altra parte del fiume, lungo la costa del Jersey.
«Ci siamo» ripeté a voce alta, più come monito verso se stesso che in segno di risposta. Era passato un secolo da quando aveva cominciato a seguire il caso, o almeno così gli sembrava. Adesso era giunto il momento di beccare quel figlio di puttana e di mettere fine a tutta la fottuta faccenda. Alzando il braccio sinistro, Frank recuperò l’attenzione di un giovane agente federale in assetto antisommossa. Il tipo lo vide e saltellò fino al portellone aperto di un Van del Bureau, sparendovi all’interno. Pochi secondi dopo riemerse dal fondo del furgone con un paio di giubbini antiproiettile e s’incamminò a passo svelto verso la Mercedes bianca di Gallo. «E’ da tanto che non indosso uno di quei cosi» confessò con un mezzo sorriso l’ex agente N.S.A.
«Non tu» replicò atono Simpatia. Quindi afferrò entrambi gli smanicati protettivi e ne mostrò uno a Sid, intento a parlottare con Mendoza a circa otto metri di distanza.
Il damerino si tolse la giacca a costine di velluto grigio e si affrettò a raggiungere il suo collega. Louis gettò via con violenza la mezza sigaretta fumante. «Che cazzo significa, amico?!» sbottò con sguardo stupito.
Simpatia gli ficcò la ricetrasmittente fra le mani. «Tu mi servi qui» spiegò, cominciando ad allacciarsi il giubbotto.
«Fanculo, bello! Io sono il più anziano della…»
Il federale l’interruppe, posandogli la destra su una spalla. «Ascoltami, Louis. Una volta arrivato sulla banchina, non so come andrà a finire. Big Mama è corso in ospedale dalla moglie e qualcuno deve restare qui a dare le direttive. Sid è in gamba ma non ha ancora esperienza e noi non possiamo permetterci il lusso di lasciarcelo sfuggire. Perciò, se qualcosa dovesse andare storto, fa in modo che quello stronzo non lasci quella striscia di cemento. Deve essere nostro: Vivo o morto.»


[1] Negli sniper team (coppia di tiratori scelti), lo spotter rappresenta l’osservatore.

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