David
Balstrom, incontrastato vincitore del Pulitzer anni ’90 nella sezione giornalismo
investigativo, era solito ripetere nelle
interviste che un buon cronista d’assalto doveva essere assolutamente un tipo anti-nietzscheano.
«Un reporter investigativo deve svegliarsi ogni giorno con la smania di voler
abbattere il muro con su scritta la frase non
esistono fatti, ma solo interpretazioni [1],» spiegava, «poiché il suo unico
compito è quello di dimostrare l’esatto
opposto, ricercando l’inconfutabile verità tra le pieghe di una notizia
obiettiva.»
Per
quel che Frank stava leggendo nel suo blocco di appunti, Warren Griffith meritava
di sicuro il titolo di picconatore numero uno. Con una mordacità implacabile,
l’articolista del New York Post aveva dato vita ad un capolavoro inquisitorio,
riportandolo sottoforma di memoriale scritto in prima persona. The backlash – il contraccolpo era un
chiaro esempio di perizia narrativa, un lavoro in cui l’oggettività del saggio
veniva alleggerita dalla scelta di un registro insolitamente diaristico. Un’opera
scioccante e rivelatoria, ancor più considerevole del pacchetto d’inchieste che
avevano portato alla nascita dello scandalo Watergate. Con una prosa asciutta e
serrata, Griffith aveva cominciato la cronaca descrivendo le fasi della sua investigazione
al pari di un navigato autore di polizieschi e da lì era partito verso il punto
di non ritorno, analizzando nel dettaglio la struttura aziendale della più
grande industria farmaceutica del paese ed esumando lungo la strada i suoi inconfessabili segreti. La zuppa
d’illeciti preparata dal giornalista era condita con le spezie più aromatiche
messe a disposizione nell’elenco stilato dall’F.B.I. in relazione ai cosiddetti
white collar crimes: nel memoriale, infatti,
erano riportate una serie di manovre
lobbistiche fondate su mega fusioni/acquisizioni di competitors quotate in
borsa, volte all’ottenimento dei diritti sulle molecole strategiche per l’incremento
del business aziendale. A ciò si aggiungeva un numero considerevole di violazioni
brevettuali a danno di altre compagnie estere e una sfilza di campagne
marketing illegali, atte a sponsorizzare l’uso off-label di almeno dieci
farmaci per un intervallo di tempo non inferiore ai due lustri. Il tutto era infarcito
da un turbinio di tangenti e agevolazioni in favore di un pacchetto di oltre
diecimila operatori sanitari americani e otto strutture ospedaliere, tutti
pronti ad assicurare la propria connivenza tramite prescrizioni illegittime dei
prodotti commercializzati dal colosso farmaceutico. Ma tutto questo
rappresentava soltanto la prima parte del testo. Nello sviluppo centrale del
suo scritto, Griffith aveva cambiato argomentazioni ed era passato all’analisi
dei più grossi flop economici realizzati dal reparto R&S della SunLab Inc.
Per
introdurre al meglio le sue tesi, il giornalista aveva pensato bene di citare
il nome e il lavoro dell’ ex-amante Sara Gouldstein, informando i lettori che i
dati e le tabelle presenti a quel punto dell’opera provenivano da un pericoloso
lavoro di spionaggio aziendale, portato avanti della bioricercatrice e
racchiuso in un CD il cui valore superava ogni tipo d’immaginazione. Le griglie
di dati erano suddivise per target e a corredo di ognuna venivano riportare
alcune righe estratte dallo studio dei risultati effettuato da parte della
bella Sara. La quantità di dollari mandati in fumo tramite ricerche infruttuose
rappresentava una cifra da capogiro: con la sospensione degli studi sul
Torcerfrin, un prototipo di nuovo anticolesterolo, nel 2006 il colosso
industriale aveva dovuto sostenere un danno economico di oltre 800 milioni di $.
L’anno successivo era stata la volta dell’Insular, nuovo progetto di insulina
inalatoria che aveva causato un buco di ulteriori 560 milioni, mentre in
contemporanea la società era stata costretta a ritirare dal mercato un
antileucemico di cui era stata dimostrata l’inefficacia. E ancora, il favoloso
reparto R&S aveva arrestato uno
studio pediatrico sull’antipsicotico Germinal per l’insorgenza di gravi effetti
collaterali.
Prima
di chiudere la carrellata degli insuccessi ed arrivare alle battute finali del
libro, Warren era riuscito anche a citare l’esperienza vissuta in prima persona
dalla Gouldstein mentre era impegnata con le ricerche sull’anticoagulante apixaban, sottolineando il suo
inspiegabile trasferimento nei laboratori del Livello III del complesso delle
Giralda Farms come premio per aver notificato la propria perplessità a riguardo
dello sviluppo e della commercializzazione della molecola. Nelle ultime
quaranta pagine, The Backlash rivelava
ai suoi lettori una vicenda assurda, di una gravità inaudita semmai ne fosse
stata confermata appieno la veridicità.
«Per poter affrontare questo argomento, il
sottoscritto ha dovuto superare ostacoli e reticenze di ogni sorta» preludeva
caustico il navigato reporter del Post. «In
anni e anni di lavoro sul campo, ho avuto la fortuna e l’intelligenza di
riuscire a stringere una fitta rete di amicizie nelle diverse istituzioni che
regolano il complesso ordinamento sociale del nostro Paese. Beh, credetemi
quando vi assicuro che ho dovuto sfruttarle tutte per poter essere in grado di
documentarmi a dovere sull’incredibile vergogna di cui sto per parlarvi.
Questa è la storia di un
crimine indicibile, un’ignobile prevaricazione che illumina lo svilimento dei
diritti umani in ragione della sete di potere. Questa che state per leggere è
la storia dei bambini di Isiro.»
La vicenda risaliva al
1999 e si apriva con un’ epidemia particolarmente grave di meningite di tipo cerebrospinale che
era scoppiata tra il febbraio e l’agosto di quell’anno nel distretto di Isiro,
situato nel nordest della Repubblica Democratica del Congo. Nel corso del grave
contagio si erano registrati 111.234 casi con 13.014 morti, per un tasso di
letalità pari al 10,7%. Il caso si era profilato da subito come la più grave pandemia
di meningite verificatisi in Africa nel corso del XX secolo, tanto che per
porla sotto controllo erano stati necessari oltre tre mesi di sforzi congiunti
da parte di una task force internazionale, istituita tra gli altri dal Ministero
federale della sanità,dall’OMS, dall'UNICEF, dalla Croce Rossa Internazionale e affiancata da numerose organizzazioni non governative. «Anche la SunLab Inc. intervenne» scriveva con velata ironia il
reporter « e si prodigò da subito per
donare medicinali, attrezzature e materiali vari adatti per trattare le
concomitanti epidemie di colera e morbillo.» Tuttavia, secondo quanto gli
era stato riferito da ex funzionari sanitari congolesi a conoscenza dei fatti e
dal direttore del Fatighi Isiro General Hospital, l’intervento del colosso
farmaceutico non si era limitato alla sola assistenza dei contagiati. «I ricercatori della SunLab Inc. avrebbe
infatti selezionato 200 bambini infetti e li avrebbe ospitati in apposite
strutture alle quali potevano accedere solo i dipendenti» spiegava accorato
il reporter. «Quindi i piccoli pazienti sarebbero stati suddivisi in due tronconi di
99 e 101 unità. Quelli del primo gruppo
sarebbe stati curati tramite somministrazione di un alto dosaggio di Revisol,
mentre sui restanti 101 sarebbe stata avviata una sperimentazione con un bassa posologia
di Natrixone.» Neanche a dirlo, i brevetti di entrambi i farmaci
appartenevano al colosso americano ma non avevano ancora trovato conferma di
validità rispetto alle terapie già note e utilizzate. In aggiunta, da alcune
rivelazioni era risultato che l’attività di sperimentazione non era stata
preventivamente concordata né con le competenti autorità congolesi, né con i
genitori dei bambini ammalati e che durante il suo decorso 11 bambini erano
morti e altri avevano subito danni permanenti quali malformazioni, cecità e
paralisi. «Ai pazienti non responder –
quelli che non sembravano aver risposto all’effetto del farmaco – il medicinale
non venne mai sospeso e sostituito dalla cura tradizionale, contrariamente alle
regole etiche valide in ogni tipologia di studio scientifico sperimentale. Jean
Baptiste, responsabile sanitario di Medici Senza Frontiere al quale il team di
Isiro aveva l’obbligo di riferire gli sviluppi dell’epidemia, ha dichiarato in
una nostra conversazione telefonica: Di
quei giorni ricordo l’odore del panico che mi bruciava le narici. L’ospedale
era avvolto in un tanfo di morte, i corridoi invasi da pazienti gravemente
ammalati. Tutti nel team erano scioccati dal fatto che la SunLab continuasse il
suo cosiddetto lavoro scientifico nel mezzo dell’inferno. Per me dovrebbero
essere arrestati al pari dei criminali di guerra. Hanno deciso di condurre test
per un antibiotico non approvato su bambini la cui vita era appesa a un filo,
mentre la gravità della situazione avrebbe richiesto l’uso di un protocollo di
cura conosciuto ed efficace.»

Nessun commento:
Posta un commento