Alla fine di Oak Street, l’Aston Martin svoltò a sinistra e percorse gli ultimi cinquanta metri avanzando a passo d’uomo. Prima di avvicinarsi al cancello della villa, l’irlandese arrestò il veicolo all’ombra dei platani che delimitavano l’imbocco del piazzale d’accesso e stette per qualche secondo ad osservare la sua faccia riflessa nello specchietto dell’aletta parasole. La coppola calzava a pennello sulla fila di riccioli brizzolati e la barba nera era folta e uniforme. Solo le grinze agli angoli degli occhi sembravano velare appena la sua espressione dignitosa. Dopo essersi sistemato il nodo alla cravatta, l’irlandese riaccese il motore dell’auto e accostò a un palmo dalla torretta del citofono esterno. Il finestrino sparì con un ronzio elettrico all’interno della portiera e il freddo secco del primo pomeriggio investì in pieno l’abitacolo della Aston.
Non appena l’uomo pigiò il pulsante di conversazione, una spia luminosa prese a lampeggiare a lato della telecamera mobile installata sulla torretta.
«Chi è?» domandò una voce mascolina dall’altoparlante.
L’irlandese poggiò il gomito sinistro sul bordo dello sportello e sporse il capo verso il citofono.
«Mi chiamo Jeffrey Borrowitz e ho un appuntamento con il dottore.»
Con uno scatto secco, la telecamera s’inclinò per inquadrare il viso del visitatore. «Mr. Johnson la stava aspettando» replicò atona la voce. «Superato il vialetto, parcheggi accanto alla Range Rover e prenda le scale alla sua destra.»
Nel momento in cui la comunicazione s’interruppe, i battenti del cancello cominciarono a ruotare automaticamente e l’uomo al volante attese che si addossassero ai sostegni esterni del muro perimetrale, prima di infilare il muso della spider oltre il limite della proprietà. Quello che la voce al citofono aveva definito vialetto era in realtà una driveway entrance immersa in un giardino di dimensioni smisurate. Il percorso era una serpentina lunga un’ottantina di metri, interamente costituito di ghiaia e pietrisco, e ai lati era delimitato da bassi cordoli di cemento dai quali si dipartivano dei graziosi prati inglesi abbelliti con fioriere e statuette di marmo. In corrispondenza del portone della villa, il tracciato spanciava in uno slargo circolare al centro del quale campeggiava una stupenda fontana ovale a più livelli, con un getto d’acqua scrosciante che ne riempiva di continuo le vasche. Alle spalle dell’edificio, un’ampia porzione di terreno era occupata da alcuni filari di olmi e cipressi e, al centro del piccolo polmone verde, una bella piscina rettangolare cercava di nascondersi dagli sguardi indiscreti dei possibili visitatori. Un altro onesto cittadino americano pensò l’irlandese, parcheggiando l’Aston Martin accanto al Suv che gli era stato indicato. Come Beverly Hills per Los Angeles, gli Hamptons rappresentavano il fiore all’occhiello di Long Island ed era proprio fra i comuni di Southampton e East Hampton che i divi del cinema e della musica acquistavano le loro mega residenze da sogno.
Madonna, Alec Baldwin, Spielberg e perfino Roger Waters avevano deciso di trascorrere il loro tempo libero nell’opulenta tranquillità offerta dalla penisola di South Fork…Loro ed anche il dottor Jack Johnson, endocrinologo e gastroenterologo di fama internazionale, professore in numerose università di prestigio nonché primario in diverse cliniche specialistiche. L’ingresso principale della villa era anticipato da un piccolo patio colonnato dal soffitto a volta, tinteggiato con un bianco opalino così come il resto del corpo centrale dell’ edificio. Le mura delle strutture laterali, invece, erano rivestite da piastrelle grigie, in finta muratura, e richiamavano le tegole color ardesia dell’alta tettoia a spioventi che copriva l’intero sviluppo dell’abitazione. L’irlandese bussò il campanello e attese per circa un minuto che qualcuno si decidesse ad aprirgli. Mentre si apprestava a suonare di nuovo, un uomo sulla quarantina apparve sull’uscio e lo invitò ad entrare. «Buonasera, Mr. Borrowitz» esordì il tipo, «mi scusi per il ritardo. Il dottore la riceverà subito nel suo studio.»
Superata una piccola anticamera, l’ospite fu condotto in un lussuoso salone dal pavimento in gres porcellanato e da lì attraversò il corridoio di collegamento con l’ala occidentale del fabbricato. Il tizio che gli faceva strada disse di chiamarsi Harry ed era una specie di factotum pro tempore. «Di norma mi occupo dell’area verde intorno alla tenuta» chiarì nella sua parlantina veloce, «ma in attesa dei nuovi collaboratori domestici, cerco di rendermi utile come posso.»
Jack Johnson era una di quelle persone che utilizzano l’apparire come strumento per sciorinare l’idea che hanno costruito intorno alla percezione del loro essere. Il dottore era bravo e sapeva di esserlo. Erano gli altri a confermargli questa verità tramite le loro attestazioni di stima e la loro alta considerazione dei suoi pareri professionali. Ragion per cui, Johnson doveva apparire bravo, anzi, il migliore nel suo specifico ramo di competenza. Come gli era capitato durante le due occasioni precedenti, l’irlandese provò un’accennata sensazione di disgusto nel varcare la soglia del locale che lo specialista adibiva ad ufficio domestico. Invece dello studio casalingo di un professionista della medicina, quell’ambiente gli dava la ridicola impressione di essere a metà strada fra un tabernacolo votivo e il gabinetto di un ministro di Stato.
Johnson era seduto al suo scrittoio di legno massiccio, lungo quasi la metà della parete di fondo davanti al quale era stato piazzato, e una sequela interminabile di cornici dorate contenenti attestati, pergamene d’encomio e copertine di pubblicazioni, ricopriva senza soluzione di continuità la striscia d’intonaco sabbia che si estendeva alle sue spalle. «Ha portato gli esami per il riscontro?» esordì veloce lo specialista, sollevando appena gli occhi dalla cartellina che stava visionando.
Senza rispondere, l’irlandese aprì la sua valigetta nera e ne estrasse un fascicolo simile a quello di Johnson. «Buonasera» sillabò ostile, lasciando l’incartamento in un angolo della scrivania.
Il dottore notò il disappunto stampato sul volto del suo ospite, quindi cercò di rimediare alla meglio. «La prego, si sieda. Desidera del tè?»
«Semmai più tardi» replicò l’irlandese, accomodandosi ad una delle due poltrone di fronte a lui.
Lo specialista allungò la destra ossuta e raccolse il fascicolo contenente il nuovo elenco di esami. «Mi auguro di poterle dare una speranza, avvocato» disse, sfogliando le prime pagine esplicative dei test.
Nei pochi istanti di silenzio che seguirono, l’irlandese restò immobile a fissare l’espressione assorta del suo interlocutore. In preda ad un timore convulso, cercò di portare a galla nella sua mente scampoli di vecchie preghiere imparate da bambino. Se nei recessi più profondi del suo animo c’era ancora qualcosa che lo spingesse a credere in Dio, quello era di sicuro il momento giusto per invocare il suo aiuto.
«Dopo il nostro ultimo colloquio, ho studiato a fondo il caso di sua nipote, Mr. Borrowitz» prepose con voce impostata Johnson. «Purtroppo, la Cirrosi Biliare Primitiva è stata diagnosticata con evidente ritardo. La Colestasi ha superato da un pezzo il massimo livello di guardia e la biopsia ha confermato danni irreparabili al fegato. La malattia è entrata nello stato cronico e l’insufficienza epatica è a dir poco grave.»
L’irlandese irrigidì la mascella come un pugile sfinito che si prepara a riceve un gancio in pieno viso. «Mi dica che posso donare e prenderò il primo aereo per Dublino» replicò, dilaniato dall’ansia.
Il medico tornò a controllare l’esito delle analisi cliniche. Quindi prese a sfogliare la cartellina della giovane paziente, comparando valori da entrambi i fascicoli. «Direi che ci sono ottime probabilità» valutò di lì a poco, abbozzando un sorriso tranquillizzante.
«Tra Lei e sua nipote ci sono i presupposti ideali di compatibilità e il rischio di rigetto dovrebbe essere ridotto al minimo. Il trapianto da donatore vivente è ormai una prassi ben consolidata.»
Con le mani strette intorno ai braccioli della poltrona, l’irlandese inspirò a fondo e si liberò dallo stato di apnea nel quale il suo inconscio lo aveva catapultato durante il soliloquio di Johnson.
L’idea gli percuoteva le tempie con l’insistenza di un martello pneumatico. E più si scatenava nel suo pulsare, più vivida diventava la sensazione di quel calore sconosciuto che cominciava ad avviluppargli le pareti del cuore.
C’è ancora speranza, piccola Aurora.
Di colpo, l’avversione che aveva provato fin dal primo momento nei confronti del medico si tramutò in osannante venerazione e, in un istante, lo specialista altero e venale che aveva davanti a sé trasfigurò nella metafisica figura dell’uomo del miracolo.
«Con il suo permesso, vorrei passare subito la notizia al primario della clinica di Lifford.» commentò sollevato l’irlandese. «Per quale data devo prenotare i biglietti aerei?»
«Bisogna ancora valutare bene determinati aspetti, caro avvocato» precisò Johnson, ravviandosi i lunghi capelli grigi con le sue dita da pianista. «La bambina dovrà essere preparata all’intervento con una precisa cura farmacologica, Lei dovrà sottoporsi ad un ultima sessione di analisi e io avrò da riorganizzare la mia agenda d’impegni, dovrò illustrare l’intero iter procedurale ai miei assistenti. E poi…»
«Poi cosa?» l’incalzò infervorato l’irlandese.
Il dottore incrociò le mani, poggiandole sulla scrivania, e si staccò dallo schienale della sua poltrona schiarendosi la voce. «Non abbiamo ancora definito la questione economica, avvocato. Un trapianto d’urgenza in un altro Stato mi costringerebbe quanto meno a rivedere il mio intero programma lavorativo: dovrei posticipare tutta una serie di consulti e conferenze, senza menzionare il rinvio di operazioni con pazienti che sono in lista da mesi. Ho uno staff d’eccellenza che dovrebbe spostarsi con me per coadiuvarmi nell’intervento e si tratterebbe di un soggiorno forzato di almeno una settimana.»
«Quanto» s’informò atono l’irlandese.
Johnson finse di valutare la situazione per qualche secondo. «300 mila. Più il rimborso delle spese di viaggio» azzardò quindi a mezza voce, confidando che le sue parole avessero infuso parecchia speranza nell’animo dell’interlocutore.
Il fantomatico avvocato si grattò il sottile lembo di pelle che gli ricopriva il pomo d’adamo. I suoi occhi fissavano i tratti regolari del viso del medico con un’intensità incredibile, quasi come se stesse cercando di metterne a nudo i pensieri con la sola forza dello sguardo.
«Non è un problema» asserì, schiudendo appena le labbra. «Giri le sue coordinate bancarie al mio contatto di Belfast e riceverà un anticipo del 30%. Ora però mi dica entro quanto potremo lasciare il paese.»
«Nell’attesa dei risultati delle sue ultime analisi, mi conceda una settimana per organizzare l’equipe e il mio studio di New York.»
L’irlandese si limitò ad annuire con aria pensierosa. «Allora aspetterò una sua telefonata, dottore» concluse, alzandosi dalla poltrona e recuperando la sua ventiquattrore. A quel punto salutò velocemente Johnson e si diresse verso la soglia dell’ufficio. Avrebbe dovuto sentirsi leggero e con il cuore impregnato di ottimismo e felicità…Eppure c’era qualcosa che lo turbava: uno strano, inspiegabile presentimento che lo spingeva a rimanere vigile e a guardarsi continuamente le spalle.

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