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sabato 23 luglio 2011

PBC


Alla fine di Oak Street, l’Aston Martin svoltò a sinistra e percorse gli ultimi cinquanta metri avanzando a passo d’uomo. Prima di avvicinarsi al cancello della villa, l’irlandese arrestò il veicolo all’ombra dei platani che delimitavano l’imbocco del piazzale d’accesso e stette per qualche secondo ad osservare la sua faccia riflessa nello specchietto dell’aletta parasole. La coppola calzava a pennello sulla fila di riccioli brizzolati e la barba nera era folta e uniforme. Solo le grinze agli angoli degli occhi sembravano velare appena la sua espressione dignitosa. Dopo essersi sistemato il nodo alla cravatta, l’irlandese riaccese il motore dell’auto e accostò a un palmo dalla torretta del citofono esterno. Il finestrino sparì con un ronzio elettrico all’interno della portiera e il freddo secco del primo pomeriggio investì in pieno l’abitacolo della Aston.
Non appena l’uomo pigiò il pulsante di conversazione, una spia luminosa prese a lampeggiare a lato della telecamera mobile installata sulla torretta.
«Chi è?» domandò una voce mascolina dall’altoparlante.
L’irlandese poggiò il gomito sinistro sul bordo dello sportello e sporse il capo verso il citofono.
«Mi chiamo Jeffrey Borrowitz e ho un appuntamento con il dottore.»
Con uno scatto secco, la telecamera s’inclinò per inquadrare il viso del visitatore. «Mr. Johnson la stava aspettando» replicò atona la voce. «Superato il vialetto, parcheggi accanto alla Range Rover e prenda le scale alla sua destra.»
Nel momento in cui la comunicazione s’interruppe, i battenti del cancello cominciarono a ruotare automaticamente e l’uomo al volante attese che si addossassero ai sostegni esterni del muro perimetrale, prima di infilare il muso della spider oltre il limite della proprietà. Quello che la voce al citofono aveva definito vialetto era in realtà una driveway entrance immersa in un giardino di dimensioni smisurate. Il percorso era una serpentina lunga un’ottantina di metri, interamente costituito di ghiaia e pietrisco, e ai lati era delimitato da bassi cordoli di cemento dai quali si dipartivano dei graziosi prati inglesi abbelliti con fioriere e statuette di marmo. In corrispondenza del portone della villa, il tracciato spanciava in uno slargo circolare al centro del quale campeggiava una stupenda fontana ovale a più livelli, con un getto d’acqua scrosciante che ne riempiva di continuo le vasche. Alle spalle dell’edificio, un’ampia porzione di terreno era occupata da alcuni filari di olmi e cipressi e, al centro del piccolo polmone verde, una bella piscina rettangolare cercava di nascondersi dagli sguardi indiscreti dei possibili visitatori. Un altro onesto cittadino americano pensò l’irlandese, parcheggiando l’Aston Martin accanto al Suv che gli era stato indicato. Come Beverly Hills per Los Angeles, gli Hamptons rappresentavano il fiore all’occhiello di Long Island ed era proprio fra i comuni di Southampton e East Hampton che i divi del cinema e della musica acquistavano le loro mega residenze da sogno.
Madonna, Alec Baldwin, Spielberg e perfino Roger Waters avevano deciso di trascorrere il loro tempo libero nell’opulenta tranquillità offerta dalla penisola di South Fork…Loro ed anche il dottor Jack Johnson, endocrinologo e gastroenterologo di fama internazionale, professore in numerose università di prestigio nonché primario in diverse cliniche specialistiche. L’ingresso principale della villa era anticipato da un piccolo patio colonnato dal soffitto a volta, tinteggiato con un bianco opalino così come il resto del corpo centrale dell’ edificio. Le mura delle strutture laterali, invece, erano rivestite da piastrelle grigie, in finta muratura, e richiamavano le tegole color ardesia dell’alta tettoia a spioventi che copriva l’intero sviluppo dell’abitazione. L’irlandese bussò il campanello e attese per circa un minuto che qualcuno si decidesse ad aprirgli. Mentre si apprestava a suonare di nuovo, un uomo sulla quarantina apparve sull’uscio e lo invitò ad entrare. «Buonasera, Mr. Borrowitz» esordì il tipo, «mi scusi per il ritardo. Il dottore la riceverà subito nel suo studio.»
Superata una piccola anticamera, l’ospite fu condotto in un lussuoso salone dal pavimento in gres porcellanato e da lì attraversò il corridoio di collegamento con l’ala occidentale del fabbricato. Il tizio che gli faceva strada disse di chiamarsi Harry ed era una specie di factotum pro tempore. «Di norma mi occupo dell’area verde intorno alla tenuta» chiarì nella sua parlantina veloce, «ma in attesa dei nuovi collaboratori domestici, cerco di rendermi utile come posso.»
Jack Johnson era una di quelle persone che utilizzano l’apparire come strumento per sciorinare l’idea che hanno costruito intorno alla percezione del loro essere. Il dottore era bravo e sapeva di esserlo. Erano gli altri a confermargli questa verità tramite le loro attestazioni di stima e la loro alta considerazione dei suoi pareri professionali. Ragion per cui, Johnson doveva apparire bravo, anzi, il migliore nel suo specifico ramo di competenza. Come gli era capitato durante le due occasioni precedenti, l’irlandese provò un’accennata sensazione di disgusto nel varcare la soglia del locale che lo specialista adibiva ad ufficio domestico. Invece dello studio casalingo di un professionista della medicina, quell’ambiente gli dava la ridicola impressione di essere a metà strada fra un tabernacolo votivo e il gabinetto di un ministro di Stato.
Johnson era seduto al suo scrittoio di legno massiccio, lungo quasi la metà della parete di fondo davanti al quale era stato piazzato, e una sequela interminabile di cornici dorate contenenti attestati, pergamene d’encomio e copertine di pubblicazioni, ricopriva senza soluzione di continuità la striscia d’intonaco sabbia che si estendeva alle sue spalle. «Ha portato gli esami per il riscontro?» esordì veloce lo specialista, sollevando appena gli occhi dalla cartellina che stava visionando.
Senza rispondere, l’irlandese aprì la sua valigetta nera e ne estrasse un fascicolo simile a quello di Johnson. «Buonasera» sillabò ostile, lasciando l’incartamento in un angolo della scrivania.
Il dottore notò il disappunto stampato sul volto del suo ospite, quindi cercò di rimediare alla meglio. «La prego, si sieda. Desidera del tè?»
«Semmai più tardi» replicò l’irlandese, accomodandosi ad una delle due poltrone di fronte a lui.
Lo specialista allungò la destra ossuta e raccolse il fascicolo contenente il nuovo elenco di esami. «Mi auguro di poterle dare una speranza, avvocato» disse, sfogliando le prime pagine esplicative dei test.
Nei pochi istanti di silenzio che seguirono, l’irlandese restò immobile a fissare l’espressione assorta del suo interlocutore. In preda ad un timore convulso, cercò di portare a galla nella sua mente scampoli di vecchie preghiere imparate da bambino. Se nei recessi più profondi del suo animo c’era ancora qualcosa che lo spingesse a credere in Dio, quello era di sicuro il momento giusto per invocare il suo aiuto.
«Dopo il nostro ultimo colloquio, ho studiato a fondo il caso di sua nipote, Mr. Borrowitz» prepose con voce impostata Johnson. «Purtroppo, la Cirrosi Biliare Primitiva è stata diagnosticata con evidente ritardo. La Colestasi ha superato da un pezzo il massimo livello di guardia e la biopsia ha confermato danni irreparabili al fegato. La malattia è entrata nello stato cronico e l’insufficienza epatica è a dir poco grave.»
L’irlandese irrigidì la mascella come un pugile sfinito che si prepara a riceve un gancio in pieno viso. «Mi dica che posso donare e prenderò il primo aereo per Dublino» replicò, dilaniato dall’ansia.
Il medico tornò a controllare l’esito delle analisi cliniche. Quindi prese a sfogliare la cartellina della giovane paziente, comparando valori da entrambi i fascicoli. «Direi che ci sono ottime probabilità» valutò di lì a poco, abbozzando un sorriso tranquillizzante.
«Tra Lei e sua nipote ci sono i presupposti ideali di compatibilità e il rischio di rigetto dovrebbe essere ridotto al minimo. Il trapianto da donatore vivente è ormai una prassi ben consolidata.»
Con le mani strette intorno ai braccioli della poltrona, l’irlandese inspirò a fondo e si liberò dallo stato di apnea nel quale il suo inconscio lo aveva catapultato durante il soliloquio di Johnson.
L’idea gli percuoteva le tempie con l’insistenza di un martello pneumatico. E più si scatenava nel suo pulsare, più vivida diventava la sensazione di quel calore sconosciuto che cominciava ad avviluppargli le pareti del cuore.
C’è ancora speranza, piccola Aurora.
Di colpo, l’avversione che aveva provato fin dal primo momento nei confronti del medico si tramutò in osannante venerazione e, in un istante, lo specialista altero e venale che aveva davanti a sé trasfigurò nella metafisica figura dell’uomo del miracolo.
«Con il suo permesso, vorrei passare subito la notizia al primario della clinica di Lifford.» commentò sollevato l’irlandese. «Per quale data devo prenotare i biglietti aerei?»
«Bisogna ancora valutare bene determinati aspetti, caro avvocato» precisò Johnson, ravviandosi i lunghi capelli grigi con le sue dita da pianista. «La bambina dovrà essere preparata all’intervento con una precisa cura farmacologica, Lei dovrà sottoporsi ad un ultima sessione di analisi e io avrò da riorganizzare la mia agenda d’impegni, dovrò illustrare l’intero iter procedurale ai miei assistenti. E poi…»
«Poi cosa?» l’incalzò infervorato l’irlandese.
Il dottore incrociò le mani, poggiandole sulla scrivania, e si staccò dallo schienale della sua poltrona schiarendosi la voce. «Non abbiamo ancora definito la questione economica, avvocato. Un trapianto d’urgenza in un altro Stato mi costringerebbe quanto meno a rivedere il mio intero programma lavorativo: dovrei posticipare tutta una serie di consulti e conferenze, senza menzionare il rinvio di operazioni con pazienti che sono in lista da mesi. Ho uno staff d’eccellenza che dovrebbe spostarsi con me per coadiuvarmi nell’intervento e si tratterebbe di un soggiorno forzato di almeno una settimana.»
 «Quanto» s’informò atono l’irlandese.
Johnson finse di valutare la situazione per qualche secondo. «300 mila. Più il rimborso delle spese di viaggio» azzardò quindi a mezza voce, confidando che le sue parole avessero infuso parecchia speranza nell’animo dell’interlocutore.
Il fantomatico avvocato si grattò il sottile lembo di pelle che gli ricopriva il pomo d’adamo. I suoi occhi fissavano i tratti regolari del viso del medico con un’intensità incredibile, quasi come se stesse cercando di metterne a nudo i pensieri con la sola forza dello sguardo.
«Non è un problema» asserì, schiudendo appena le labbra. «Giri le sue coordinate bancarie al mio contatto di Belfast e riceverà un anticipo del 30%. Ora però mi dica entro quanto potremo lasciare il paese.»
«Nell’attesa dei risultati delle sue ultime analisi,  mi conceda una settimana per organizzare l’equipe e il mio studio di New York.»
L’irlandese si limitò ad annuire con aria pensierosa. «Allora aspetterò una sua telefonata, dottore» concluse, alzandosi dalla poltrona e recuperando la sua ventiquattrore. A quel punto salutò velocemente Johnson e si diresse verso la soglia dell’ufficio. Avrebbe dovuto sentirsi leggero e con il cuore impregnato di ottimismo e felicità…Eppure c’era qualcosa che lo turbava: uno strano, inspiegabile presentimento che lo spingeva a rimanere vigile e a guardarsi continuamente le spalle.    

martedì 19 luglio 2011

Keep in "Touch"



La musica rimbombava assordante dal palchetto metallizzato che affacciava direttamente sulla consolle del DJ. Le luci stroboscopiche riducevano la pista del Touch ad una serie di ossessionanti fotogrammi fluorescenti, caotici e ridondanti tra il luccichio di paillettes e il riflesso delle pareti specchiate.
Simpatia poggiò i gomiti sulla spalletta della balconata. Quindi si sporse in avanti, cercando di inghiottire quanta più aria possibile. Proprio in quell’istante la macchina del fumo rilasciò la sua nube vaporosa sugli occupanti della sala da ballo e un intenso odore incensato risalì velocemente verso l’alto, investendo i locali dei privè al livello superiore. Gli occhi arrossati per l’inaspettata sorpresa, Frank imprecò sottovoce e mosse i primi passi verso il comodo sofà disposto lungo la parete di fondo della galleria, passandosi sulla fronte il bordo gelato del bicchiere contenente il terzo rhum e menta.
Louis conversava sottovoce con la sua nuova amichetta, una bionda rifatta dalle gambe chilometriche e con un nasino alla francese che donava un candido tocco naive al suo aspetto da copertina. Stravaccato nel divano in ecopelle  color sabbia, Gallo stringeva in una mano una coppa di Cristal e di tanto in tanto sfiorava con le labbra l’orecchio della procace compagnia. A qualche palmo di distanza sulla sua destra, una rossa in shorts, camperos e camicetta attillata lanciava occhiate malevole al bell’imbusto scostante e presuntuoso che a stento le aveva rivolto la parola da quando avevano messo piede nel Touch.
In fondo il problema non era lei. Semplicemente, Simpatia non era il tipo adatto per quel genere di incontri. Frank odiava le disco e i nightclub, i ristoranti italiani di lusso e i fiumi di champagne nel pieno della notte. Appena giunto in città aveva provato a modificare i suoi gusti, cercando di conformarsi alla stile di vita della grande metropoli. Inutile dirlo, dopo appena un paio di mesi la buona volontà era andata a farsi benedire, così come la voglia di ritrovarsi ogni volta con la testa irrimediabilmente martellata dall’emicrania e l’intimo di una sconosciuta arrotolato fra le lenzuola del divano-letto.
«Hai un minuto, Louis?» ululò l’agente Tomos, sforzandosi di superare il fracasso infernale pompato dall’impianto audio del club.
«Qualcosa non va? Bevi un po’ di champagne, amico mio» ribatté Gallo con aria allegramente inebetita.
«Dobbiamo parlare, e preferirei farlo adesso» sentenziò irritato Simpatia. Avrebbe voluto aggiungere un brutto stronzo  liberatorio alla sua affermazione, tuttavia si guardò dal farlo. In fin dei conti, conosceva bene le abitudini del suo amico e forse quell’epiteto sarebbe stato più consono rivolgerlo a se stessi per la dabbenaggine con la quale aveva accettato quell’incontro notturno.
«Di qualsiasi cosa si tratti, ne parleremo stasera al Touch» aveva esclamato entusiasta Louis durante la telefonata mattutina. «Ho agganciato due sorelle niente male e devo assolutamente castigarne una. Tu intrattieni l’altra, ce la spassiamo un po’ e a fine serata mi racconti l’intera faccenda. Non puoi rifiutare, Frank. Sei sparito di colpo e dovrei ancora avercela con te.»
Simpatia aveva accettato l’invito senza rifletterci troppo sopra. Ora, in contropartita, le palle gli erano diventate turgide abbastanza da fargli male.
Gallo si scusò con Molly, la bambolina ossigenata con le tette a pressione, quindi si sistemò il completo bianco di Armani e seguì Tomos oltre una tenda di velluto rosso. Abbandonato il privè, i due si ritrovarono avvolti dalla lieve penombra dello stretto corridoio che conduceva verso la zona toilettes del primo piano.
«Che cazzo ti prende, Frank?» esordì tra il sorpreso e il contrariato Louis. All’interno di quella specie di budello dal soffitto a volta, la musica giungeva ovattata e lontana. Immerse in un soffuso riverbero azzurrino, prodotto da una serie di lanterne a led in stile orientale, alcune coppie di giovani si scambiavano baci e tastatine a pochi metri dalla scala di collegamento al piano inferiore.
«Mi sono rotto i coglioni di cazzeggiare» sbottò Simpatia accendendosi l’ennesima sigaretta della serata. «Accompagniamo le tipe e andiamo a casa mia. Mi hanno affidato il caso dell’attentatore seriale: ho due giorni per tirar su una piccola task force e rendere tutti gli elementi operativi. Il Segretario Generale controllerà di persona l’operato della nostra sezione e il capo sta già cominciando a mordermi la coda.» 

domenica 3 luglio 2011

Volo 37 : New York - Detroit


Louis aveva già cominciato a pentirsi di quell’idea del cavolo ancor prima che il tassista caricasse il suo borsone da viaggio nel cofano della Ford.
Iniziare la settimana nella neve del Michigan era l’ultimo dei suoi desideri eppure, in preda allo stallo domenicale, l’indesiderato numero 1 della N.S.A. non aveva intravisto altra soluzione se non quella di partire alla volta di Ann Arbor[1], la città degli studenti.  
Nel breve colloquio telefonico del pomeriggio, l’ex ambasciatore siriano si era dimostrato un tipo tutt’altro che diplomatico. «Non conosco il motivo della sua richiesta, agente» aveva sentenziato a muso duro Marzouk Al Safihd, «ne  tanto meno fingerò di mostrarmi interessato alla cosa. Tuttavia, qualsiasi indagine Lei stia seguendo, posso assicurarle che ho provveduto io stesso ad estinguere l’unico deposito bancario di cui beneficiava mio figlio. Ora mi scusi, ma sono parecchio impegnato.»
Per come si era conclusa la chiamata, ipotizzare una qualsiasi collaborazione da parte della famiglia di Tarek era sicuramente da escludere. L’unica strada che ancora restava da percorrere era quella di provare a rovistare fra le conoscenze universitarie del giovane siriano, con la speranza di non trovarsi di fronte ad un altro buco nell’acqua. Dopo aver imboccato Atlantic Avenue, il taxi era giunto in poco tempo al Green Parking del JFK Airport e da lì Louis aveva aspettato nel gate del secondo terminal il volo 37 dell’American Airlines per Detroit. Dopo due ore di attesa tra accettazione e controlli, il collaboratore federale se ne era sorbite altre tre di viaggio e infine era sbarcato al Metropolitan Wayne County Airport intorno alla mezzanotte di domenica.
Il motel in cui aveva scelto di alloggiare non era altro che una vecchia fattoria immersa nelle campagne di Romulus, un sobborgo rurale nei dintorni dell’aeroporto.   
L’impressione di finta accoglienza emanata in lontananza  dalla cascina svaniva non appena i clienti mettevano piede all’interno delle camere. Quanto a grandezza, di sicuro non lasciavano a desiderare, ma per il resto erano merdose come poche altre al mondo. Le pareti del bagno erano rigonfie d’umidità e un insopportabile tanfo di muffa impregnava l’aria al suo interno. I sifoni dell’acqua gemevano pericolosamente nel cuore della notte e l’impianto di riscaldamento entrava in funzione ad intermittenza. Il doppio materasso del letto matrimoniale era duro e bitorzoluto come una scultura ricavata nella roccia e le lenzuola che lo coprivano erano infeltrite e puzzavano di sudore. Alle prime luci dell’alba di lunedì, snervato dall’insopportabile dormiveglia, Louis aveva abbandonato quel cesso di stanza senza pagare il pernottamento e si era messo alla guida del Suv noleggiato all’aeroporto, in modo da raggiungere Ann Arbor in orario da colazione. Dopo essersi rimpinzato con bacon fritto, toast imburrati e pancakes alle more, Gallo aveva consumato un ultimo doppio espresso nello snack bar di Vinewood Boulevard, quindi si era spostato nella zona nord orientale della cittadina. L’università del Michigan era costituita da un esteso complesso di strutture, distribuite a scacchiera fra le macchie di verde dei campus. Le sedi delle diverse facoltà sorgevano tutte a poche centinaia di metri l’una dall’altra eppure erano  intervallate da numerose biblioteche, musei, circoli culturali, confraternite e da una quantità impressionante di librerie. Quando Louis era riuscito a mettere piede nell’ufficio del professor Regins, decano della facoltà di Storia dell’Arte, erano ormai passate le dieci e la fitta pioggerellina del mattino era diventata un insistente acquazzone invernale.
Tarchiato e con la chierica bianca, Regins era un uomo disponibile e dalla parlantina veloce. Non appena saputo il motivo di quella strana visita da parte dei federali, l’omino si era prodigato in un’accurata descrizione dei fatti relativi al suicidio del giovane siriano. « Io ho cercato di gestire al meglio la situazione di fronte alla stampa» aveva spiegato con finta modestia il decano, «e ho collaborato, per quanto potevo, alla breve indagine condotta dalle forze di polizia locali. Ricordo che in quella settimana si respirava un’aria surreale all’interno della facoltà. Purtroppo non conoscevo di persona quel ragazzo quindi non saprei cosa dirle. Però, ora che ci penso, potrebbe ascoltare il professor Connelly e Yanni Kellers: loro sapranno sicuramente esserle di maggior aiuto.»
Uscito dallo studio del preside, Louis si era diretto spedito negli uffici della Segreteria per conoscere l’orario delle lezioni tenute da Connelly. «Il lunedì è il suo giorno di riposo» si era sentito dire da una procace studentessa dell’ultimo anno, una di quelle che arrotondano facendosi assumere part-time negli uffici amministrativi dell’università tramite conoscenze. «Di solito resta nei dintorni per via del suo problema alla gamba. A quest’ora sarà di sicuro nella biblioteca del museo di Archeologia.»
Il professore di Arti visive e cultura giapponese Arthur Connelly era uno di quei tipi per i quali l’aggettivo eclettico viene utilizzato come affettuoso sinonimo di strampalato. Ad una prima occhiata, Gallo aveva pensato che il tale fosse affetto da una lieve forma di schizofrenia. Connelly somigliava in maniera inverosimile a Dan Brown, almeno dal collo in su. Nell’insieme, invece, era come se uno scherzo della natura si fosse divertito a staccare la testa al famoso autore di best seller, poggiandola sulla mole smisurata di un lottatore di sumo con un evidente problema di zoppia.
Superando l’atrio della biblioteca, Gallo l’aveva trovato immerso in un silenzio certosino mentre, seduto ad un lungo pancone ingombro di volumi d’arte contemporanea, prendeva appunti su una agenda verde agitando di continuo la testa in un incessante tic nervoso.
Per convincerlo ad interrompere la sua ricerca, Louis aveva dovuto mostrargli il tesserino fasullo che conservava sempre nella tasca interna del marsupio. «Non la tratterrò molto» aveva assicurato Gallo, affiancando la sagoma impacciata di Connelly mentre imboccavano il corridoio d’uscita. «Giusto il tempo di offrirle un caffè, che ne dice?»
Durante la permanenza allo snack bar del museo, oltre a mostrare un leggero appetito, il professore aveva cominciato anche a sciogliere la lingua.
Tarek era stato uno dei pochi studenti a chiedergli di far da relatore all’elaborato di tesi sul quale stava cominciando a lavorare. Il siriano aveva deciso di portare avanti un’analisi dettagliata dell’architettura islamica nei secoli, con particolari riferimenti al periodo embrionale persiano - sassanide. «Era un giovane particolare» aveva commentato Connelly, cercando di non strozzarsi mentre ingoiava un croissant per intero. «Volenteroso, certo, ma introverso e forse con qualche problemino di adattamento.» Detta da lui, quella frase era sembrata una barzelletta.
«Aveva un’aria perennemente dimessa, era taciturno e penso di non averlo mai incrociato in compagnia di qualche altro compagno di corso. Era come se qualcosa lo impensierisse di continuo.» Prima di ritornare alle sue ricerche, la mutazione genetica di Dan Brown aveva confermato le parole di Regins a riguardo della dinamica del suicidio. «Si, è stato il suo vecchio coinquilino a chiamare i paramedici. E’ un mezzo sovietico che sta a parcheggio qui alla Michigan da anni: Mi pare debba chiamarsi Kellis o giù di lì. Comunque, Tarek si è tagliato le vene mentre era nella vasca da bagno. La faccenda ha fatto il giro del paese e per un paio di giorni le testate giornalistiche locali hanno gironzolato nei dintorni della facoltà. Dicono che forse è stata una delusione amorosa. Io però ne dubito: noi ipocondriaci non abbiamo tempo per questo genere di stupidaggini.»
Varcata la soglia del museo in un turbinio di acqua e vento, Louis era corso dritto al Suv ed aveva rifatto la strada a ritroso, infilando la prima traversa sulla sinistra per raggiungere le residenze universitarie di Tappen Avenue. Secondo le indicazioni fornite dal preside Regins, rintracciare Yanni Kellers non sarebbe stato un problema. Dopo il bagno nel sangue di Tarek, il suo coinquilino aveva preferito trasferirsi in un appartamento a pochi passi dalla facoltà di Giurisprudenza. «Mi sono interessato personalmente di trovargli una nuova sistemazione» aveva chiarito il decano. «Dopo l’incidente, aveva qualche problema a trovare un nuovo affittuario.»
Kellers rappresentava l’ultima carta da giocare e dall’esito di quell’incontro dipendeva la riuscita del suo breve viaggio in Michigan. Per quanto ne sapeva, Tarek era un ragazzo solitario, una specie di misantropo, e solo il suo ex coinquilino avrebbe potuto rivelare qualcosa d’interessante su cui lavorare nel corso delle indagini.
Seguendo le indicazioni di alcuni studenti, Louis era riuscito a beccare al primo colpo lo stabile dove alloggiava Kellers. Dieci minuti dopo aver parcheggiato il fuoristrada davanti la sede dei Delta Delta Delta, Gallo era già seduto al tavolo del monolocale preso in affitto dal ragazzo. Yanni era un ragazzone palestrato di un metro e novanta, con i capelli rasati e l’avambraccio sinistro zeppo di tatuaggi. Fintanto che restava zitto e immobile, chiunque l’avrebbe scambiato per uno di quei mastini tanto cari alla mala russa. Appena apriva bocca, però, lo scenario cambiava radicalmente... La mafiya non accettava gay nel suo organigramma.
«E’ un piacere poterla aiutare, agente» aveva affermato in tono delicato il giovanotto, lasciandosi sedurre dai tratti decisi e dal volto abbronzato di Louis. «Sono a sua completa disposizione…»
Aumentando la distanza di sicurezza, Gallo si era alzato dalla sedia e, poggiandosi al mobiletto accanto alla porta, aveva cominciato a domandargli di Tarek.
Quando Yanni attaccava a parlare si trasformava un fiume in piena e cercare di stare dietro ai suoi discorsi diventava una sorta d’impresa. A detta di Kellers, la vera vita di Tarek si era sempre svolta fuori dall’ambito universitario. «Le giuro che a volte mi dava i brividi» aveva confessato il palestrato, la mano floscia che si accarezzava i pettorali gonfi, «abbiamo vissuto nella stessa casa per sei mesi e a stento ci rivolgevamo il saluto. Non è che la cosa mi dispiacesse, ben inteso…Comunque secondo me era rimasto sotto la scimmia. Sembrava sempre flippato, mi creda. Avreste dovuto vederlo: una volta a settimana usciva nel pieno della notte e poi ritornava la sera del giorno successivo, con l’espressione stracotta di uno che ha partecipato ad un rave a base di acidi.»
Al termine della lunga conversazione, Kellers aveva preteso che Louis accettasse l’offerta di una buona tazza di the indiano ma il collaboratore federale aveva declinato gentilmente l’invito. Quando ormai si erano già salutati oltre l’uscio dell’appartamento, Yanni  aveva aggiunto qualcosa ad una delle prime domande che Gallo gli aveva rivolto.
«Ripensandoci bene, forse Tarek un amico ce l’aveva, agente. In un paio di circostanze si è portato dietro un tizio con una faccia da pesce lesso. Poteva aver superato la quarantina ed era ben piantato e dalla carnagione chiara. Giuro che sembrava di plastica per quanto era inespressivo. Ricordo che l’ultima volta aspettava che Tarek uscisse dal bagno e così cercai di scambiarci qualche parola. L’unica cosa che mi disse era che faceva il musicista…Si, aspetti: come è che si chiamava il suo gruppo? Uhm…ah ecco! Era il chitarrista degli ANFO.»


[1] Città del Michigan, sede della prestigiosa Università Statale.