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venerdì 30 gennaio 2026

STANZA CINQUANTOTTO

 


STANZA CINQUANTOTTO

Negli ultimi mesi mi sono accorto che quel maledetto incubo mi sta raggiungendo sempre più di frequente. Non so a cosa sia dovuto - forse non reggo più come prima lo stress sul lavoro oppure dipende dai grattacapi finanziari in cui mi ritrovo - tuttavia non passano due settimane filate senza svegliarmi almeno una volta nel cuore della notte, agitato e di soprassalto, con la bocca annaspante e la fronte imperlata di sudore.

E' strano perché, qualsiasi cosa io stia sognando prima, al risveglio, pur sforzandomi, la mia mente non ne ritrova mai traccia e ricorda soltanto la stessa, identica scena come un carillon difettoso che insiste sulle medesime cinque note anziché suonare l'intera melodia della sua carica.

E' pomeriggio, uno di quei dopopranzo uggiosi e ferrigni in cui i vetri delle finestre vengono battuti a sprazzi da sottilissime puntine di pioggia, e io sono sdraiato mezzo supino su un letto da degenza o forse su una barella. Mi ritrovo in una stanza tinteggiata di bianco, ma un bianco sporco, quasi opaco, e ho la manica sinistra della camicia risvoltata fino al gomito. Ai tre quarti dell'avambraccio vedo infisso sottopelle un lungo ago luccicante e alla sua estremità noto che è applicata una cannula aspirante.

Sposto gli occhi alla mia sinistra e allora scorgo un carrellino medicale, di quelli a cassetti, con sopra allineate delle sacche di plastica gonfie di sangue. Ne conto tre già piene e nella quarta il liquido viscoso gorgoglia arrivando dalla cannula che ho attaccata al braccio.

A quella vista, di colpo mi sento debole e avverto un forte capogiro.

Allora mormoro qualcosa in maniera incomprensibile e con gli ultimi brandelli di lucidità vedo apparire sulla soglia della camera la sagoma di una donna stretta in un lungo camice panna e con in testa un berretto a bustina verde.

La sconosciuta non parla né accenna a entrare.

Sogghignando, resta muta a fissarmi intensamente dall'uscio e fa schioccare tra le mani un laccio emostatico giallo scuro.

E' a questo punto che mi ridesto, madido e azzannato da una profonda angoscia.

Obbietterete di certo che come incubo si tratta di poca roba ma se foste anche voi iatrofobici come me... be', allora sono sicuro che cambiereste opinione.

Per chiarezza, tengo a precisare che questa paura dei medici, del personale sanitario o di chiunque in un ospedale indossi qualcosa di simile a una divisa non ristagna in me fin dall'infanzia ma mi è stata diagnosticata in età adulta, da uomo fatto e finito.

Gli specialisti del settore a cui mi sono rivolto negli ultimi anni si sono mostrati concordi nell'individuare la causa di questo mio disturbo in uno stato di shock acuto, subito durante la mia convalescenza dopo l'intervento alle gambe che affrontai all'epoca della prigionia di guerra. Io, invece, sono dell'opinione che tutti quei professoroni con tanto di diplomi in bella mostra alle pareti non abbiano capito un tubo del reale motivo alla base della mia fobia e che essa, in vero, scaturisca come una reazione difensiva generata istantaneamente dal mio inconscio per conseguenza di un'esperienza irrazionale - o meglio paranormale - della quale sono stato testimone.

Comunque, fintanto che sto bene e reggo botta, la paura morde il freno e se ne sta al guinzaglio. Ma appena sono giù di tono, agitato oppure preoccupato per qualcosa, ecco che la mente svalvola e quel timore ingiustificato martella rumorosamente alla porta del mio animo e strepita, scalcia e si dibatte fino a quando non ha partita vinta.

A questo punto, immagino che sarete almeno un minimo curiosi di sapere quale evento ritengo abbia trasformato camici e ospedali nel mostro acchiappasogni con il quale mi sono ritrovato a fare i conti in maturità. Ebbene, eccovi la storia, inquadrata quanto basta nel dettaglio degli accadimenti.

Nel 1921 prestavo servizio come secondino nel penitenziario di Durham, nel nord est dell'Inghilterra, e le cose non mi andavano molto bene.

Ero stato assunto al termine del conflitto mondiale e per quelli che erano i tempi, pur guardandomi intorno, non avevo trovato di meglio in cui sperare. Con una giovane moglie e un figlio neonato sul groppone, non potevo starmene con le mani in tasca a recitare la parte del reduce ammaccato e spaesato: trippa per gatti non ce n'era - come non ce n'è adesso - e quindi accettai subito l'incarico quando fui convocato in riscontro alla mia domanda di assunzione.

La paga era una mezza miseria, anche se sicura, e l'ambiente malsano e più pericoloso della trincea.

A Durham, infatti, erano incarcerate le teste più gloriose dell'intero Regno Unito e a voler sommare gli anni di reclusione dei soli ospiti del braccio C avreste raggiunto tranquillamente una cifra a tre zeri.

Dei colleghi, poi, neanche a parlarne.

A parte un paio, erano bastardi fatti della stessa lurida pasta con cui era plasmata la feccia che inondava quelle celle e, più che sgonfiare la tensione perenne che aleggiava nella prigione, si divertivano ad alimentare risse di continuo, salvo poi sfogare le loro frustrazioni a colpi di manganello sulle schiene dei residenti che vi erano coinvolti.

A ogni modo, dopo tre anni passati a galleggiare in quel letamaio, il direttore prese a benvolermi e alla prima occasione mi propose per un trasferimento con tanto di promozione.

A sorpresa, la sua richiesta fu accolta a stretto giro ma l'unico posto disponibile era presso il penitenziario di Parkhurst nella città di Newport.

«Newport?», ripetei confuso, quando il capo mi comunicò la notizia.

«Già», assentì lui, in piedi davanti alla finestra affacciata sul cortile dell'ora d'aria. «Nell'isola di Wight».

Mi presi un paio di giorni per rifletterci e ne parlai con mia moglie Rose per sentire cosa ne pensava. Accettare significava per lei fare di punto in bianco armi e bagagli e piantare in asso tutta quella tribù femminile - una madre e tre sorelle onnipresenti - che era la sua famiglia. Quanto a me, a Durham non avevo nessuno da salutare anche se la città mi piaceva, così come la cordialità dei suoi abitanti.

Non contavo molto nella disponibilità di Rose e in caso di un suo rifiuto non sarei stato di certo lì a biasimarla: per una giovane donna con un marmocchio di tre anni, avere uno stuolo di aiutanti ed essere attorniata da parenti era una condizione preziosa e piacevole. Eppure, mia moglie mi stupì accettando l'idea di trasferirci in quella losanga tutta campagne, moli e promontori di calcare che sonnecchiava circondata dall'acqua a due chilometri scarsi dalle coste affacciate sulla Manica.

Tralasciando l'altro mezzo stipendio in più che avrei portato a casa, credo che la sua decisione fosse motivata dal tentativo di migliorare il mio stato mentale, ormai sempre più incupito e rassegnato per l'ambiente meschino in cui ero costretto a lavorare. Con il suo inatteso benestare, dunque, tornai dal direttore per comunicargli la mia decisione e un mese dopo sbarcavamo sull'isola con il nostro bel carico di valigie e buoni propositi.

Per la prima settimana alloggiammo in un albergo di Newport e poi trovammo una graziosa casa in affitto al centro di Ryde, la città più grande dei dintorni.

Sulle prime, non fu semplice prendere le misure a quel nuovo stile di vita, specialmente per Rose. Per quanto Ryde fosse il riferimento della zona, infatti, si trattava comunque di un paesino di campagna se paragonato a Durham, della quale aveva forse un terzo degli abitanti. Eravamo i nuovi, quelli venuti dall'isola madre, e i vicini ci osservavano con una punta di reticenza e riserbo, guardinghi come se a un tratto avessimo potuto dare sfogo a qualche bizzarria che avrebbe incrinato la loro quiete sociale.

Dopo alcuni mesi, però, abbassarono la guardia e si mostrarono addirittura disponibili.

Dal mio canto, quel cambiamento si rivelò una scelta vincente: Ryde distava appena sette chilometri dal luogo di lavoro e la prigione di Parkhurst era infinitamente più placida e meno affollata di quella dalla quale provenivo. I colleghi erano tipi a posto, ragazzi in gamba senza problemi repressi, il mio ruolo di caposquadra scivolò liscio fin dai giorni iniziali e anzi alcuni fra i secondini più anziani mi diedero una gran mano a entrare alla svelta nelle dinamiche quotidiane del penitenziario.

Se dovessi fare un bilancio della nostra condizione a un anno dal trasferimento sull'isola di Wight, potrei dire che mi sentivo finalmente appagato sotto il profilo lavorativo e molto più tranquillo e sereno da un punto di vista caratteriale ed emotivo: la stanchezza, i borbottii di fine giornata, l'irascibilità e il costante senso d'impercettibile malessere erano ormai un ricordo della vecchia città.

Quanto a Rose, di certo per lei la situazione era più impegnativa rispetto a Durham ma, da donna forte qual era, si mostrava soddisfatta e sollevata per quel mio cambio di umore e il nostro rapporto di coppia ne giovò molto, tanto che sul finire dell'anno mi comunicò raggiante di essere di nuovo incinta.

Immaginate quale possa essere stata la mia gioia nell'apprendere quella notizia e quanto essa sia decuplicata quattro mesi dopo, sfiorando l'estasi, nel sapere che forse mia moglie era in attesa di una femminuccia. Sonia o Rachel che fosse stata, l'idea dell'arrivo di quella bambina mi mise addosso una tale vitalità e una così incredibile resistenza fisica da convincermi quasi di essere ringiovanito di colpo. Col passare del tempo e col pancione che aumentava insieme alle nausee, all'insonnia e all'affaticamento nelle faccende domestiche, mi ritrovai a rassettare e preparare la colazione prima di andare a lavoro, a fare la spesa nella pausa pranzo e a cucinare la sera al rientro dalla prigione.

Affrontavo tutto senza mai un lamento o l'ombra di un fastidio - e vi giuro che quel turbine di attività non mi concedeva neanche il lusso di una tranquilla fumata di sigaro a tarda sera - e sarei andato avanti in quel modo fino al giorno del ricovero prenatale ma, a causa di una sopraggiunta flebite, mia moglie fu costretta perennemente a letto nell'ultima fase di quella gravidanza sempre più problematica.

A quel punto non potei fare altro che telefonare a Emily, la sorella maggiore di Rose, e chiederle di trasferirsi da noi per farle compagnia in mia assenza e per tenere d'occhio il nostro piccolo Thomas.

Emily ovviamente non si tirò indietro e l'ultimo mese e mezzo trascorse grazie a Dio in un clima di ritrovata tranquillità.

Vista la sua fragile condizione, Rose entrò in ospedale una settimana prima della data presunta di parto ma il pomeriggio del terzo giorno dal suo ricovero il direttore di Parkhurst mi convocò, comunicandomi che sarei stato in congedo per tre turni e che dovevo presentarmi subito al Ryde Hospital. Qualcuno aveva telefonato dalla struttura sanitaria informandolo che mia moglie era appena entrata in travaglio.

All'epoca il Ryde era l'unico Pronto Soccorso di zona e proprio quella mattinata c'era stato un grave incidente stradale tra un bus di linea diretto a Ventnor, al quale avevano ceduto i freni, e tre auto in attesa nel traffico. Così, quando arrivai in ospedale, trovai almeno una trentina di persone tra infermiere sciamanti e contusi di vario livello che affollavano i corridoi del dipartimento al piano terra.

«Mi scusi», chiesi a un barelliere che mi scivolò davanti nella confusione, «qui fino a ieri c'era il reparto di ostetricia. Dove sono andate a finire le pazienti?».

«Non lo vede il casino?», sbraitò il tipo, indaffarato. «Tutte le degenti sono state trasferite all'ultimo piano».

Che consolazione era il terzo livello!

In pratica, soltanto un'ala di quel settore era rimasta operativa mentre la restante parte era chiusa da almeno tre anni ed era stata adibita a deposito. All'ingresso, di fronte alle scale, c'era uno stanzone che avevano appena ripulito da cima a fondo e allestito alla meglio come nido, infilandoci dentro una serie di vecchie cullette dietro a un ampio separé di metallo. A sinistra di questa specie di salone, si allungava un andito dalla vernice scrostata e debolmente illuminato da tre lampade sospese sul quale si aprivano cinque camere munite di alti finestroni, tutti affacciati sulle aiuole poste ai lati dell'accesso della struttura ospedaliera.

Bussai alla porta del nido, dove presidiavano la caposala e altre due giovani infermiere, e chiesi dove fosse ricoverata mia moglie.

«E' appena entrata in sala parto», mi comunicò la responsabile. «Qui non può restare, signore. Deve uscire subito e attendere all'esterno».

Mi feci indicare in quale delle cinque camere avrebbero portato Rose e la donna mi disse che sarebbe stata l'ultima, quella numerata col cinquantotto, adiacente alla stretta rampa di gradini che conducevano alla decrepita torre dell'ospedale.

Finsi di uscire e, appena ebbi modo, m'intrufolai di nuovo all'interno e puntai dritto al quinto alloggio, sistemandomi in una sedia accanto al letto.

Mia moglie se la prese davvero comoda e varcò la soglia della sua stanza alle otto di sera passate. Quando mi vide, sdraiata sulla barella, scoppiò a piangere di gioia mostrandomi il fagotto che stringeva amorevolmente tra le braccia: restai senza fiato, letteralmente imbambolato e con gli occhi sgranati nello scoprire per la prima volta il viso di mia figlia. Con quelle sue gemme luccicanti di un blu oltremare e le labbra già carnose, era la neonata più graziosa che avessi mai visto in vita mia.

Diedi una mano all'infermiera a spostare Rose nel letto della camera e mi accomodai accanto a lei, tenendole la mano. Rachel, il nostro nuovo raggio di sole, le respirava in grembo attaccata al seno.

Non so come né a che punto della serata, ma ci ritrovammo entrambi a sonnecchiare e d'un tratto fummo svegliati dal tossire affannato di nostra figlia. Rose si tirò su, la staccò dal suo petto e la mise ben dritta ma la bimba continuava a singhiozzare colpi di tosse stizziti. Dal naso le sgorgò un rivolo bianco e il faccino e le manine le si illividirono di colpo, diventando sempre più scure fino a trasformarsi in cianotiche.

«Sta soffocando, John! Sta soffocando!», urlò Rose in preda al panico. «Infermiera!», prese a vociare agitata, «Infermiera! Aiuto! Presto! Infermieraaa!».

Mentre mi alzavo di scatto dal mio posto per correre in corridoio, sull'uscio della cinquantotto apparve un'inserviente bionda in camice celeste e con una cuffia bianca sui capelli, ricamata con una piccola croce rossa nel centro.

«La dia a me, presto!», esclamò la giovane con voce sicura, entrando rapida e strappando Rachel dalle braccia di mia moglie. Sotto i nostri occhi, le infilò un dito in gola e con l'altra mano eseguì una manovra fulminea e astrusa, inclinando in avanti la schiena della neonata. «Ecco, da brava, tira fuori, su... su», le mormorò benevola.

Senza degnarci più di uno sguardo né di una parola, l'infermiera uscì e noi due la seguimmo con gli occhi fino a quando non sparì sul limitare della rampa di scale che si scorgeva a stento dall'interno dalla stanza.

«Ma che fa?», sibilò Rose, ancora preoccupata. «Dove la porta adesso?».

Forse fu codardia la mia, generata di certo dal panico che mi aveva letteralmente paralizzato davanti al viso bluastro di mia figlia, fatto sta che la zittii quasi infastidito. «Calmati, diamine! La starà portando a controllo dal medico di turno o dalla caposala, per assicurarsi che è tutto ok. Appena saranno tranquilli, te la riporteranno qui».

Mia moglie sembrò acquietarsi e così aspettammo in silenzio, rosi entrambi dalla smania di rivedere alla svelta la nostra bambina. Ma il tempo passava, la tarda sera scivolava nella notte fonda e l'infermiera bionda non faceva ritorno nel corridoio dov'erano le camere delle partorienti.

«Non sarà il caso che tu vada a controllare?», suggerì allora Rose, dopo due ore di fremente attesa. «Non ci saranno stati mica problemi, vero?».

«Ho capito. Vado subito», sentenziai, cercando di mascherare l'ansia.

Attraversai il corridoio malamente rischiarato da quelle chiazze di luce gialla e mi ritrovai davanti allo stanzone del nido. Bussai forte e dopo qualche minuto mi apparve di fronte il viso stropicciato di un'infermiera dai lunghi capelli rossi.

«Mi scusi», esordii, «Vorrei sapere come sta mia figlia. La sua collega ci è venuta in soccorso e credo l'abbia portata qui. Penso si stesse strozzando durante la poppata».

La donna mi scrutò titubante. «Una mia collega, dice?».

«Sì, certo. E' bionda, avrà forse la sua età, qualche anno in più al massimo. Però ha un camice diverso dal suo, celeste con una cuffia bianca, segnata da una croce. E' uscita dalla stanza con la bambina».

L'infermiera sgranò gli occhi e mi mormorò di attendere un istante.

Poi, al suo posto, ritornò la caposala. «Sua figlia sta bene. E' qui nel nido, che riposa. Entri e si affacci oltre il divisorio se vuole vederla».

La seguii e aggirai il separé, sgusciando tra le file di cullette mezze vuote. In quella centrale, sotto il cartellino giallo con il nome Rachel Coffey, la mia stupenda pargola dormiva beatamente a pancia sotto stringendo le dita microscopiche a un lembo della copertina.

«Che le dicevo?», mormorò la responsabile delle inservienti, «E' sempre stata qui. Stia tranquillo. Lei è stanco, torni pure da sua moglie e cercate di riposare entrambi. Domattina, dopo la visita, la porteremo da voi».

Ringraziai e uscii dal nido ma, non so perché, ebbi l'impressione che tanto la caposala quanto l'altra infermiera fossero rimaste come stranite o quanto meno sorprese da quella mia visita.

L'indomani, come promesso, Rachel fu riportata a sua madre e per i quattro giorni successivi di degenza nostra figlia non ebbe più alcun problema. Durante il giorno, nei giri di controllo per madre e figlia, mi accorsi che sia la responsabile che le altre inservienti gettavano spesso occhiate indagatrici all'interno della nostra camera, come se cercassero qualcosa dalle parti dell'angolo più lontano della finestra. A volte, poi, prima di avviarsi per il corridoio, le beccavo ad allungare il collo sull'uscio per scrutare la rampa di scalini che portavano alla porta di accesso alla torre dell'ospedale, quasi volessero controllate che fosse rimasta chiusa. A dirla tutta, quelle infermiere ci sembravano davvero strane, quasi svampite e perse dietro altri pensieri, e ci trasmettevano un'inspiegabile impressione cospiratrice, un'aria di muto complotto. L'unica che invece m'ispirava fiducia e sicurezza era l'infermiera che aveva salvato Rachel e che copriva soltanto il turno di notte. Bella, alta e florida nell'aspetto, con i lunghi capelli lisci color biondo cenere, le guance piene e gli occhi ancor più azzurri di mia figlia, si affacciava spesso oltre la soglia mentre Rose dormiva e mi offriva un candido sorriso rasserenante, sussurrandomi la sua solita frase. «Amy è qui per la dolce principessa. Se ha bisogno, chiami pure».

La mattina dell'uscita dal Ryde, mentre Rose e Rachel compievano la visita di routine prima delle dimissioni, scambiammo alcune battute con l'anziano dottore che stava eseguendo il controllo e gli raccontai dello spavento che ci eravamo beccati per quella prima poppata, elogiando la solerzia con cui era intervenuta l'infermiera del turno di notte e la sua dedizione nelle sere successive. «E' stata davvero preziosa e non abbiamo avuto ancora modo di ringraziarla», aggiunse mia moglie, mentre si ricopriva la schiena.

«Siete in errore, credo. Non c'è nessuna infermiera dedicata al turno di notte», ci sorrise svagato il medico. «In questo reparto le operatrici sanitarie sono fisse e si alternano in trio, mattina e sera».

«In effetti forse non è di questa divisione», ipotizzai, incrociando lo sguardo di Rose, «poiché indossa una divisa diversa dalle altre inservienti. Porta un camice celeste con una cuffia bianca, segnata da una croce nel centro. Mi pare si chiami Amy, se non sbaglio».

Il dottore si arrestò di colpo, restando chino e immobile sulla culletta dov'era distesa mia figlia. Poi si voltò verso di me e con l'aria incredula di chi ha ascoltato la più grande delle idiozie, si rimise in piedi e ci chiese velocemente permesso prima di uscire dalla camera.

Io e mia moglie restammo sconcertati da quella sua assurda reazione. Tuttavia, il dottore rientrò dopo un paio di minuti, stringendo fra le mani una cornice dorata nella quale era contenuta una vecchia foto scattata all'esterno dell'ospedale, proprio sopra una delle aiuole che si scorgevano dalle finestre delle stanze del reparto.

«Voi due adesso mi direte anche che la donna di cui parlate si trova in mezzo a queste giovani, giusto?», domandò quasi irritato, passandomi il quadretto di legno che incorniciava la fotografia.

Mi avvicinai a Rose ed entrambi, dopo una rapida occhiata, fummo concordi nell'indicare la terza infermiera da sinistra, che sorrideva a favore di obbiettivo con le mani intrecciate placidamente sul ventre. «Certo. Eccola qui. E' proprio lei», replicai sicuro.

Il medico ci fissò malevolo e mi strappò quasi dalle mani il quadretto con l'immagine. «Bene. La signora e la neonata sono libere di ritornare a casa», ci congedò in tono di rimprovero, siglando il foglio di uscita. «Quanto alla foto, di certo avrete confuso una delle nostre operatrici con quella da voi indicata».

Dato il suo atteggiamento, evitammo di ribattere che non eravamo in errore. Ci limitammo a salutarlo quando andò via e poi sistemammo le nostre cose per liberare in fretta la camera.

Mentre raccoglievo il borsone dal tavolino posto accanto alla finestra, sbirciai distrattamente oltre le vetrate e scorsi la sagoma dell'infermiera di notte che sostava in piedi accanto al cancello d'ingresso dell'ospedale, alla fine del lungo viale delimitato dalle aiuole.

«Eccola lì», dissi a mia moglie. Rose mi si avvicinò nella luce dell'ampio vano con in braccio Rachel e la donna, seppur lontana, ci riconobbe sollevando un braccio in segno di saluto.

Eravamo già scesi al piano terra e stavamo attraversando la zona opposta al pronto soccorso per uscire nel parcheggio della struttura quando sentii una voce chiamarmi ripetutamente alle spalle.

Ci fermammo a metà strada e vidi la caposala del reparto maternità che ci raggiungeva a passo svelto.

«Abbiamo dimenticato qualcosa?», le chiesi d'istinto.

«No, no», fece la donna con espressione imbarazzata, quando ci fu di fronte. «Volevo solo mostrarvi questo».

Dalla tasca destra del camice estrasse un cartellino rettangolare di color paglierino nella cui sommità c'era un ovale che incorniciava il volto di una giovane donna bionda dagli occhi glauchi, in una posa da ritratto di tre quarti. «E' lei l'inserviente che vi faceva visita?».

Impallidii all'istante e il sangue mi si gelò nelle vene.

Sotto il viso della giovane, una frase recitava lugubre ricordatevi nelle vostre preghiere di Amy Nicholls, tragicamente deceduta il 15 luglio 1910 nel suo 32esimo anno.

Ebbi appena la forza di annuire, mentre Rose si stringeva più forte la bimba al petto in un'espressione di puro terrore.

«Amy si è tolta la vita lanciandosi dalla finestra della cinquantotto dodici anni fa», bisbigliò a fatica la caposala. «Una notte, tornata a casa dal lavoro, trovò suo figlio di tre anni che giaceva esanime nel letto. Suo marito era nel salone, appisolato nella poltrona, e non si era accorto di nulla. Credeva che il bambino stesse ancora dormendo. Il giorno dopo la tragedia, Amy salì al terzo piano del Ryde, che all'epoca era completamente interdetto al pubblico, entrò in quella camera e si gettò nel vuoto».

«Non ci credo», mormorai inorridito, fissando i tratti stravolti di mia moglie. «Non è possibile. L'abbiamo appena vista dalla finestra della stanza, un minuto prima di uscire dal reparto».

La donna mi scrutò a fondo e scosse la testa. «Non siete i primi. E' già capitato in passato a una coppia di Shanklin e a una giovane ragazza madre di East Cowes, due anni fa».

Sconvolti e ammutoliti, raggiungemmo alla svelta il parcheggio e ci fiondammo in auto, uscendo pressoché di corsa dal viale della struttura sanitaria. Proprio all'altezza del cancello di ingresso, accanto al trullo in mattoni rossi del posto di guardiania, voltai inconsciamente il capo alla mia sinistra e inchiodai di colpo il piede sul freno: lì dove l'ombra dell'infermiera ci aveva salutato a braccia alzate, una scritta in vernice rossa ingombrava in uno stampatello incerto il candido rivestimento di una spalletta di muro.

AMY VIVE QUI.

giovedì 29 gennaio 2026


 


LA GAZZA LADRA


«Accadde tutto nel giro di un mese...».

Il giovane abbassò il libro e ruotò appena lo sguardo sull'uomo che gli sedeva accanto sulla vecchia panchina in ferro battuto del Murdock Park.

«Scusi?», disse a mezza voce.

Il tipo, un sessantenne con lunghi capelli grigi e un cappotto color cammello mezzo sdrucito, continuò a fissare la siepe sull'altro lato del sentiero alberato, rigirandosi i pollici con le mani in grembo.

«E a ben pensarci, un mese non è altro che uno sputo in un fusto da 50 litri, colmo d'acqua», aggiunse.

Il ragazzo, forse sui venticinque e con una piccola voglia sul mento, poggiò il romanzo che stava leggendo sul suo zaino da trekking e si voltò curioso alla sua destra. «Parla con me?», si assicurò cordiale.

L'uomo incrociò la sua faccia abbronzata e gli offrì un sorriso vacuo, una specie di smorfia bonaria e stanca. «Eppure, in soli 30 giorni può scoppiare e finire una guerra nucleare, può avvenire un colpo di stato in Danimarca che porta al governo il partito degli agricoltori e metà della popolazione del New England può essere sterminata da una variante sconosciuta di febbre gialla».

«Eh già...», commentò dopo un momento il giovane, riprendendo in mano il libro con un'espressione tra l'interdetto e l'infastidito.

«Non era per dire», continuò l'altro, tornando a fissare la siepe. «Poco o molto che lo si consideri, resta il fatto che un mese è abbastanza per stravolgere le sorti di una vita, non trovi?».

«Certo, sicuro», replicò svelto il ragazzo, scuotendo impercettibilmente il capo fra sè.

Restarono in silenzio per qualche minuto, il giovane immerso fra le pagine del suo racconto e l'uomo in cappotto a giocare con la bocca, facendo scivolare avanti e indietro il labbro inferiore su quello superiore. «Tayler. Tayler Bates», enunciò d'un tratto stentoreo, voltandosi verso il vicino con la faccia che annuiva soddisfatta.

Il giovane richiuse il romanzo e gli rivolse un'occhiata indagatrice: gli sembrava di aver già sentito da qualche parte il nome pronunciato da quello svitato ma non ricordava quando e a che proposito.

«Chi?», chiese per cortesia.

Il tipo lo osservò pensoso per qualche istante, stringendo le palpebre.

«Tu vivi qui?», s'informò senza rispondere.

«Da dieci anni», fece il ragazzo, continuando a rovistare nella mente dove poteva aver incrociato quel nome. «Laurea a Purdue e adesso dottorato».

«Allora non lo conosci», rispose indeciso l'uomo dai capelli grigi. «Di certo non eri neppure nato quando accennarono di lui in televisione».

Senza sapere cosa dire, il giovane si limitò ad annuire e accarezzò la copertina del libro.

«Faceva l'infermiere al Riggs», proseguì il tipo, tornando a fissare la siepe di fronte a loro, «e viveva al terzo piano di un condominio al 199 di North Chauncey Avenue di West Lafayette».

«Bella zona», commentò svagato il giovane. «Era un suo amico?».

«Altrochè. Come si dice: pappa e ciccia, culo e camicia...». Lo svitato si fermò un attimo, sporgendo in avanti il busto per scrutare qualcosa fra i rami del pino alle spalle della siepe. «Pare sia tornato in città dopo venticinque anni». Prese un respiro profondo e poi d'improvviso scattò quasi in piedi, puntando un dito verso un gruppo di fronde. «L'hai vista?!».

Il giovane si allontanò istintivamente verso il bordo della panchina, preoccupato. «Cosa?!».

«Come cosa? La gazza!».

«Io non ho visto nulla», eruppe nervoso e seccato. Quindi infilò il romanzo nella tasca anteriore dello zaino, afferrò la sacca per uno spallaccio e fece per alzarsi dal suo posto.

«Fu una di quelle a rovinarlo, sai Jeff?», sentì dire all'uomo mentre si allontanava dalla panchina. Il ragazzo si fermò di colpo, incredibilmente sorpreso. «Ci conosciamo?», fece incerto.

Lo svitato addolcì i tratti del viso in un'espressione benevola. «Tua madre si chiama Jenna, giusto?».

E questo chi cazzo è pensò quasi disturbato Jeff. «Già. Parlo con il signor?».

«Diciamo che conoscevo tua madre, ragazzo», proseguì atono il tipo, «Hai da fare?».

«Credo proprio di sì», rispose bellicoso il giovane. Si voltò di nuovo e s'incamminò deciso in direzione dell'uscita.

«La verità  è atroce, figliolo. Ma è pur sempre la verità. E tutti hanno il diritto di conoscerla».

«La tua è che sei pazzo, vecchio. Ti consiglio di farti curare», vociò di spalle Jeff, riprendendo il sentiero.

«Andrew Isabel...», eruppe stentoreo l'uomo col cappotto sdrucito.

A sentire nominare il suo defunto padre, il giovane fece dietrofront e ritornò adirato alla panchina. «Che diavolo vuoi da lui, eh?! Devo chiamare la polizia?».  

L'uomo negò, scuotendo rassegnatamente il capo. «Sta calmo e siediti», disse con inflessione alquanto autoritaria. «Avanti, siediti. Ho solo una storia da raccontarti...».

 

Tutto ebbe inizio ai primi di luglio del 1971.

Almeno su questo non ho dubbi perchè proprio in quei giorni i quotidiani riportarono la morte del Re Lucertola a Parigi. Credo che in quell'anno i dischi dei Doors abbiano stracciato tutti i record di vendita e per l'intera estate, su qualsiasi stazione radio provavi a sintonizzarti, era impossibile non beccare Riders on the Storm.

La gazza apparve a Tayler Bates agli albori del mese.

Una mattina l'infermiere aveva appena finito di insaponarsi schiena e cosce e stava orientando il soffione sopra il collo quando lo sguardo gli cadde di sottecchi oltre il vetro della finestra inglobata nell'ampio vano doccia, facendolo saltare come un grillo contro le mattonelle della parete di fondo del bagno. «Porca troia!», mormorò di colpo impaurito. Una mano nera si muoveva sul davanzale esterno al di là del vetro. Una grande e lunga mano nera che picchiettava con insistenza l'unghia adunca dell'indice contro il divisorio opaco della finestra, al terzo piano del condominio all'angolo di North Chauncey Avenue.

Impressionato, Tayler si sporse in avanti verso quell'assurda visione, trattenendo il fiato, e a due spanne dal vano illuminato dal chiarore mattutino capì di cosa si trattasse in realtà. Era soltanto un uccello. Un grosso pennuto che batteva il becco con insistenza sul vetro satinato, quasi stesse bussando per entrare. Mentre apriva l'acqua e si piazzava sotto il soffione, l'infermiere pensò che era venuto il momento di dare un taglio alla sua routine tardo serale a base di Jack Daniels e di horror di serie b. Si risciacquò in fretta, tenendo sempre lo sguardo puntato al davanzale della finestra per osservare lo strano visitatore.

Adesso intuiva la chiazza bianca sul ventre e la lunga coda sottile.

Si trattava di una gazza. Un esemplare adulto, con tutta probabilità.

L'uccello restò fuori dalla finestra per tutto il tempo, passeggiando su e giù sulla soglioletta di marmo esterna, fermandosi spesso al centro e oscillando la testolina come incuriosito dal tipo dall'altra parte del vano. Tayler arrestò il getto d'acqua, aprì le ante della doccia, prese l'accappatoio dal termosifone a parete e lo indossò.

«Hai fame?», mormorò tra sè. «Vediamo se trovo qualcosa...».

Uscì dal bagno a piedi scalzi, lasciando orme sul pavimento, e andò in cucina a controllare in frigorifero. Dallo scomparto della frutta tirò fuori un'albicocca e la divise in due. Ne mangiò un pezzo, trovandolo ottimo, e ritornò alla doccia con l'altra metà in una mano.

«Ci sei ancora?», disse rivolto verso la finestra del bagno. L'uccello sembrava sparito. Allora aprì l'anta vetrata e poggiò la parte di frutto sul davanzale interno, restando in attesa per qualche minuto.

Ancor prima di vederla, l'infermiere ne udì il gracchiare intenso provenire dal piano superiore. Poi la gazza planò sulla soglioletta di marmo, lo fissò per un attimo e saltellò fino al suo premio, prendendo a beccarlo con avidità. Quand'ebbe finito di mangiare, l'uccello piroettò sul piatto doccia bagnato e si guardò intorno tranquillo, curioso come un inquilino che ammira il nuovo locale che ha preso in affitto. Tayler si scoprì quasi ammaliato. «Non c'è nulla da rubare qui», l'ammonì sorridente e fece per avvicinarsi. Nell'istante in cui si chinò verso di lei, la gazza emise un verso aspro, qualcosa di simile a un uare strozzato in gola, e risaltò sul davanzale per poi spiccare il volo.

Tayler restò interdetto e richiuse la finestra.

Aveva di certo confuso quel suono, eppure gli sembrava che l'animale avesse provato a ripetere il suo rubare.

 

Per i tre giorni successivi l'animale non si fece vivo e Tayler dimenticò il curioso incontro. Ma alla quarta mattina, allo stesso orario in cui si era presentata la prima volta, ecco che la gazza rifece capolino sul davanzale della finestra del bagno. «Ma tu guarda...», si disse l'infermiere, già in accappatoio, aprendo il battente vetrato.

L'uccello entrò subito, piazzandosi sul soffione della doccia, e lasciò cadere sul piatto in ceramica una buccia di albicocca che stringeva nel becco.

«Ma che brava», commentò l'uomo in una smorfia sorpresa, «hai pensato di ricambiare il favore, eh? Peccato che sia soltanto la scorza. Comunque, meriti un premio all'intelligenza». Così andò in cucina e prese due arachidi da una busta aperta che aveva in un pensile.

Ritornò in bagno e appoggiò il suo regalo sul piatto doccia. «Queste ti piacciono?».

La gazza gracchiò in un fremito d'ali, quasi eccitata dalla vista di quel bocconcino. Quindi si fiondò a pizzicare la prima, l'apri senza sforzo mangiandone rapidamente i semi e afferrò l'altra nel becco aguzzo, volando via dalla finestra aperta.

Tayler scosse appena la testa, divertito. «Potevi almeno ripulire i gusci, no?», borbottò chinandosi a raccogliere gli avanzi di quel banchetto fulmineo.

Durante il turno giornaliero nel reparto geriatrico del Riggs, Tayler Bates si ritrovò più volte a pensare a quanto era avvenuto la mattina.

Non aveva mai avuto un animale domestico, anche se da bambino aveva sempre desiderato di poter tenere un gatto o un cane - un Labrador sarebbe stato il massimo - ma era possibile creare un legame con un uccello allo stato libero? Non amava la fine cui venivano destinati i cardellini, i canarini e i pappagalli, reclusi a lamentarsi nelle loro gabbie striminzite o nelle voliere alla meno peggio, e non trascorreva abbastanza tempo in casa da poter ipotizzare di accudire a dovere un cucciolo peloso a quattro zampe. Eppure l'idea di avere un amico pennuto che gli facesse visita nella giornata, quando e come gli pareva per poi ritornare ai suoi rami e alle sue perlustrazioni, be', questo lo affascinava parecchio. Così decise di tentare - che tanto non costava nulla - e poi da qualche parte aveva letto che i corvidi erano gli esemplari più svegli dell'intero mondo degli alati. Alcuni ritenevano addirittura che la loro intelligenza fosse pari a quella di un bambino. La prima cosa che fece, quindi, fu di trovare un nome per la sua gazza e in pausa pranzo accennò la faccenda ad Arthur Crane, il decano dei degenti ricoverati nel reparto, un ottantaduenne simpatico che affrontava il diabete e l'insufficienza epatica a suon di battute e barzellette. «E' semplice», gli disse l'anziano ospite del Riggs durante la loro chiacchierata, «chiamala Picarella. Ai miei tempi andava forte Picchiarello, sai? Quel cartone animato con il picchio che ne combina di cotte e di crude. Magari le piace ed eviterà di fotterti cucchiai, anelli e altri ninnoli lucenti».

Picarella non era il massimo, in verità, ma era sempre meglio di la gazza Marla o la gazza Darla, o Daisy o Rebecca. E poi aveva davvero un vago sentore alla Walt Disney, come se fosse stato pescato da qualcuno di quei suoi animali personificati, tanto amati dai bimbi.

Decise che poteva andare - anche perchè il nome scientifico delle gazze è proprio pica pica - e il passo successivo fu recarsi alla libreria pubblica di Tippecanoe County e informarsi sulle abitudini alimentari e caratteriali di quella specie. Consultò diversi tomi, trascorrendo buona parte del pomeriggio in una delle sale dell'edificio, e quando ne uscì fuori verso sera aveva con sè un paio di pagine di appunti, parecchie perplessità ma anche una rinnovata determinazione nel voler cimentarsi nel suo intento.

 

            

Sebbene Tayler avesse trasformato il davanzale della finestra del suo bagno nell'espositore di un bazar alimentare, inizialmente Picarella continuava a essere irregolare nelle visite. Poteva capitare infatti che si mostrasse per un paio di giorni di fila alla stessa ora del primo mattino per poi sparire nei due successivi. Con pazienza, l'infermiere cambiava quotidianamente il bicchiere con l'acqua sul marmo della soglia e la ripuliva dai semi di arachidi, dai pezzi di frutta, dai chicchi di grano e dalle lumache che lasciava per la sua amica, salvo poi rimbandire il parapetto l'indomani appena sveglio.

La costanza iniziò a premiarlo e la gazza cominciò a presentarsi con maggiore continuità, spesso a più riprese nella giornata e anche quando lui era fuori casa. Sulle prime Tayler attendeva il picchiettio sul vetro satinato per avvicinarsi all'animale ed aprire l'anta, quindi decise di lasciare la finestra socchiusa e Picarella non si fece pregare per infilarsi dentro in perlustrazione, dopo aver dato fondo al suo appetito. Trascorsa una decina di giorni da quel primo tentativo di approccio, spesso la vedeva saltellare spavalda sul soffione della doccia o appollaiarsi sulla tavoletta del water mentre lui si radeva o si lavava i denti. Pur mostrandosi a suo agio, la gazza gironzolava nello spazio ristretto del bagno senza mai uscire dal locale, tenendosi sempre a tre battiti d'ali dalla finestra semiaperta. L'infermiere le si accostava pacifico e lei non disdegnava la sua presenza, lasciandosi addirittura accarezzare il capo mentre pizzicava pezzetti di pesca dalla sua mano. Insomma, se non erano diventati amici, almeno l'animale si mostrava riconoscente verso l'umano che la nutriva.

Devi sapere che all'epoca l'infermiere faceva coppia fissa da circa sei mesi con una bella biondina, laureata al College of Arts dell'università della Lousiana, che lavorava all'Inspired Fire Glass Studio, una galleria d'arte a poca distanza da Shadeland, ai confini meridionali di Lafayette. L'aveva conosciuta non molto tempo prima che iniziassero a frequentarsi, in uno dei tanti venerdì pomeriggio in cui lei andava a trovare suo nonno al Riggs Medical Center, dove l'anziano signore era stato ricoverato in seguito a un brutto ictus.

No. Non fare quella faccia, ragazzo.

Stiamo parlando di una storia di oltre vent'anni fa e comunque non fu una relazione lunga, anche se credo che si volessero bene all'epoca.

A ogni modo, erano a quel livello sospeso tra fidanzamento e convivenza e tua madre Jenna spesso trascorreva il week end da Tayler, solitamente restando all'appartamento fino a quando lui non montava il turno serale.

Una mattina, doveva essere il 21 o il 22 di luglio, l'infermiere le telefonò di buon'ora per raccontarle dello strano oggetto che gli aveva portato in dono Picarella.

«E' una tessera della Medical Health Insurance», le spiegò Tayler, «intestata a un certo Charlie Gibbs. L'ho trovata sul davanzale della finestra e dovevi vedere come cercava di reinfilarsela in bocca: mi chiedo da dove l'abbia raccolta e come cavolo abbia fatto a portarla fino a qui».

Jenna restò sorpresa quanto lui e gli disse che avrebbe dovuto consegnarla in qualche posto di polizia o all'ufficio dello sceriffo di Tippecanoe: il poveretto che l'aveva smarrita - un cinquantaquattrenne originario di Vinton Highlands, per quanto riportava il documento - rischiava di restare senza copertura medica fino all'emissione della nuova polizza assicurativa di sostegno statale.

Tayler era nel suo giorno libero dopo il turno serale e decise che sarebbe passato al dipartimento di West Lafayette dopo l'ora di pranzo. Non era certo di poter rilasciare una dichiarazione fedele di come fosse entrato in possesso della tessera perchè era una storia difficile da credere perfino per lui, tuttavia lì lavorava una sua vecchia conoscenza, l'agente Robert Coldwell, e avrebbe chiesto di lui prima di restituire il documento e descrivere come se l'era ritrovato fra le mani. Per il resto della mattinata, Bates si dedicò ai suoi affari casalinghi e si era appena sistemato nel divano del soggiorno per rilassarsi un'oretta davanti alla tv prima di uscire quando il telefono squillò.

Si stiracchiò, sentendosi stranamente infiacchito anche se aveva dormito come un sasso fino alle sette del mattino, e raggiunse l'angolo cottura per staccare il ricevitore dall'alloggio a parete. Dall'altro lato, la voce di Jenna gli giunse in un'inflessione nervosa e preoccupata.

«Hey, sei ancora lì? Non sei più uscito?», chiese subito la ragazza.

«Mi stavo infilando le scarpe proprio in questo momento», mentì l'infermiere, aprendo distrattamente l'anta del frigorifero. «Ma che hai? E' tutto ok?».

«Eh... Altrochè. Come si chiama il tipo della tessera?», si sentì domandare di contro.

Bates aggrottò le sopracciglia, interdetto. «Charlie qualcosa. Ma perchè?».

«Io ricordo Gibbs. Puoi controllare, per cortesia?».

L'infermiere andò nella sua camera da letto, prese la tessera dal piano della scrivania e la portò in cucina. «Brava. Charlie Gibbs», scandì leggendo le righe del documento, «residente in quel bel quartiere popolare che è Lincoln, al civico 27 della nona strada Nord. Ora mi dici che significa?».

«Significa che ero con la tv accesa nella mia pausa pranzo e ho ascoltato il notiziario locale e il tuo bel signor non ti conosco ma ho la tua tessera assicurativa è stato trovato ammazzato un paio d'ore fa dalle parti di Ellsworth Roming, riverso in una pozza di sangue dietro un grosso cespuglio all'imbocco di Lingle Avenue».

Bates si sentì preso a sberle da quella notizia. «Gesù...», fu l'unica cosa che riuscì a mormorare.

«Gesù e la Madonna, vorrai dire!», lo corresse quasi stizzita Jenna.

«Si...sicura di aver sentito bene?», farfugliò appena Tayler.

Jenna sbuffò arrabbiata. «Stai scherzando?! E ti chiamavo per conferma?!».

Bates restò impietrito. «Già», sibilarono a stento le sue labbra.

«Fai sparire quella tessera, Tayler», si raccomandò veloce la ragazza, la preoccupazione annodata in gola, «bruciala, falla in mille pezzi, buttala nel cesso e tira lo sciacquone ma trova il modo di sbarazzartene».

«Cosa?!».

«Mi hai sentito, no?».

«Invece dovrei consegnarla», valutò incerto l'infermiere. «Magari è una prova... Che ne so. Metti che ci sono delle impronte, dei residui di qualcosa attaccati sopra...».

«Certo. Ci sono le tue di impronte», l'interruppe rude Jenna, «e poi la storia di quel tuo uccello va giù come un bicchiere d'acqua, sai? Ma che ti passa per la testa?! Chissà quale santo ti ha salvato, caro. Se ti fossi già presentato alla polizia, adesso sarebbero venuti a prenderti e saresti ancora sotto interrogatorio. Per quanto ne so, sei l'unico al mondo che alleva gazze da recupero. Di solito quelle bestie le cose le rubano, altrimenti non le chiamerebbero gazze ladre».

Tayler non riusciva più a riflettere. L'unica immagine che gli passava per la testa era quella di Picarella che sul davanzale della finestra del bagno provava caparbia a infilarsi in bocca la tessera plastificata.

«Ci sei ancora?», fece la ragazza, ridestandolo.

«Come..? Sì, insomma... Cosa ha detto la tv sulla sua morte?», chiese esitante.

«Quattro coltellate al torace, inferte con un oggetto non ancora identificato, forse un lungo cacciavite. Cercano l'arma e se ci sono testimoni. Devi darmi retta, Tayler», aggiunse Jenna, «non ti azzardare a fare niente».

«Ok, ok», la rassicurò Bates. «Troverò il modo di sbarazzarmi di quel documento. Questa storia è così assurda che ancora non ci credo».

La ragazza inspirò a fondo, espirando forte dalle narici. «Dillo a me. Quando ho sentito quel nome a momenti mi veniva un infarto».

 

Nei giorni successivi, la faccenda di Charlie Gibbs scivolò sotto la cascata di altre notizie di cronaca riportate dai giornali. I quotidiani e le tv locali non accennarono più a ulteriori sviluppi, segno che le forze dell'ordine non avevano ricavato granchè dal primo giro di indagini. Dal canto suo, l'infermiere aveva fatto sparire la tessera riducendola in pezzi che poi aveva infilato nell'apertura di una lattina di birra. Dopo averli incastrati alla meglio all'interno, Tayler aveva riempito la latta di farina e l'aveva lanciata nelle acque torbide del Wabash mentre attraversava in auto il ponte sulla 231 di primo mattino per andare a lavoro. Capitò anche qualcos'altro in quelle giornate, però. Durante una pausa pranzo, si appisolò di colpo mentre ascoltava il vecchio Arthur Crane che raccontava dei suoi mesi di stanza a Roma durante l'occupazione alleata del 1944 e il pomeriggio successivo si ritrovò nella lavanderia del reparto con in mano tre flebo di soluzione glucosata, senza capire come vi ci fosse capitato.

A dire il vero, aveva iniziato a riposare male già da qualche giorno prima dell'omicidio di quel Charlie Gibbs ma la stanchezza e il senso di affaticamento - di cui a tratti si era reso conto - non l'avevano mai portato fino al punto di arrivare ad addormentarsi sul lavoro o a perdere coscienza dei suoi movimenti. Tuttavia, cercò di non dare peso a quegli episodi e attribuì la cosa allo stress provocato dall'ansia e dal timore che gli aveva trasmesso Jenna a riguardo della questione della tessera assicurativa.

Picarella intanto sembrava aver eletto a ricovero diurno il davanzale della finestra al terzo piano, tanto che oramai il battente restava sempre semiaperto: la gazza andava e veniva a suo piacimento, banchettando con le offerte di Tayler oppure mangiucchiando lì al riparo gli insetti che cacciava in giro nei dintorni; entrava nella doccia e saltellava su ogni sporgenza del bagno, si accucciava gracchiando sulla tazza del wc e gironzolava sul piano del lavabo, beccando le asciugamani o ammirando curiosa per un bel po' il suo riflesso nello specchio appeso accanto al mobiletto pensile. Quel locale era diventato il suo parco giochi, il bar o la taverna preferita di un marinaio che sbarca quotidianamente nello stesso porto, ma pur sentendosi così tanto a suo agio lì dentro non si avventurava mai fuori da quei pochi metri quadrati, come se non gli interessasse minimamente scoprire il resto della casa a sua disposizione.

A una settimana dall'omicidio di Ellsworth Roming, risvegliato dal gracchiare insistente della sua amica pennuta, l'infermiere si tirò su dal letto di malavoglia alle prime luci dell'alba di quel penultimo giorno di luglio ed entrò in bagno trascinandosi come uno zombie appena rianimato dopo secoli di fossa. Varcata la soglia, gettò un'occhiata al fondo del locale e intuì nella penombra la sagoma scura di Picarella che gironzolava nel piatto doccia.

«Alla buon'ora, eh?», mormorò rauco, avvicinandosi all'animale.

Poi, nell'attimo in cui i suoi occhi si abituarono al chiarore accennato a stento dalla finestra semiaperta, notò qualcosa accanto alle zampe della gazza, una sorta di piccola fascetta nera con qualcosa di rotondo al centro. «Che hai lì?», disse, chinandosi in avanti. Quindi, riconosciuto l'oggetto, si bloccò per un secondo in preda allo stupore.

Era un orologio ciò che stava osservando. Un bel Cartier sottile dal cinturino in pelle e dalla corona impreziosita da uno zaffiro.

Istintivamente fece per raccoglierlo dalla cassa ma in quel momento l'uccello la beccò sul vetro e lui ritirò le dita per poi sollevarlo rapido dal lato della fibbia. «Dove l'hai preso questo?», domandò stupito, quasi Picarella potesse rispondergli. Si avvicinò alla finestra, girandoselo tra le mani e notò che il fondello dorato era inciso. "A Jacob Leroy, gli amici del Winter's Club" recitava la cesellatura.

Tanto l'orologio quanto il nome non gli suggerrivano assolutamente nulla e di colpo Tayler avvertì una sensazione di forte disagio salirgli dentro. Fissò a occhi spalancati la gazza che ricambiava il suo sguardo teso e incredulo ruotando a scatti la sua testolina nera e si domandò dove diavolo avesse pescato quel cimelio e ancor più come avesse fatto a trasportarlo in volo, serrato nel becco, fino al suo davanzale al terzo piano. In un attimo il pensiero gli ripresentò in mente l'immagine della sua destra stringente la tessera sanitaria del povero Charlie Gibbs e allora si fiondò fuori dal bagno, superò la camera da letto e raggiunse il salotto oltre il breve corridoio, andando ad accendere subito la tv. Ansioso, armeggiò con il telecomando fino a quando non trovò il canale regionale dedicato al tg mattutino e restò in piedi e immobile ad ascoltare in silenzio tutte le notizie di cronaca.

Nessun uomo scomparso, nè morti o incidenti stradali venivano segnalati a Lafayette nelle ventiquattro ore precedenti. Tirò il fiato per metà ma passò la prima parte della mattina sdraiato sul divano davanti alla televisione, rincorrendo i notiziari da un programma all'altro nell'ansioso timore di veder spuntare d'improvviso il nome di Leroy Jacob in qualche aggiornamento dell'ultim'ora.

Alle due del dopopranzo, finalmente, si decise a spegnere la scatola infernale. Calma piatta. Niente da segnalare sui diversi fronti. Senza passare per i consigli di Jenna, approfittò della giornata libera dopo il turno al Riggs della sera precedente - strana coincidenza, davvero - e ripescò dalla rubrica il numero del suo vecchio amico Robert Coldwell.

«Pronto».

«Ciao Rob. Sono Tayler, come va? Disturbo?», esordì con voce incerta l'infermiere.

«Ah, ma allora sei ancora tra noi», replicò affabile il poliziotto. «Sono mesi che non ti fai vivo. Pensavo avessi fatto i bagagli per Saigon».

«Questo mai, amico. Mettete i fiori nei vostri cannoni, lo sai. Sei in servizio oggi?».

«Appena smontato», fece Coldwell in un sospiro stanco. «Dimmi pure. E' successo qualcosa? Hai bisogno di me?».

«In realtà mi è capitata una cosa insolita, assurda ti verrebbe da dire. Puoi passare qui da me appena hai un minuto?».

Così presero appuntamento da lì a un paio d'ore e l'agente arrivò puntuale all'appartamento di Bates.

 

Jenna passò a casa di Tayler sul tardo pomeriggio, dopo il turno alla galleria d'arte, e restò esterrefatta da quanto era successo e ancor più dal comportamento dell'infermiere. Essendo tua madre, credo tu sappia cosa voglia intendere quando dico che avvampò di rabbia - a meno che in questi anni non sia molto cambiata - e si scagliò contro l'infermiere in una discussione a dir poco burrascosa.

Come aveva potuto tenerla all'oscuro della sua nuova scoperta? E' come diavolo aveva fatto a pensare di rischiare con la polizia prima di consultarsi con lei?

L'infermiere aveva cercato di calmarla, le aveva raccontato delle ore passate davanti alla tv prima della telefonata al suo amico Robert. Le aveva assicurato anche che lo sbirro aveva creduto alla sua storia poichè, durante la sua visita, Picarella si era ripresentata sul davanzale della finestra del bagno e aveva eseguito il suo solito numero da circo fatto di salti, beccate al cibo dal palmo della mano, carezze sul capo, tiro alla fune con l'asciugamani e il gracchio insistente di fronte allo specchio sul lavabo. «Ho anche inventato che di solito mi porta pezzi di vetro, qualche chiodo e altre cianfrusaglie luccicanti e Rob l'ha bevuta fino all'ultimo sorso», aveva affermato Tayler.

Jenna però non sentiva ragioni e all'ora di cena i due erano ancora lì a sbraitarsi contro. A un tratto, mentre le rispondeva per le rime, l'infermiere perse le parole di bocca e sbarrò di colpo gli occhi. Poi iniziò a tremare, irrigidendosi come un tronco, senza più riuscire a muoversi o a camminare.

Tua madre corse subito a sorreggerlo, chiedendogli ripetutamente cosa avesse ma lui sembrava non sentire nemmeno la sua voce.

«Chi sei?», farfugliò allucinato, incapace anche di sedersi al divano seppur aiutato dalla sua compagna, «Chi sei e dove mi trovo?».

Tayler si guardava intorno con la stessa espressione di trasognata sorpresa stampata negli occhi corvini della gazza quando esplorava ogni angolo del bagno e, proprio come l'animale, ruotava a scatti la testa spostandola da un lato all'altro del collo a ogni frase di Jenna, quasi lei appartenesse a una specie sconosciuta, a una razza aliena, e le sue frasi fossero nient'altro che versi in una lingua misteriosa.

«Tayler! Tayler, per l'amor di Dio!», gridava tua madre, cercando di calmare quel suo tremolio diffuso.

L'infermiere socchiuse le palpebre, quasi volesse aguzzare la vista per scorgere qualcosa a centinaia di metri sopra la spalla destra di Jenna, quindi biascicò soltanto con un filo di voce. «E' tutto verde, come l'altra volta...». Dopo si afflosciò su di un fianco e rovinò a terra battendo la tempia sul pavimento tra le grida di sgomento della compagna.

Con uno sforzo incredibile, tua madre lo afferrò sotto le ascelle e lo sollevò di peso fino a portargli la schiena all'altezza della seduta del divano. Li lo lasciò ricadere fra i cuscini e si attaccò di corsa al telefono per chiamare il pronto intervento.

«Jenna... Jenna, che è successo?», si sentì chiamare mentre indicava all'operatore del servizio d'emergenza cosa era accaduto poco prima.

Si sporse oltre il tavolo della cucina ad osservare un lato del sofà e vide che Tayler aveva riaperto gli occhi.

«Ha ripreso conoscenza!», esclamò ripresa all'uomo all'altro capo del ricevitore, «la prego, resti in linea. Controllo come sta».

Corse accanto all'infermiere e lo vide vigile anche se leggermente stordito. «Hai avuto un mancamento. Sto chiamando un'ambulanza».

«Non serve, mi sono ripreso», fece Bates, ingoiando a schiocco bocconi di saliva amara.

«Ma tesoro, sei svenuto d'improvviso...».

«Non farla venire, ti ho detto!», eruppe lui, quasi isterico, «adesso sto bene!».

Jenna lo fissò incerta, poi tornò all'apparecchio telefonico e annullò imbarazzata la chiamata di soccorso.

«Potrebbe essere stato di tutto, signora. Lo accompagni al pronto soccorso più vicino per un primo controllo», si premurò di raccomandarsi l'operatore del 911. «Certi episodi possono ripresentarsi a intervalli di tempo brevi».

Lei lo ringraziò e agganciò il ricevitore, quindi prese una bottiglia d'acqua dal frigorifero e sedette subito accanto a Tayler.

«Dobbiamo andare in ospedale», sentenziò convinta, osservando il suo volto cereo e le occhiaie profonde, «bisogna capire cosa hai avuto».

«Ti dico che è tutto passato», fece l'infermiere mettendosi a sedere, «non hai mai sentito parlare di un calo di pressione, tu?».

«Non mi sentivi oppure non capivi cosa dicevo e tremavi come una fronda in mezzo alla tempesta!», l'incalzò rude Jenna, «non si è trattato di un semplice calo di pressione, per Dio! E poi cosa significa E' tutto verde come l'altra volta, eh?».

Bates si stranì. «Cosa? Di che blateri?».

Tua madre lo scrutò sempre più preoccupata. «Davvero non ricordi di averlo detto? Hai mormorato questa frase un attimo prima di perdere i sensi. Ti è per caso già capitata una cosa del genere e me l'hai tenuta nascosta?».

L'infermiere inspirò a fondo e sbuffò rumorosamente dalle labbra serrate. «Ascoltami, Jenna», tagliò corto, «è la prima volta che ho un episodio simile. Domani al Riggs mi farò dare una bella controllata dal dottor Sanders prima di iniziare il turno. Adesso ti calmi, per favore?».

Jenna imitò il suo sospiro arreso. «Davvero non ricordi di aver detto quelle cose?».

«Non ricordo quello che entrambi abbiamo detto, ok? Sei contenta adesso?», ammise Tayler, prendendo un altro sorso d'acqua.

 

Inutile dirti che tua madre quella sera restò da lui e avvisò il suo capo all'Inspiration Fire Glass che l'indomani sarebbe arrivata in ritardo a lavoro. L'infermiere fece di tutto per convincerla che non c'era da preoccuparsi e che era inutile che lo seguisse al Riggs ma non ci fu verso di farle cambiare idea.

Arrivarono all'ospedale intorno alle sette e Tayler fu costretto a cercare il dottor Sanders nel grande refettorio al piano terra che fungeva da bar, mensa per i dipendenti e tavola calda per i visitatori.

Il medico era seduto a un tavolo con un collega e i due chiacchieravano davanti a due caffelatte con brioches.

«Heila, dottore», esordì il giovane con aria svagata, sotto lo sguardo severo di Jenna, «nottata tranquilla?».

Sanders replicò alla sua battuta con un saluto e domandò se volevano accomodarsi ma l'infermiere si schermì, chiedendogli se poteva rubargli qualche minuto in privato.

Si diedero appuntamento ai marcatempo e quando il dottore li raggiunse, al termine della colazione, l'infermiere gli presentò impacciato la sua fidanzata e gli spiegò il motivo di quell'incontro.

«E' già successo altre volte?», chiese Sanders dopo aver ascoltato la descrizione dettagliata di quanto gli era capitato la sera prima.

Tayler scosse la testa con decisione.

«Hai avuto episodi di improvviso ottundimento? Stati di lieve confusione? Avverti una stanchezza latente?».

Be', qualcosa in più di un paio di volte, avrebbe voluto rispondere ripensando alle flebo nella lavanderia e alla dormita in pausa pranzo, ma con Jenna di fronte che gli misurava le parole sulle labbra quella frase avrebbe significato condannare a morte la sua tranquillità.

«Mai capitato», dichiarò incolore.

«Va bene, facciamo un salto nello studio per una visita preliminare», replicò a quel punto il medico.

Dal controllo venne fuori solo una lieve ipertensione ma al dottor Sanders non sfuggirono il pallore che ammantava il viso dell'infermiere e una certa rigidità muscolare diffusa. Per fugare ogni sospetto, gli prescrisse esami del sangue e una TAC cranica.

«Voglio i risultati entro la fine della settimana, intesi?», disse autoritario, incrociando lo sguardo assorbito di Jenna. «Non farti rincorrere tra i dipartimenti, Tayler, mi raccomando».

Una volta tornati all'ingresso del Riggs, i due giovani si salutarono e Bates risalì al terzo piano per cominciare il turno al reparto geriatrico. Fino a poco prima di mezzogiorno, la giornata filò tranquilla tra cambi catetere, iniezioni di antidolorifici, somministrazione di farmaci, sostituzioni di bendaggi e aggiornamenti di cartelle cliniche. Poi, d'un tratto, uno dei tre monitor della stanza 51 prese a trillare con insistenza e la lunga plafoniera rossa installata sulla porta della camera lampeggiò maligna. Tayler fu il secondo inserviente ad accorrere nel locale e, appena ne varcò la soglia, Nancy coscialunga gli vociò concitata di chiamare d'urgenza il dottor Spears.

«E' in blocco respiratorio! Sbrigati!», l'avvisò la procace collega armeggiando a capo chino sul petto della signora Cathriona Louis, una settantasettenne megattera originaria di Dayton che era stata operata di peritonite.

L'infermiere volò per il corridoio battendo ogni angolo del reparto e finalmente trovò il medico di turno oltre le porte antipanico che davano sul vano scale, in attesa davanti alla coppia di ascensori.

Rientrarono insieme di corsa, ignorando le facce a un tempo tese e curiose dei pochi degenti che gironzolavano a ridosso delle loro camere, e raggiunsero Nancy trovandola intenta nelle manovre di rianimazione. «Adrenalina, forza... Va intubata subito», sentenziò Spears, dopo aver scrutato per due secondi i parametri indicati dal monitor.    

In breve, fecero tutto quanto in loro potere per tenere Cathriona da questa parte del fosso ma la nera mietitrice l'aveva già arpionata per bene col suo rampone falciforme e l'anziana donna si spense sotto le loro mani senza mai riprendere conoscenza.

Il dottor Spears registrò l'ora del decesso e incaricò Tayler di trasferire il corpo nella sala mortuaria del livello seminterrato. Quindi uscì dalla 51 scuro in volto e si diresse alla reception del piano per recuperare i contatti dei parenti della defunta e dare loro la triste notizia.

Bates si sentì addosso le occhiate tremebonde delle altre due pazienti che erano rimaste a fissare attonite la branda articolata della Louis durante il loro inefficace intervento. «Hey, Nancy», sussurrò alla collega, intenta a staccare le sonde del monitor dal corpo della morta, «la rimettiamo sotto le coperte e la porto via su questo?».

L'infermiera annuì e aggiunse sottovoce. «Basta che dopo lo riporti qui. Io laggiù non ci vengo».

Tayler sospirò e si affrettò per liberare alla svelta la camera 51, stando bene attento a dare le spalle alle altre occupanti per evitare domande inopportune. Poi, appena ebbe spinto oltre la soglia il letto ospedaliero della Louis, un dolore improvviso e lancinante gli azzannò le tempie facendolo quasi ruggire. Si piegò in avanti, perdendo per un attimo l'equilibrio, e si afferrò all'alta testiera inclinata sfiorando con la fronte i capelli unti e ingrigiti della fu Cathriona. Le palpebre gli calarono sugli occhi e un'esplosione verde gli riempì la mente, spazzando via ogni pensiero come un'inondazione inarrestabile. Con uno sforzo colossale si rimise dritto e avvertì una mano che lo afferrava per il braccio destro e il peso della branda alleggerirsi gradualmente nel trasporto. Una voce sottile gli stava parlando, dapprima concitata e poi via via più lenta, fin quasi a dissolversi, ma lui riusciva a intuire a stento brandelli di parole mentre per inerzia continuava ad avanzare lungo il corridoio. Riavvertì la piena facoltà dei sensi allorchè si ritrovò solo davanti alle porte del montacarichi, spalancate sull'accesso al piano seminterrato. «Cristo Santo...», sentenziò immobile nel riverbero giallognolo diffuso nel vano del sollevatore, chiedendosi come avesse fatto ad arrivare fino a lì senza accorgersene.

Imboccò lesto il lungo andito impregnato di umidità e male illuminato e superò ancora turbato il locale caldaie, il deposito bombole, la sala del generatore e i guardaroba del servizio di sicurezza, arrestando la branda a un metro dalla grande porta di ferro della camera mortuaria. Suonò il campanello e le facce di due uomini apparvero oltre i vetri delle due ante pneumatiche, che si sbloccarono con un tunf basso e prolungato.

«Salve, porto carico», disse con aria desolata quando si ritrovò di fronte alla coppia di necrofori. Il più anziano dei due gli fece segno di seguirli ma Tayler spinse in avanti letto e salma di un passo. «Non c'è bisogno. Io vi aspetto qui per la branda e le lenzuola».

I necrofori sparirono oltre il piccolo atrio galleggiante nella luce biancastra dei neon e l'infermiere li sentì parlottare indistintamente fra loro. Tre minuti dopo, lo stesso tipo a cui si era rivolto gli riconsegnò il letto vuoto con le coperte piegate al centro. «Stavamo per darti una voce, amico. Per quella serviva un muletto», mormorò rauco, la sigaretta pendente all'angolo della bocca appena accennata.

Tayler lo salutò senza replicare e si affrettò a rispingere la testiera della branda fino al montacarichi che lo aveva condotto nell'enorme scantinato del Riggs. All'altezza del deposito bombole gli parve di sentire un rumore soffuso alle sue spalle, una sorta di sospiro arreso, e si bloccò guardandosi dietro. Il corridoio era vuoto, attraversato dal solo ronzio intermittente delle lampade a muro che sfarfallavano mezze fulminate e ormai allo stremo delle loro capacità. Riprese ad avanzare e d'improvviso udì un mormorio irato gorgogliargli forsennatamente nelle orecchie, proprio di fronte alla porta del locale caldaie. L'ha fatto. Sì, come no! Eh sì. Si gela. E' rotto. E' morta. Era giusto. Andava fatto. E lui l'ha fatto. La gazza? Che gazza?! Lo prende? Per lei? Al prossimo. Di notte. Ok. D'accordo. Lo farà. Lo sbirro? Nessun problema. Va fatto? Lo farà. Tayler rabbrividì scattando la testa a occhi sgranati su ogni lato, come un cane cui è sparita di colpo da sotto al naso la ciotola dei croccantini. Allontanò di un metro il letto ospedaliere e spalancò il divisorio dell'ampia stanza dove era installato l'impianto di riscaldamento. «Hei, chi c'è qui dentro?», eruppe torvo addentrandosi nel buio profondo dell'ambiente. Schiacciò l'interruttore della luce e si ritrovò dinnanzi soltanto le tre piattaforme di cemento ingolfate dagli alti boiler, incassati in una gabbia metallica di tubi, manichette e valvole. Nell'intercapedine creata dalle prime due strutture, una coppia di topi lo fissò immobile per poi sparire in un attimo nella penombra della parete di fondo.    

L'infermiere avanzò di qualche passo provando a scrutare dietro le ingombranti sagome dei serbatoi, sperando di non essere stato sentito da un'operaio troppo intento a lavorare sdraiato nel retro della struttura. «Hei, c'è qualcuno li?», ripetè con voce più incerta.

Nessuno rispose. L'unico rumore udibile era il sibilo appena accennato dell'acqua in pressione nelle condotte.

Si voltò rapido, raggiunse la porta e se la richiuse alle spalle, tornando a spingere la branda nell'ultimo tratto di corridoio. Giunto al montacarichi, premette il pulsante di chiamata al piano oppresso da una sorta d'ansia tra capo e collo e restò in attesa pensando al volto cianotico di Cathriona che giaceva in una smorfia addolorata sul banco ghiacciato dell'ultima sala del seminterrato. Le ante del montacarichi gli si aprirono davanti in un cigolio di ferraglia e nel momento stesso in cui lui vi infilò dentro il letto, il borbottio spiritato lo raggiunse di nuovo alle spalle. Che c'è? E' giusto. Si deve fare. L'ho fatto. Lo farai ancora. Di notte. Lei lo vuole. Al diavolo tutto. Chi è? Sei tu? Ok. Al prossimo. Senza voltarsi, l'infermiere schiacciò atterrito il tasto del secondo livello un'infinità di volte e si appoggiò senza fiato alla testiera del letto fino alla ripartenza del sollevatore merci.

 

A quel punto della storia, il vecchio col soprabito caffellatte si bloccò, fissando muto per diversi secondi i lineamenti non ancora induriti di Jeff. S'era alzato un vento improvviso e uno stormire profondo iniziò a portarsi dietro nell'aria mucchi di foliage a piccole manciate.

«Ha finito?», chiese allora il ragazzo, incrociando le braccia sul petto, la schiena ben poggiata alla spalliera della panchina.

L'uomo scosse la testa, stirando appena le labbra in una smorfia sorridente. Quindi riportò l'attenzione sulle fronde del pino oltre la siepe dall'altro lato della sentiero alberato, che oscillavano come scosse da una mano invisibile.

«Buono, non c'è che dire», seguitò Jeff, spostando lo sguardo sulle macchie di fango che chiazzavano le punte delle scarpe dello sconosciuto accanto a lui. «Deve esserle costato parecchia fatica imparare a memoria questo lungo racconto. L'entrata poi... Be', quella ammetto che è stata davvero a effetto. La manda mia madre, eh?».

L'uomo in cappotto marroncino ignorò le sue parole e riprese a giocare col labbro inferiore e a far ruotare fra loro i pollici.

«E' uno scrittore suo amico? Magari un tempo era famoso?», l'incalzò aspro Jeff, «Uno della sua vecchia cerchia di amici artisti a cui ha chiesto di darmi una lezione di tecniche narrative, forse con la speranza che lasci perdere con questa assurda idea di voler diventare un autore? Scommetto che adesso viene la parte dell'autocommiserazione. Del tipo ho venduto centinaia di migliaia di copie e ora mi sono ridotto così, la scrittura è una bestia infame, non fare la mia fine, rimettiti in carreggiata ora che ancora puoi e trovati un lavoro vero».  

«Vivono quattro o cinque anni, in natura...», rispose pensoso il vecchio dai lunghi capelli grigi. «In cattività, alcune arrivano addirittura a venti, però».

Jeff osservò stranito il suo profilo scarno da avvoltoio. «Ma cosa?!».

«Le gazze», fece l'uomo, rivolgendogli un'occhiata seria. «Muoiono quasi tutte o per la scarsità di cibo o perchè vittime dei predatori. Ho fame», aggiuse, strascicando la e in un lungo sospiro, «e tu non hai ancora ascoltato il resto della storia. Hai un sandwich con te? Anche un piatto di uova e pancetta da qualche parte andrebbe bene...».

Jeff si passò la destra sul volto, stropicciandoselo a occhi chiusi in uno sforzo di calma difficile da acciuffare. Avrebbe voluto solo alzarsi e cambiare zona del parco, per poi ritornare a godersi la sua raccolta di novelle prima degli impegni pomeridiani a Purdue. Ma lo sciroccato non glielo avrebbe lasciato fare, lo sapeva. Era certo che l'avrebbe seguito fino a casa, che gli sarebbe rimasto alle costole fino a quando non gli avrebbe detto tutto quello che nella sua mente fusa reputava necessario raccontargli. Con uno normale, l'unica soluzione sarebbe stata lo scontro. Ma, a dispetto di quello che aveva ipotizzato, sentiva che quel tipo era veramente andato e con soggetti del genere era facile finire sulle pagine dei giornali locali come l'ennesima vittima di un raptus di follia. Si protese verso lo zaino e fece scorrere la cerniera centrale, aprendolo e infilandoci dentro la mano destra senza guardare. Scartò al tatto il portafogli, il block notes e il lettore cd e afferrò il sacchetto di carta con il suo pranzo.

«Tonno, insalata e pomodoro», disse Jeff, porgendogli la busta con i due tramezzini che aveva preso allo spaccio dell'università. «Se mi giura che si sbriga a dare un taglio a questa vicenda e che dopo mi lascerà in pace, sono disposto a offrirle il mio spuntino».

L'uomo lanciò una lunga occhiata all'involucro stropicciato, quindi fissò l'espressione seccata del giovane e fece scivolare la sinistra in una tasca del cappotto senza distogliere lo sguardo.

«Hei, che vuole fare?!», vociò allarmato Jeff, scattando in piedi e allontanandosi di un passo dalla panchina.

«Non fartela sotto, ragazzo», mormorò lentamente il vecchio con la bocca piegata in un mezzo ghigno. «Prendo solo il fazzoletto di cotone». Tirò fuori un quadrato di stoffa macchiata e logora e se lo sistemò nel bordo consunto del colletto della camicia. Poi fece segno di passargli il sacchetto e quando lo ebbe tra le dita, lo scartocciò e ci guardò dentro con aria interessata. «Dove eravamo rimasti, dunque?», continuò serafico, portandosi al mento il primo panino. «Ah sì... Eravamo appena usciti dalla sala mortuaria, eh?».

Tayler cercò di terminare le sue ore al Riggs con le unghie e con i denti. Sentiva che gli era accaduto qualcosa giù nel seminterrato, una sorta di esperienza extrasensoriale che lo aveva lasciato atterrito e snervato a un tempo. Non aveva mai creduto ai fenomeni paranormali nè all'esistenza di forze arcane, eppure non riusciva a spiegarsi l'origine di quella voce che aveva udito d'improvviso nitida e ossessiva dapprima lungo il corridoio e quindi attaccata alle sue spalle in attesa del montacarichi. Allucinazione uditiva da shock post traumatico gli suggerì compita la voce della ragione. Rifletti, bello. Quella donna ti è morta sotto gli occhi, mentre facevate di tutto per salvarla, e ne hai dovuto trasportare il corpo ancora caldo in quella specie di congelatore per cadaveri. Sei del reparto geriatrico, amico, non di chirurgia d'ermegenza o del pronto soccorso. Lì hanno un pelo sullo stomaco diverso. Aggiungi la debolezza di questi giorni e il malore di ieri sera ed ecco che hai creduto di sentire quel mormorio.

La cosa gli parve plausibile, al punto di riuscire lentamente a convincersene. Prima di andare via andrò a fare quel prelievo e passerò da Tony in radiologia per vedere se può inserirmi tra le sedute di domani, si disse mentalmente mentre attraversava il corridoio del terzo piano. Così Jenna e Sanders la smetteranno di mordere il freno.

S'infilò nella sala comune - il soggiorno dedicato ai degenti del reparto - e cercò Arthur Crane, trovandolo alle prese con il numero di luglio di The Puzzler. «Questa roba mi sta fondendo il cervello», fece l'anziano veterano in tono arreso, mostrandogli il cruciverba a doppia pagina nel quale si era impelagato. Poi lo mise da parte e lo invitò a sedergli di fronte. «Cathriona ci ha salutati, eh?», gli disse sottovoce, sfiorandogli una mano con gentilezza. Restarono a parlare per un bel po' del caldo atroce che arroventava la città in quei giorni, degli incendi che stavano divorando la California un distretto per volta e, tanto per non cambiare, Arthur deviò il discorso sull'estate del quarantatrè e sull'arrivo notturno e confuso della sua divisione a Gela durante l'operazione Husky - il famoso sbarco in Sicilia.

Tayler lo ascoltò rifugiarsi nelle memorie di un'altra vita, nei ricordi vividi di un giovane impregnato di ardimento, e lentamente sentì la tensione stemperarglisi dentro, come un cubetto di ghiaccio che rapidamente si scioglie in un catino di acqua tiepida.

Al termine della chiacchierata, Bates ritornò a lavoro ma dopo neanche un'ora fu convocato dal caposala nella stanza degli infermieri.

«Devo chiederti un grosso favore», attaccò Gene Simmons, grattandosi il testone rasato. «David ha appena chiamato, dicendo che non ce la fa a rientrare questo pomeriggio dalla malattia. Avrei chiesto a Nancy di rimanere ma questa settimana si è già sorbita il doppio turno due volte e non posso tirare troppo la corda con lei. Posso contare sul tuo aiuto per oggi?».

«Va bene... Nessun problema, Gene», replicò Tayler, maledicendolo in cuor suo fino alla terza generazione.

«Sicuro? Guarda che se hai urgenze me la giostro da solo».

«Tranquillo», replicò l'infermiere in tono convinto. «Però l'ordine al take away di stasera va dritta sul tuo conto».

Appena uscito dalla stanza, Bates raggiunse la cabina a gettoni accanto al refettorio del piano terra e avvisò Jenna che il loro incontro serale sarebbe saltato.

«Non potevi proprio evitare, visto quello che è successo ieri?», fu il commento piccato di tua madre.

Tayler sbuffò nella cornetta un misto di stanchezza e di risentimento. «Sono un infermiere, porca vacca, e non un insegnante delle medie. Lo capisci questo, sì?».

     

Intorno alle sette del mattino seguente, Tayler Bates fu risvegliato dal gracchiare ostinato di Picarella che svolazzava nella cabina doccia. Si alzò dal letto con la bocca impastata da un retrogusto ferroso che conosceva bene, con la testa pesante come un macigno, e a passi incerti raggiunse l'uscio del bagno, fissando il pennuto che sbatteva le ali appollaiato sul largo soffione d'acciaio come un vecchio capo indiano in consiglio di guerra.

«Che frigni?», bofonchiò frastornato l'infermiere. Poi voltò lo sguardo sulla soglioletta interna del davanzale della finestra e si accorse che non c'erano più semi nè pezzi di albicocche.

«Ho capito, oggi vuoi la doppia razione», valutò rapido. «Dammi il tempo, però...». Rallentato dai postumi della sbronza, si diresse in cucina e prese una manciata di arachidi dal barattolo nella credenza. Quindi ritornò dalla sua amica, entrò nella cabina doccia e gli sistemò la colazione sul marmo umido della finestra mezza aperta.

«Ecco, serviti pure», mormorò prima di un lungo sbadiglio. Come se davvero avesse inteso il significato di quelle parole, l'uccello saltò dal suo punto di osservazione e raggiunse in un fremito d'ali il luogo del suo banchetto, facendo tintinnare sul piatto doccia qualcosa che fino a quel momento aveva tenuto nascosto tra le zampe.

Tayler si chinò sotto la colonna di lavaggio e raccolse il nuovo obolo che gli aveva elargito Picarella in cambio del pasto. Si rigirò l'oggetto tra le dita della sinistra e vide che si trattava della medaglietta dorata di un cane, dalle dimensioni di un quarto di dollaro. Sul fronte vi era incisa una sola parola. RUFUS. Sul retro, la scritta serigrafata recitava PORTAMI A CASA AL 126 DI PERRIN STREET O CHIAMA MIA MAMMA 765-742-1796.

L'indirizzo che aveva letto gli suscitò un non mi è nuovo riecheggiante da qualche insenatura vagamente lucida della testa. Il secondo pensiero fu telefonare al numero riportato sulla piccola targa rotonda e informarsi se Rufus fosse scappato. «Ma dove le peschi queste cianfrusaglie, eh?», borbottò quasi stizzito all'indirizzo di Picarella, che ancora beccava serafica gli ultimi pezzi di frutta secca. Sarebbe proprio da idioti, o peggio, valutò mentalmente all'idea che l'aveva sfiorato, Chiami mamma solo se hai il cane, perchè mamma della targhetta se ne fa poco. Almeno che tu non voglia passare per un sequestratore di animali in cerca di riscatto. Poggiò la medaglietta sul piano del lavabo e si lavò la faccia con abbondante acqua fresca per cercare di svegliarsi definitivamente, mentre la gazza gracchiava un ultimo saluto e s'infilava rapida oltre l'anta della finestra per ritornare in esplorazione nella vasta area metropolitana di Lafayette.

Avendo la giornata libera dopo l'inatteso doppio turno, l'infermiere si rilassò dedicandosi a una buona colazione abbondante e poltrì fino a metà mattinata stravaccato sul divano del soggiorno facendo zapping tra un episodio di Colombo e una replica del Flip Wilson show.

Verso le undici, il citofono dell'appartamento trillò ma lui era sulla tazza e non poteva muoversi. Quando a suonare due volte fu il campanello, vociò che era in bagno e si sbrigò a pulirsi e a rimettersi i boxer. «Chi è?», domandò stentoreo attraversando la stanza da letto e il breve corridoio che portava in cucina.

«Sono Rob», rispose la voce fuori casa.

Tayler aprì la porta e lo salutò imbarazzato, dicendogli di entrare.

«Scusa l'attesa», sorrise. «Quando scappa, scappa».

«So che avrei dovuto chiamarti», replicò l'agente Coldwell, fermo a un passo dall'ingresso, «ma ho pensato che potevi essere in casa e ho pensato di tentare». Si guardò intorno come se non avesse mai visto prima l'appartamento e l'infermiere avvertì qualcosa d'insolito nell'espressione guardinga del suo amico.

«Be', un'ora ancora e saresti venuto a vuoto», disse Bates. «Stavo per prepararmi per passare a prendere Jenna alla galleria. Oggi pranziamo insieme». Indicò all'amico la cucina e il salotto e Rob si accomodò a una sedia intorno al tavolo.

«Una birra?», propose Tayler, avvicinandosi al frigo e aprendone il portello.

Coldwell scosse la testa. «Magari più tardi».

L'infermiere prese una lattina di coca e sedette di fronte al poliziotto,

gustandone una sorsata. «Allora... A cosa devo l'onore di questa tua visita?», domandò affabile.

Robert Codwell allungò lo sguardo sulla targhetta di Rufus che l'infermiere aveva messo accanto alla ciotola centrotavola, piena di tappi di bottiglie, penne, quadrati di fogli sciolti e candele profumate. La prese quasi svagato, ne lesse il retro, e la rimise al suo posto.

«Un altro dono di Picarella», spiegò Tayler. «Allora, per cosa volevi vedermi?».

«Ci sono novità su quell'orologio», prese a spiegare l'agente, tamburellando i polpastrelli sull'incerata trasparente del tavolo. «Stamattina all'alba un certo Michael Corelli stava attraversando il fiume con la sua pilotina dopo una nottata di pesca e ha notato una sagoma distesa tra le fronde dei platani, ai piedi dell'argine erboso sotto uno dei piloni del Pedestrian Bridge. Si è avvicinato e si è accorto che si trattava di un uomo in completo scuro. Gli ha dato una voce ma quello niente. Così ha attraccato alla meglio, ha risalito l'argine e l'ha raggiunto, credendo che si fosse sbronzato per bene. L'ha scosso per un braccio e il tipo gli è scivolato addosso, facendolo finire quasi in acqua. Aveva la testa spaccata e la faccia e il collo coperti di sangue.

Corelli ha chiamato il 911. I colleghi che sono arrivati sul posto sono riusciti a risalire all'identità del morto grazie al biglietto da visita di un club di New York che aveva in un taschino interno della giacca. E' venuto fuori che l'uomo era un trombettista jazz che si era esibito da queste parti ed era uno dei quattro soci del locale indicato sul biglietto. Si chiamava Leroy Jacob, comproprietario del Winter's Club. E secondo il coroner è stato accoppato tre giorni prima del suo ritrovamento».

Tayler restò senza fiato a occhi sgranati. «Te l'ho dato io quell'orologio, Rob...», riuscì a malapena a proferire con immenso sforzo.

«C'è dell'altro...», proseguì lentamente il poliziotto. Poi si alzò dalla sedia, restando in piedi di fronte all'infermiere. «Sempre stamattina, intorno alle nove, abbiamo raccolto la denuncia di un uomo ricoverato ieri sera d'urgenza al Franciscan Health Institute. Si chiama Henry Bailey...». Coldwell si schiarì la gola, deglutendo un groppo di saliva. «Il poveretto è intubato, messo davvero male, ma ha trovato la forza incredibile di scrivere su un blocco di appunti una paginetta con quattro righe su quello che gli era accaduto. Pare sia stato aggredito mentre rientrava in casa dalla passeggiata serale col cane. Un uomo in auto l'ha affiancato a pochi metri dalla sua abitazione, intorno alla mezzanotte, chiedendogli se poteva portarlo in ospedale poichè credeva di avere un infarto in corso. Non riusciva a guidare. Bailey l'ha aiutato a spostarsi sul lato passeggeri, ha fatto salire il cane dietro e si è messo al volante, puntando verso il Riggs. A un chilometro circa dall'ospedale, l'uomo gli ha chiesto di fermarsi perchè doveva vomitare. Bailey ha arrestato la vettura, è sceso dal posto guida e ha fatto il giro fino allo sportello del passeggero per aiutare lo sconosciuto a smontare dall'auto. Mentre si piegava avanti per prenderlo sottobraccio, quel bastardo ha estratto un cacciavite dal vano portaoggetti e l'ha bucato due volte al collo, lasciandolo dissanguare in mezzo alla strada e portandosi via il cane. La fortuna ha voluto che una Mazda con tre giovani a bordo è sopraggiunta poco dopo e lo stava quasi travolgendo, trovandoselo davanti mezzo scannato lì per terra. L'hanno portato di corsa al Franciscan...». Il poliziotto si fermò per un paio di secondi e prese un respiro profondo. «Henry Bailey è uno coi controcoglioni, sai?», riprese a dire, «nello stato di shock in cui si trova, con tutti i tubi che gli trapassano la bocca, la gola eccetera, ha avuto la lucidità di scrivere l'identikit dell'uomo e di indicare marca della vettura, colore e perfino le prime due cifre dell'auto di quel pazzo bastardo e assassino».

Tayler Bates sembrava essere entrato in uno stato quasi comatoso, come incapace di elaborare le notizie che gli andava snocciolando via via l'amico. La mente viaggiava a velocità ridotta e le parole gli arrivavano latenti, quasi le ascoltasse con una sorta di ritardo in cuffia. «...Gli ha portato via il cane?», mormorò incredulo.

Coldwell si allungò sul tavolo e prese la medaglietta dorata che l'infermiere aveva trovato quella mattina ai piedi della colonna doccia.

«Già», affermò tirando su col naso. Fece scorrere la targhetta sul dorso della sinistra, passandosela fra le nocche come facevano i prestigiatori con le monete il sabato sera in tv. «Ma deve averlo liberato perchè il bracco tedesco è ritornato a casa a notte fonda. E sai come si chiama?».

L'infermiere lo fissò, la faccia trasformata in una maschera di cera in scioglimento.

«Rufus...».

«Non è possibile...», sbottò d'un tratto l'infermiere, prendendosi la testa fra le mani coi gomiti appoggiati al tavolo, le dita infilate tra le gonfie ciocche corvine. «Tutto questo è assurdo...».

Coldwell slacciò il bottone a chiusura della fondina che aveva sul fianco e si spostò alle spalle dell'infermiere. «L'aggressore di Baley guidava una Chevrolet Vega giallo senape e le prime cifre della targa sono 3 e 6», asserì greve. «Dobbiamo fare un salto al Franciscan, Tayler... E spero davvero di poterti riaccompagnare qui in tempo per il tuo pranzo».

 

Il vecchio s'infilò l'indice della sinistra in bocca per togliersi un pezzo di tonno incastrato in fondo a una gengiva e si pulì le labbra col tovagliolo che aveva avvolto l'ultimo boccone del secondo tramezzino. Mulinò la lingua in bocca a ispezionare ogni angolo delle arcate dentali, nello stesso modo in cui si beccano a volte certi nonnetti mentre si aggiustano le protesi mobili ormai usurate e traballanti.

Jeff lo scrutò in un misto di tensione e inquietudine. «E poi?», disse con un filo di voce.

Lo sconosciuto appallottolò il tovagliolo e lo gettò nel sacchetto con aria tranquilla. «Tayler Bates finì su tutti i canali nazionali e regionali per almeno una settimana», dichiarò atono. «Il riconoscimento con Bailey ebbe esito positivo e la polizia lo interrogò per quarantott'ore di fila fino a quando gli agenti non furono soddisfatti della sua deposizione. Così le analisi che si era ripromesso di fare si trasformarono in giorni e giorni di test e perizie psichiatriche. I quotidiani riempirono le prime pagine con le sue foto, raccontando e inventando qualsiasi cosa sul suo conto. Poi lo passarono sotto ogni macchinario all'epoca conosciuto e gli somministrarono una quantità esorbitante di pillole. Con una diagnosi di schizofrenia e una sentenza di duplice omicidio, l'infermiere fu trasferito al Beatty Memorial Hospital di Olympia e lì è rimasto per venticinque anni».

Quando il vecchio dai lunghi capelli grigi ebbe terminato, Jeff avvertì una improvvisa stretta afferrarlo poco sopra lo stomaco e fu assalito da una pressante sensazione di fastidio interiore. Non aveva idea del perchè lo svitato avesse scelto proprio lui per lanciarsi in quel lungo racconto nè tantomeno la cosa lo interessava. Sentiva solo che doveva allontanarsi da quel tipo prima che potesse riaprire bocca.

«Bene», mormorò deciso, afferrando lo spallaccio del suo zaino e alzandosi dalla panchina. «io ho ascoltato tutta la sua storia e lei ha avuto il mio pranzo. Direi che siamo a posto così. Le auguro una buona giornata». Senza incrociare lo sguardo dell'uomo, il giovane si avviò a passo rapido verso il lato del sentiero che puntava all'uscita dal parco.

«Jenna lo andò a trovare solo una volta», vociò il vecchio col cappotto cammello, quando il ragazzo era ormai a dieci passi di distanza. «Era al Beatty Memorial da una settimana e lì le disse che era incinta...».

A quella frase, Jeff s'immobilizzò senza riuscire a voltarsi.

«Aveva un ritardo di due settimane», continuò stentoreo dalla panchina, «Le sue cose erano ballerine, ma non fino a quel punto. Lei gli mormorò che aveva fatto il test e che non c'erano dubbi. Lo terrò, disse, ma tu non lo vedrai mai. Il mio bambino merita una vita normale, lontano da te e dal marchio infame che gli darebbe questa città».

«Questo è impossibile», replicò sonoro il ragazzo, sempre di spalle. «Io non ho mai avuto fratelli...».

«Quanti anni hai, ragazzo?», domandò arrochito lo svitato.

Jeff si girò lentamente sul posto e gli lanciò una lunga occhiata sdegnata. «Venticinque. E mio padre era Andrew Isabel, sergente dell'esercito americano, dodicesimo battaglione, quarto reggimento fanteria, eroe della patria caduto nel 1974 in Vietnam. Addio, vecchio».

Lo sconosciuto l'osservò mentre riprendeva il suo cammino a schiena dritta, la sagoma nitida stagliata nell'intensa luce del dopopranzo che rimpiccioliva rapidamente allontanandosi verso la curva del sentiero. «Buon per te, figliolo...», mormorò, prendendo dall'interno del cappotto un pacco di lettere ingiallite che non avevano mai ricevuto risposta. Le poggiò nel punto della panchina dov'era stato seduto il giovane, le accarezzò per l'ultima volta e si alzò con un sospiro afflitto, avviandosi a capo chino nella direzione opposta.