«Accadde tutto
nel giro di un mese...».
Il giovane
abbassò il libro e ruotò appena lo sguardo sull'uomo che gli sedeva accanto
sulla vecchia panchina in ferro battuto del Murdock Park.
«Scusi?», disse
a mezza voce.
Il tipo, un
sessantenne con lunghi capelli grigi e un cappotto color cammello mezzo
sdrucito, continuò a fissare la siepe sull'altro lato del sentiero alberato, rigirandosi
i pollici con le mani in grembo.
«E a ben pensarci,
un mese non è altro che uno sputo in un fusto da 50 litri, colmo d'acqua»,
aggiunse.
Il ragazzo,
forse sui venticinque e con una piccola voglia sul mento, poggiò il romanzo che
stava leggendo sul suo zaino da trekking e si voltò curioso alla sua destra. «Parla
con me?», si assicurò cordiale.
L'uomo incrociò
la sua faccia abbronzata e gli offrì un sorriso vacuo, una specie di smorfia
bonaria e stanca. «Eppure, in soli 30 giorni può scoppiare e finire una guerra
nucleare, può avvenire un colpo di stato in Danimarca che porta al governo il
partito degli agricoltori e metà della popolazione del New England può essere
sterminata da una variante sconosciuta di febbre gialla».
«Eh già...»,
commentò dopo un momento il giovane, riprendendo in mano il libro con
un'espressione tra l'interdetto e l'infastidito.
«Non era per
dire», continuò l'altro, tornando a fissare la siepe. «Poco o molto che lo si
consideri, resta il fatto che un mese è abbastanza per stravolgere le sorti di
una vita, non trovi?».
«Certo, sicuro»,
replicò svelto il ragazzo, scuotendo impercettibilmente il capo fra sè.
Restarono in
silenzio per qualche minuto, il giovane immerso fra le pagine del suo racconto
e l'uomo in cappotto a giocare con la bocca, facendo scivolare avanti e
indietro il labbro inferiore su quello superiore. «Tayler. Tayler Bates»,
enunciò d'un tratto stentoreo, voltandosi verso il vicino con la faccia che
annuiva soddisfatta.
Il giovane
richiuse il romanzo e gli rivolse un'occhiata indagatrice: gli sembrava di aver
già sentito da qualche parte il nome pronunciato da quello svitato ma non
ricordava quando e a che proposito.
«Chi?», chiese per
cortesia.
Il tipo lo
osservò pensoso per qualche istante, stringendo le palpebre.
«Tu vivi qui?»,
s'informò senza rispondere.
«Da dieci anni»,
fece il ragazzo, continuando a rovistare nella mente dove poteva aver
incrociato quel nome. «Laurea a Purdue e adesso dottorato».
«Allora non lo
conosci», rispose indeciso l'uomo dai capelli grigi. «Di certo non eri neppure
nato quando accennarono di lui in televisione».
Senza sapere
cosa dire, il giovane si limitò ad annuire e accarezzò la copertina del libro.
«Faceva
l'infermiere al Riggs», proseguì il tipo, tornando a fissare la siepe di fronte
a loro, «e viveva al terzo piano di un condominio al 199 di North Chauncey
Avenue di West Lafayette».
«Bella zona»,
commentò svagato il giovane. «Era un suo amico?».
«Altrochè. Come
si dice: pappa e ciccia, culo e camicia...». Lo svitato si fermò un attimo,
sporgendo in avanti il busto per scrutare qualcosa fra i rami del pino alle
spalle della siepe. «Pare sia tornato in città dopo venticinque anni». Prese un
respiro profondo e poi d'improvviso scattò quasi in piedi, puntando un dito
verso un gruppo di fronde. «L'hai vista?!».
Il giovane si
allontanò istintivamente verso il bordo della panchina, preoccupato. «Cosa?!».
«Come cosa? La
gazza!».
«Io non ho visto
nulla», eruppe nervoso e seccato. Quindi infilò il romanzo nella tasca
anteriore dello zaino, afferrò la sacca per uno spallaccio e fece per alzarsi
dal suo posto.
«Fu una di
quelle a rovinarlo, sai Jeff?», sentì dire all'uomo mentre si allontanava dalla
panchina. Il ragazzo si fermò di colpo, incredibilmente sorpreso. «Ci
conosciamo?», fece incerto.
Lo svitato
addolcì i tratti del viso in un'espressione benevola. «Tua madre si chiama
Jenna, giusto?».
E
questo chi cazzo è pensò quasi disturbato Jeff. «Già.
Parlo con il signor?».
«Diciamo che
conoscevo tua madre, ragazzo», proseguì atono il tipo, «Hai da fare?».
«Credo proprio
di sì», rispose bellicoso il giovane. Si voltò di nuovo e s'incamminò deciso in
direzione dell'uscita.
«La verità è atroce, figliolo. Ma è pur sempre la
verità. E tutti hanno il diritto di conoscerla».
«La tua è che
sei pazzo, vecchio. Ti consiglio di farti curare», vociò di spalle Jeff, riprendendo
il sentiero.
«Andrew
Isabel...», eruppe stentoreo l'uomo col cappotto sdrucito.
A sentire
nominare il suo defunto padre, il giovane fece dietrofront e ritornò adirato
alla panchina. «Che diavolo vuoi da lui, eh?! Devo chiamare la polizia?».
L'uomo negò, scuotendo
rassegnatamente il capo. «Sta calmo e siediti», disse con inflessione alquanto
autoritaria. «Avanti, siediti. Ho solo una storia da raccontarti...».
Tutto ebbe
inizio ai primi di luglio del 1971.
Almeno su questo
non ho dubbi perchè proprio in quei giorni i quotidiani riportarono la morte
del Re Lucertola a Parigi. Credo che in quell'anno i dischi dei Doors abbiano
stracciato tutti i record di vendita e per l'intera estate, su qualsiasi
stazione radio provavi a sintonizzarti, era impossibile non beccare Riders on the Storm.
La gazza apparve
a Tayler Bates agli albori del mese.
Una mattina l'infermiere
aveva appena finito di insaponarsi schiena e cosce e stava orientando il
soffione sopra il collo quando lo sguardo gli cadde di sottecchi oltre il vetro
della finestra inglobata nell'ampio vano doccia, facendolo saltare come un
grillo contro le mattonelle della parete di fondo del bagno. «Porca troia!»,
mormorò di colpo impaurito. Una mano nera si muoveva sul davanzale esterno al
di là del vetro. Una grande e lunga mano nera che picchiettava con insistenza
l'unghia adunca dell'indice contro il divisorio opaco della finestra, al terzo
piano del condominio all'angolo di North Chauncey Avenue.
Impressionato, Tayler
si sporse in avanti verso quell'assurda visione, trattenendo il fiato, e a due
spanne dal vano illuminato dal chiarore mattutino capì di cosa si trattasse in
realtà. Era soltanto un uccello. Un grosso pennuto che batteva il becco con
insistenza sul vetro satinato, quasi stesse bussando per entrare. Mentre apriva
l'acqua e si piazzava sotto il soffione, l'infermiere pensò che era venuto il momento
di dare un taglio alla sua routine tardo serale a base di Jack Daniels e di
horror di serie b. Si risciacquò in fretta, tenendo sempre lo sguardo puntato al
davanzale della finestra per osservare lo strano visitatore.
Adesso intuiva
la chiazza bianca sul ventre e la lunga coda sottile.
Si trattava di
una gazza. Un esemplare adulto, con tutta probabilità.
L'uccello restò
fuori dalla finestra per tutto il tempo, passeggiando su e giù sulla
soglioletta di marmo esterna, fermandosi spesso al centro e oscillando la
testolina come incuriosito dal tipo dall'altra parte del vano. Tayler arrestò
il getto d'acqua, aprì le ante della doccia, prese l'accappatoio dal termosifone
a parete e lo indossò.
«Hai fame?»,
mormorò tra sè. «Vediamo se trovo qualcosa...».
Uscì dal bagno a
piedi scalzi, lasciando orme sul pavimento, e andò in cucina a controllare in
frigorifero. Dallo scomparto della frutta tirò fuori un'albicocca e la divise
in due. Ne mangiò un pezzo, trovandolo ottimo, e ritornò alla doccia con
l'altra metà in una mano.
«Ci sei
ancora?», disse rivolto verso la finestra del bagno. L'uccello sembrava
sparito. Allora aprì l'anta vetrata e poggiò la parte di frutto sul davanzale
interno, restando in attesa per qualche minuto.
Ancor prima di
vederla, l'infermiere ne udì il gracchiare intenso provenire dal piano
superiore. Poi la gazza planò sulla soglioletta di marmo, lo fissò per un
attimo e saltellò fino al suo premio, prendendo a beccarlo con avidità.
Quand'ebbe finito di mangiare, l'uccello piroettò sul piatto doccia bagnato e
si guardò intorno tranquillo, curioso come un inquilino che ammira il nuovo
locale che ha preso in affitto. Tayler si scoprì quasi ammaliato. «Non c'è
nulla da rubare qui», l'ammonì sorridente e fece per avvicinarsi. Nell'istante
in cui si chinò verso di lei, la gazza emise un verso aspro, qualcosa di simile
a un uare strozzato in gola, e
risaltò sul davanzale per poi spiccare il volo.
Tayler restò
interdetto e richiuse la finestra.
Aveva di certo
confuso quel suono, eppure gli sembrava che l'animale avesse provato a ripetere
il suo rubare.
Per i tre giorni
successivi l'animale non si fece vivo e Tayler dimenticò il curioso incontro.
Ma alla quarta mattina, allo stesso orario in cui si era presentata la prima
volta, ecco che la gazza rifece capolino sul davanzale della finestra del
bagno. «Ma tu guarda...», si disse l'infermiere, già in accappatoio, aprendo il
battente vetrato.
L'uccello entrò
subito, piazzandosi sul soffione della doccia, e lasciò cadere sul piatto in
ceramica una buccia di albicocca che stringeva nel becco.
«Ma che brava»,
commentò l'uomo in una smorfia sorpresa, «hai pensato di ricambiare il favore,
eh? Peccato che sia soltanto la scorza. Comunque, meriti un premio
all'intelligenza». Così andò in cucina e prese due arachidi da una busta aperta
che aveva in un pensile.
Ritornò in bagno
e appoggiò il suo regalo sul piatto doccia. «Queste ti piacciono?».
La gazza
gracchiò in un fremito d'ali, quasi eccitata dalla vista di quel bocconcino.
Quindi si fiondò a pizzicare la prima, l'apri senza sforzo mangiandone
rapidamente i semi e afferrò l'altra nel becco aguzzo, volando via dalla
finestra aperta.
Tayler scosse
appena la testa, divertito. «Potevi almeno ripulire i gusci, no?», borbottò
chinandosi a raccogliere gli avanzi di quel banchetto fulmineo.
Durante il turno
giornaliero nel reparto geriatrico del Riggs, Tayler Bates si ritrovò più volte
a pensare a quanto era avvenuto la mattina.
Non aveva mai
avuto un animale domestico, anche se da bambino aveva sempre desiderato di
poter tenere un gatto o un cane - un Labrador sarebbe stato il massimo - ma era
possibile creare un legame con un uccello allo stato libero? Non amava la fine
cui venivano destinati i cardellini, i canarini e i pappagalli, reclusi a
lamentarsi nelle loro gabbie striminzite o nelle voliere alla meno peggio, e
non trascorreva abbastanza tempo in casa da poter ipotizzare di accudire a
dovere un cucciolo peloso a quattro zampe. Eppure l'idea di avere un amico
pennuto che gli facesse visita nella giornata, quando e come gli pareva per poi
ritornare ai suoi rami e alle sue perlustrazioni, be', questo lo affascinava
parecchio. Così decise di tentare - che tanto non costava nulla - e poi da
qualche parte aveva letto che i corvidi erano gli esemplari più svegli dell'intero
mondo degli alati. Alcuni ritenevano addirittura che la loro intelligenza fosse
pari a quella di un bambino. La prima cosa che fece, quindi, fu di trovare un
nome per la sua gazza e in pausa pranzo accennò la faccenda ad Arthur Crane, il
decano dei degenti ricoverati nel reparto, un ottantaduenne simpatico che
affrontava il diabete e l'insufficienza epatica a suon di battute e
barzellette. «E' semplice», gli disse l'anziano ospite del Riggs durante la
loro chiacchierata, «chiamala Picarella.
Ai miei tempi andava forte Picchiarello, sai? Quel cartone animato con il
picchio che ne combina di cotte e di crude. Magari le piace ed eviterà di
fotterti cucchiai, anelli e altri ninnoli lucenti».
Picarella non
era il massimo, in verità, ma era sempre meglio di la gazza Marla o la gazza
Darla, o Daisy o Rebecca. E poi aveva davvero un vago sentore alla Walt Disney,
come se fosse stato pescato da qualcuno di quei suoi animali personificati,
tanto amati dai bimbi.
Decise che
poteva andare - anche perchè il nome scientifico delle gazze è proprio pica pica - e il passo successivo fu recarsi
alla libreria pubblica di Tippecanoe County e informarsi sulle abitudini alimentari
e caratteriali di quella specie. Consultò diversi tomi, trascorrendo buona
parte del pomeriggio in una delle sale dell'edificio, e quando ne uscì fuori
verso sera aveva con sè un paio di pagine di appunti, parecchie perplessità ma
anche una rinnovata determinazione nel voler cimentarsi nel suo intento.
Sebbene Tayler
avesse trasformato il davanzale della finestra del suo bagno nell'espositore di
un bazar alimentare, inizialmente Picarella continuava a essere irregolare
nelle visite. Poteva capitare infatti che si mostrasse per un paio di giorni di
fila alla stessa ora del primo mattino per poi sparire nei due successivi. Con
pazienza, l'infermiere cambiava quotidianamente il bicchiere con l'acqua sul
marmo della soglia e la ripuliva dai semi di arachidi, dai pezzi di frutta, dai
chicchi di grano e dalle lumache che lasciava per la sua amica, salvo poi rimbandire
il parapetto l'indomani appena sveglio.
La costanza
iniziò a premiarlo e la gazza cominciò a presentarsi con maggiore continuità,
spesso a più riprese nella giornata e anche quando lui era fuori casa. Sulle
prime Tayler attendeva il picchiettio sul vetro satinato per avvicinarsi
all'animale ed aprire l'anta, quindi decise di lasciare la finestra socchiusa e
Picarella non si fece pregare per infilarsi dentro in perlustrazione, dopo aver
dato fondo al suo appetito. Trascorsa una decina di giorni da quel primo
tentativo di approccio, spesso la vedeva saltellare spavalda sul soffione della
doccia o appollaiarsi sulla tavoletta del water mentre lui si radeva o si lavava
i denti. Pur mostrandosi a suo agio, la gazza gironzolava nello spazio
ristretto del bagno senza mai uscire dal locale, tenendosi sempre a tre battiti
d'ali dalla finestra semiaperta. L'infermiere le si accostava pacifico e lei non
disdegnava la sua presenza, lasciandosi addirittura accarezzare il capo mentre
pizzicava pezzetti di pesca dalla sua mano. Insomma, se non erano diventati
amici, almeno l'animale si mostrava riconoscente verso l'umano che la nutriva.
Devi sapere che
all'epoca l'infermiere faceva coppia fissa da circa sei mesi con una bella
biondina, laureata al College of Arts dell'università della Lousiana, che
lavorava all'Inspired Fire Glass Studio, una galleria d'arte a poca distanza da
Shadeland, ai confini meridionali di Lafayette. L'aveva conosciuta non molto
tempo prima che iniziassero a frequentarsi, in uno dei tanti venerdì pomeriggio
in cui lei andava a trovare suo nonno al Riggs Medical Center, dove l'anziano signore
era stato ricoverato in seguito a un brutto ictus.
No. Non fare
quella faccia, ragazzo.
Stiamo parlando
di una storia di oltre vent'anni fa e comunque non fu una relazione lunga,
anche se credo che si volessero bene all'epoca.
A ogni modo,
erano a quel livello sospeso tra fidanzamento e convivenza e tua madre Jenna
spesso trascorreva il week end da Tayler, solitamente restando all'appartamento
fino a quando lui non montava il turno serale.
Una mattina,
doveva essere il 21 o il 22 di luglio, l'infermiere le telefonò di buon'ora per
raccontarle dello strano oggetto che gli aveva portato in dono Picarella.
«E' una tessera
della Medical Health Insurance», le spiegò Tayler, «intestata a un certo
Charlie Gibbs. L'ho trovata sul davanzale della finestra e dovevi vedere come
cercava di reinfilarsela in bocca: mi chiedo da dove l'abbia raccolta e come
cavolo abbia fatto a portarla fino a qui».
Jenna restò
sorpresa quanto lui e gli disse che avrebbe dovuto consegnarla in qualche posto
di polizia o all'ufficio dello sceriffo di Tippecanoe: il poveretto che l'aveva
smarrita - un cinquantaquattrenne originario di Vinton Highlands, per quanto
riportava il documento - rischiava di restare senza copertura medica fino
all'emissione della nuova polizza assicurativa di sostegno statale.
Tayler era nel
suo giorno libero dopo il turno serale e decise che sarebbe passato al
dipartimento di West Lafayette dopo l'ora di pranzo. Non era certo di poter
rilasciare una dichiarazione fedele di come fosse entrato in possesso della
tessera perchè era una storia difficile da credere perfino per lui, tuttavia lì
lavorava una sua vecchia conoscenza, l'agente Robert Coldwell, e avrebbe
chiesto di lui prima di restituire il documento e descrivere come se l'era
ritrovato fra le mani. Per il resto della mattinata, Bates si dedicò ai suoi affari
casalinghi e si era appena sistemato nel divano del soggiorno per rilassarsi
un'oretta davanti alla tv prima di uscire quando il telefono squillò.
Si stiracchiò,
sentendosi stranamente infiacchito anche se aveva dormito come un sasso fino
alle sette del mattino, e raggiunse l'angolo cottura per staccare il ricevitore
dall'alloggio a parete. Dall'altro lato, la voce di Jenna gli giunse in
un'inflessione nervosa e preoccupata.
«Hey, sei ancora
lì? Non sei più uscito?», chiese subito la ragazza.
«Mi stavo
infilando le scarpe proprio in questo momento», mentì l'infermiere, aprendo
distrattamente l'anta del frigorifero. «Ma che hai? E' tutto ok?».
«Eh... Altrochè.
Come si chiama il tipo della tessera?», si sentì domandare di contro.
Bates aggrottò
le sopracciglia, interdetto. «Charlie qualcosa. Ma perchè?».
«Io ricordo Gibbs. Puoi controllare, per cortesia?».
L'infermiere
andò nella sua camera da letto, prese la tessera dal piano della scrivania e la
portò in cucina. «Brava. Charlie Gibbs», scandì leggendo le righe del
documento, «residente in quel bel quartiere popolare che è Lincoln, al civico
27 della nona strada Nord. Ora mi dici che significa?».
«Significa che
ero con la tv accesa nella mia pausa pranzo e ho ascoltato il notiziario locale
e il tuo bel signor non ti conosco ma ho
la tua tessera assicurativa è stato trovato ammazzato un paio d'ore fa
dalle parti di Ellsworth Roming, riverso in una pozza di sangue dietro un
grosso cespuglio all'imbocco di Lingle Avenue».
Bates si sentì
preso a sberle da quella notizia. «Gesù...», fu l'unica cosa che riuscì a
mormorare.
«Gesù e la
Madonna, vorrai dire!», lo corresse quasi stizzita Jenna.
«Si...sicura di
aver sentito bene?», farfugliò appena Tayler.
Jenna sbuffò
arrabbiata. «Stai scherzando?! E ti chiamavo per conferma?!».
Bates restò
impietrito. «Già», sibilarono a stento le sue labbra.
«Fai sparire
quella tessera, Tayler», si raccomandò veloce la ragazza, la preoccupazione
annodata in gola, «bruciala, falla in mille pezzi, buttala nel cesso e tira lo
sciacquone ma trova il modo di sbarazzartene».
«Cosa?!».
«Mi hai sentito,
no?».
«Invece dovrei
consegnarla», valutò incerto l'infermiere. «Magari è una prova... Che ne so.
Metti che ci sono delle impronte, dei residui di qualcosa attaccati sopra...».
«Certo. Ci sono le
tue di impronte», l'interruppe rude Jenna, «e poi la storia di quel tuo uccello
va giù come un bicchiere d'acqua, sai? Ma che ti passa per la testa?! Chissà
quale santo ti ha salvato, caro. Se ti fossi già presentato alla polizia,
adesso sarebbero venuti a prenderti e saresti ancora sotto interrogatorio. Per
quanto ne so, sei l'unico al mondo che alleva gazze da recupero. Di solito
quelle bestie le cose le rubano, altrimenti non le chiamerebbero gazze ladre».
Tayler non
riusciva più a riflettere. L'unica immagine che gli passava per la testa era
quella di Picarella che sul davanzale della finestra del bagno provava caparbia
a infilarsi in bocca la tessera plastificata.
«Ci sei
ancora?», fece la ragazza, ridestandolo.
«Come..? Sì,
insomma... Cosa ha detto la tv sulla sua morte?», chiese esitante.
«Quattro
coltellate al torace, inferte con un oggetto non ancora identificato, forse un
lungo cacciavite. Cercano l'arma e se ci sono testimoni. Devi darmi retta,
Tayler», aggiunse Jenna, «non ti azzardare a fare niente».
«Ok, ok», la
rassicurò Bates. «Troverò il modo di sbarazzarmi di quel documento. Questa
storia è così assurda che ancora non ci credo».
La ragazza
inspirò a fondo, espirando forte dalle narici. «Dillo a me. Quando ho sentito
quel nome a momenti mi veniva un infarto».
Nei giorni
successivi, la faccenda di Charlie Gibbs scivolò sotto la cascata di altre
notizie di cronaca riportate dai giornali. I quotidiani e le tv locali non
accennarono più a ulteriori sviluppi, segno che le forze dell'ordine non
avevano ricavato granchè dal primo giro di indagini. Dal canto suo,
l'infermiere aveva fatto sparire la tessera riducendola in pezzi che poi aveva
infilato nell'apertura di una lattina di birra. Dopo averli incastrati alla
meglio all'interno, Tayler aveva riempito la latta di farina e l'aveva lanciata
nelle acque torbide del Wabash mentre attraversava in auto il ponte sulla 231
di primo mattino per andare a lavoro. Capitò anche qualcos'altro in quelle
giornate, però. Durante una pausa pranzo, si appisolò di colpo mentre ascoltava
il vecchio Arthur Crane che raccontava dei suoi mesi di stanza a Roma durante
l'occupazione alleata del 1944 e il pomeriggio successivo si ritrovò nella
lavanderia del reparto con in mano tre flebo di soluzione glucosata, senza capire
come vi ci fosse capitato.
A dire il vero,
aveva iniziato a riposare male già da qualche giorno prima dell'omicidio di
quel Charlie Gibbs ma la stanchezza e il senso di affaticamento - di cui a
tratti si era reso conto - non l'avevano mai portato fino al punto di arrivare
ad addormentarsi sul lavoro o a perdere coscienza dei suoi movimenti. Tuttavia,
cercò di non dare peso a quegli episodi e attribuì la cosa allo stress
provocato dall'ansia e dal timore che gli aveva trasmesso Jenna a riguardo della
questione della tessera assicurativa.
Picarella
intanto sembrava aver eletto a ricovero diurno il davanzale della finestra al
terzo piano, tanto che oramai il battente restava sempre semiaperto: la gazza
andava e veniva a suo piacimento, banchettando con le offerte di Tayler oppure
mangiucchiando lì al riparo gli insetti che cacciava in giro nei dintorni;
entrava nella doccia e saltellava su ogni sporgenza del bagno, si accucciava
gracchiando sulla tazza del wc e gironzolava sul piano del lavabo, beccando le asciugamani
o ammirando curiosa per un bel po' il suo riflesso nello specchio appeso
accanto al mobiletto pensile. Quel locale era diventato il suo parco giochi, il
bar o la taverna preferita di un marinaio che sbarca quotidianamente nello
stesso porto, ma pur sentendosi così tanto a suo agio lì dentro non si
avventurava mai fuori da quei pochi metri quadrati, come se non gli
interessasse minimamente scoprire il resto della casa a sua disposizione.
A una settimana dall'omicidio
di Ellsworth Roming, risvegliato dal gracchiare insistente della sua amica
pennuta, l'infermiere si tirò su dal letto di malavoglia alle prime luci
dell'alba di quel penultimo giorno di luglio ed entrò in bagno trascinandosi
come uno zombie appena rianimato dopo secoli di fossa. Varcata la soglia, gettò
un'occhiata al fondo del locale e intuì nella penombra la sagoma scura di
Picarella che gironzolava nel piatto doccia.
«Alla buon'ora,
eh?», mormorò rauco, avvicinandosi all'animale.
Poi, nell'attimo
in cui i suoi occhi si abituarono al chiarore accennato a stento dalla finestra
semiaperta, notò qualcosa accanto alle zampe della gazza, una sorta di piccola
fascetta nera con qualcosa di rotondo al centro. «Che hai lì?», disse,
chinandosi in avanti. Quindi, riconosciuto l'oggetto, si bloccò per un secondo
in preda allo stupore.
Era un orologio
ciò che stava osservando. Un bel Cartier sottile dal cinturino in pelle e dalla
corona impreziosita da uno zaffiro.
Istintivamente
fece per raccoglierlo dalla cassa ma in quel momento l'uccello la beccò sul
vetro e lui ritirò le dita per poi sollevarlo rapido dal lato della fibbia.
«Dove l'hai preso questo?», domandò stupito, quasi Picarella potesse
rispondergli. Si avvicinò alla finestra, girandoselo tra le mani e notò che il
fondello dorato era inciso. "A Jacob Leroy, gli amici del Winter's
Club" recitava la cesellatura.
Tanto l'orologio
quanto il nome non gli suggerrivano assolutamente nulla e di colpo Tayler
avvertì una sensazione di forte disagio salirgli dentro. Fissò a occhi
spalancati la gazza che ricambiava il suo sguardo teso e incredulo ruotando a
scatti la sua testolina nera e si domandò dove diavolo avesse pescato quel
cimelio e ancor più come avesse fatto a trasportarlo in volo, serrato nel becco,
fino al suo davanzale al terzo piano. In un attimo il pensiero gli ripresentò
in mente l'immagine della sua destra stringente la tessera sanitaria del povero
Charlie Gibbs e allora si fiondò fuori dal bagno, superò la camera da letto e
raggiunse il salotto oltre il breve corridoio, andando ad accendere subito la
tv. Ansioso, armeggiò con il telecomando fino a quando non trovò il canale
regionale dedicato al tg mattutino e restò in piedi e immobile ad ascoltare in
silenzio tutte le notizie di cronaca.
Nessun uomo
scomparso, nè morti o incidenti stradali venivano segnalati a Lafayette nelle
ventiquattro ore precedenti. Tirò il fiato per metà ma passò la prima parte
della mattina sdraiato sul divano davanti alla televisione, rincorrendo i
notiziari da un programma all'altro nell'ansioso timore di veder spuntare
d'improvviso il nome di Leroy Jacob in qualche aggiornamento dell'ultim'ora.
Alle due del
dopopranzo, finalmente, si decise a spegnere la scatola infernale. Calma
piatta. Niente da segnalare sui diversi fronti. Senza passare per i consigli di
Jenna, approfittò della giornata libera dopo il turno al Riggs della sera
precedente - strana coincidenza, davvero - e ripescò dalla rubrica il numero
del suo vecchio amico Robert Coldwell.
«Pronto».
«Ciao Rob. Sono
Tayler, come va? Disturbo?», esordì con voce incerta l'infermiere.
«Ah, ma allora
sei ancora tra noi», replicò affabile il poliziotto. «Sono mesi che non ti fai
vivo. Pensavo avessi fatto i bagagli per Saigon».
«Questo mai,
amico. Mettete i fiori nei vostri cannoni, lo sai. Sei in servizio oggi?».
«Appena
smontato», fece Coldwell in un sospiro stanco. «Dimmi pure. E' successo
qualcosa? Hai bisogno di me?».
«In realtà mi è
capitata una cosa insolita, assurda ti verrebbe da dire. Puoi passare qui da me
appena hai un minuto?».
Così presero
appuntamento da lì a un paio d'ore e l'agente arrivò puntuale all'appartamento
di Bates.
Jenna passò a
casa di Tayler sul tardo pomeriggio, dopo il turno alla galleria d'arte, e
restò esterrefatta da quanto era successo e ancor più dal comportamento
dell'infermiere. Essendo tua madre, credo tu sappia cosa voglia intendere
quando dico che avvampò di rabbia - a meno che in questi anni non sia molto
cambiata - e si scagliò contro l'infermiere in una discussione a dir poco burrascosa.
Come aveva
potuto tenerla all'oscuro della sua nuova scoperta? E' come diavolo aveva fatto
a pensare di rischiare con la polizia prima di consultarsi con lei?
L'infermiere
aveva cercato di calmarla, le aveva raccontato delle ore passate davanti alla
tv prima della telefonata al suo amico Robert. Le aveva assicurato anche che lo
sbirro aveva creduto alla sua storia poichè, durante la sua visita, Picarella
si era ripresentata sul davanzale della finestra del bagno e aveva eseguito il
suo solito numero da circo fatto di salti, beccate al cibo dal palmo della
mano, carezze sul capo, tiro alla fune con l'asciugamani e il gracchio
insistente di fronte allo specchio sul lavabo. «Ho anche inventato che di
solito mi porta pezzi di vetro, qualche chiodo e altre cianfrusaglie luccicanti
e Rob l'ha bevuta fino all'ultimo sorso», aveva affermato Tayler.
Jenna però non
sentiva ragioni e all'ora di cena i due erano ancora lì a sbraitarsi contro. A
un tratto, mentre le rispondeva per le rime, l'infermiere perse le parole di
bocca e sbarrò di colpo gli occhi. Poi iniziò a tremare, irrigidendosi come un
tronco, senza più riuscire a muoversi o a camminare.
Tua madre corse
subito a sorreggerlo, chiedendogli ripetutamente cosa avesse ma lui sembrava
non sentire nemmeno la sua voce.
«Chi sei?»,
farfugliò allucinato, incapace anche di sedersi al divano seppur aiutato dalla
sua compagna, «Chi sei e dove mi trovo?».
Tayler si
guardava intorno con la stessa espressione di trasognata sorpresa stampata
negli occhi corvini della gazza quando esplorava ogni angolo del bagno e,
proprio come l'animale, ruotava a scatti la testa spostandola da un lato
all'altro del collo a ogni frase di Jenna, quasi lei appartenesse a una specie
sconosciuta, a una razza aliena, e le sue frasi fossero nient'altro che versi
in una lingua misteriosa.
«Tayler! Tayler,
per l'amor di Dio!», gridava tua madre, cercando di calmare quel suo tremolio
diffuso.
L'infermiere
socchiuse le palpebre, quasi volesse aguzzare la vista per scorgere qualcosa a
centinaia di metri sopra la spalla destra di Jenna, quindi biascicò soltanto
con un filo di voce. «E' tutto verde, come l'altra volta...». Dopo si afflosciò
su di un fianco e rovinò a terra battendo la tempia sul pavimento tra le grida
di sgomento della compagna.
Con uno sforzo
incredibile, tua madre lo afferrò sotto le ascelle e lo sollevò di peso fino a
portargli la schiena all'altezza della seduta del divano. Li lo lasciò ricadere
fra i cuscini e si attaccò di corsa al telefono per chiamare il pronto
intervento.
«Jenna... Jenna,
che è successo?», si sentì chiamare mentre indicava all'operatore del servizio
d'emergenza cosa era accaduto poco prima.
Si sporse oltre
il tavolo della cucina ad osservare un lato del sofà e vide che Tayler aveva
riaperto gli occhi.
«Ha ripreso
conoscenza!», esclamò ripresa all'uomo all'altro capo del ricevitore, «la
prego, resti in linea. Controllo come sta».
Corse accanto
all'infermiere e lo vide vigile anche se leggermente stordito. «Hai avuto un
mancamento. Sto chiamando un'ambulanza».
«Non serve, mi
sono ripreso», fece Bates, ingoiando a schiocco bocconi di saliva amara.
«Ma tesoro, sei
svenuto d'improvviso...».
«Non farla
venire, ti ho detto!», eruppe lui, quasi isterico, «adesso sto bene!».
Jenna lo fissò
incerta, poi tornò all'apparecchio telefonico e annullò imbarazzata la chiamata
di soccorso.
«Potrebbe essere
stato di tutto, signora. Lo accompagni al pronto soccorso più vicino per un
primo controllo», si premurò di raccomandarsi l'operatore del 911. «Certi
episodi possono ripresentarsi a intervalli di tempo brevi».
Lei lo ringraziò
e agganciò il ricevitore, quindi prese una bottiglia d'acqua dal frigorifero e
sedette subito accanto a Tayler.
«Dobbiamo andare
in ospedale», sentenziò convinta, osservando il suo volto cereo e le occhiaie profonde,
«bisogna capire cosa hai avuto».
«Ti dico che è
tutto passato», fece l'infermiere mettendosi a sedere, «non hai mai sentito
parlare di un calo di pressione, tu?».
«Non mi sentivi
oppure non capivi cosa dicevo e tremavi come una fronda in mezzo alla
tempesta!», l'incalzò rude Jenna, «non si è trattato di un semplice calo di
pressione, per Dio! E poi cosa significa E'
tutto verde come l'altra volta, eh?».
Bates si stranì.
«Cosa? Di che blateri?».
Tua madre lo
scrutò sempre più preoccupata. «Davvero non ricordi di averlo detto? Hai
mormorato questa frase un attimo prima di perdere i sensi. Ti è per caso già
capitata una cosa del genere e me l'hai tenuta nascosta?».
L'infermiere
inspirò a fondo e sbuffò rumorosamente dalle labbra serrate. «Ascoltami,
Jenna», tagliò corto, «è la prima volta che ho un episodio simile. Domani al
Riggs mi farò dare una bella controllata dal dottor Sanders prima di iniziare
il turno. Adesso ti calmi, per favore?».
Jenna imitò il
suo sospiro arreso. «Davvero non ricordi di aver detto quelle cose?».
«Non ricordo
quello che entrambi abbiamo detto, ok? Sei contenta adesso?», ammise Tayler,
prendendo un altro sorso d'acqua.
Inutile dirti
che tua madre quella sera restò da lui e avvisò il suo capo all'Inspiration
Fire Glass che l'indomani sarebbe arrivata in ritardo a lavoro. L'infermiere
fece di tutto per convincerla che non c'era da preoccuparsi e che era inutile
che lo seguisse al Riggs ma non ci fu verso di farle cambiare idea.
Arrivarono
all'ospedale intorno alle sette e Tayler fu costretto a cercare il dottor
Sanders nel grande refettorio al piano terra che fungeva da bar, mensa per i
dipendenti e tavola calda per i visitatori.
Il medico era
seduto a un tavolo con un collega e i due chiacchieravano davanti a due caffelatte
con brioches.
«Heila,
dottore», esordì il giovane con aria svagata, sotto lo sguardo severo di Jenna,
«nottata tranquilla?».
Sanders replicò
alla sua battuta con un saluto e domandò se volevano accomodarsi ma
l'infermiere si schermì, chiedendogli se poteva rubargli qualche minuto in
privato.
Si diedero
appuntamento ai marcatempo e quando il dottore li raggiunse, al termine della
colazione, l'infermiere gli presentò impacciato la sua fidanzata e gli spiegò
il motivo di quell'incontro.
«E' già successo
altre volte?», chiese Sanders dopo aver ascoltato la descrizione dettagliata di
quanto gli era capitato la sera prima.
Tayler scosse la
testa con decisione.
«Hai avuto episodi
di improvviso ottundimento? Stati di lieve confusione? Avverti una stanchezza
latente?».
Be',
qualcosa in più di un paio di volte, avrebbe voluto
rispondere ripensando alle flebo nella lavanderia e alla dormita in pausa
pranzo, ma con Jenna di fronte che gli misurava le parole sulle labbra quella
frase avrebbe significato condannare a morte la sua tranquillità.
«Mai capitato»,
dichiarò incolore.
«Va bene,
facciamo un salto nello studio per una visita preliminare», replicò a quel
punto il medico.
Dal controllo
venne fuori solo una lieve ipertensione ma al dottor Sanders non sfuggirono il
pallore che ammantava il viso dell'infermiere e una certa rigidità muscolare
diffusa. Per fugare ogni sospetto, gli prescrisse esami del sangue e una TAC
cranica.
«Voglio i
risultati entro la fine della settimana, intesi?», disse autoritario,
incrociando lo sguardo assorbito di Jenna. «Non farti rincorrere tra i
dipartimenti, Tayler, mi raccomando».
Una volta
tornati all'ingresso del Riggs, i due giovani si salutarono e Bates risalì al terzo
piano per cominciare il turno al reparto geriatrico. Fino a poco prima di
mezzogiorno, la giornata filò tranquilla tra cambi catetere, iniezioni di
antidolorifici, somministrazione di farmaci, sostituzioni di bendaggi e aggiornamenti
di cartelle cliniche. Poi, d'un tratto, uno dei tre monitor della stanza 51
prese a trillare con insistenza e la lunga plafoniera rossa installata sulla porta
della camera lampeggiò maligna. Tayler fu il secondo inserviente ad accorrere
nel locale e, appena ne varcò la soglia, Nancy coscialunga gli vociò concitata di chiamare d'urgenza il dottor
Spears.
«E' in blocco
respiratorio! Sbrigati!», l'avvisò la procace collega armeggiando a capo chino
sul petto della signora Cathriona Louis, una settantasettenne megattera originaria
di Dayton che era stata operata di peritonite.
L'infermiere
volò per il corridoio battendo ogni angolo del reparto e finalmente trovò il
medico di turno oltre le porte antipanico che davano sul vano scale, in attesa
davanti alla coppia di ascensori.
Rientrarono
insieme di corsa, ignorando le facce a un tempo tese e curiose dei pochi
degenti che gironzolavano a ridosso delle loro camere, e raggiunsero Nancy trovandola
intenta nelle manovre di rianimazione. «Adrenalina, forza... Va intubata
subito», sentenziò Spears, dopo aver scrutato per due secondi i parametri
indicati dal monitor.
In breve, fecero
tutto quanto in loro potere per tenere Cathriona da questa parte del fosso ma
la nera mietitrice l'aveva già arpionata per bene col suo rampone falciforme e
l'anziana donna si spense sotto le loro mani senza mai riprendere conoscenza.
Il dottor Spears
registrò l'ora del decesso e incaricò Tayler di trasferire il corpo nella sala
mortuaria del livello seminterrato. Quindi uscì dalla 51 scuro in volto e si
diresse alla reception del piano per recuperare i contatti dei parenti della
defunta e dare loro la triste notizia.
Bates si sentì
addosso le occhiate tremebonde delle altre due pazienti che erano rimaste a
fissare attonite la branda articolata della Louis durante il loro inefficace
intervento. «Hey, Nancy», sussurrò alla collega, intenta a staccare le sonde
del monitor dal corpo della morta, «la rimettiamo sotto le coperte e la porto
via su questo?».
L'infermiera
annuì e aggiunse sottovoce. «Basta che dopo lo riporti qui. Io laggiù non ci
vengo».
Tayler sospirò e
si affrettò per liberare alla svelta la camera 51, stando bene attento a dare
le spalle alle altre occupanti per evitare domande inopportune. Poi, appena
ebbe spinto oltre la soglia il letto ospedaliero della Louis, un dolore
improvviso e lancinante gli azzannò le tempie facendolo quasi ruggire. Si piegò
in avanti, perdendo per un attimo l'equilibrio, e si afferrò all'alta testiera
inclinata sfiorando con la fronte i capelli unti e ingrigiti della fu
Cathriona. Le palpebre gli calarono sugli occhi e un'esplosione verde gli
riempì la mente, spazzando via ogni pensiero come un'inondazione inarrestabile.
Con uno sforzo colossale si rimise dritto e avvertì una mano che lo afferrava
per il braccio destro e il peso della branda alleggerirsi gradualmente nel
trasporto. Una voce sottile gli stava parlando, dapprima concitata e poi via
via più lenta, fin quasi a dissolversi, ma lui riusciva a intuire a stento
brandelli di parole mentre per inerzia continuava ad avanzare lungo il
corridoio. Riavvertì la piena facoltà dei sensi allorchè si ritrovò solo davanti
alle porte del montacarichi, spalancate sull'accesso al piano seminterrato.
«Cristo Santo...», sentenziò immobile nel riverbero giallognolo diffuso nel
vano del sollevatore, chiedendosi come avesse fatto ad arrivare fino a lì senza
accorgersene.
Imboccò lesto il
lungo andito impregnato di umidità e male illuminato e superò ancora turbato il
locale caldaie, il deposito bombole, la sala del generatore e i guardaroba del
servizio di sicurezza, arrestando la branda a un metro dalla grande porta di
ferro della camera mortuaria. Suonò il campanello e le facce di due uomini
apparvero oltre i vetri delle due ante pneumatiche, che si sbloccarono con un tunf basso e prolungato.
«Salve, porto
carico», disse con aria desolata quando si ritrovò di fronte alla coppia di
necrofori. Il più anziano dei due gli fece segno di seguirli ma Tayler spinse
in avanti letto e salma di un passo. «Non c'è bisogno. Io vi aspetto qui per la
branda e le lenzuola».
I necrofori
sparirono oltre il piccolo atrio galleggiante nella luce biancastra dei neon e
l'infermiere li sentì parlottare indistintamente fra loro. Tre minuti dopo, lo
stesso tipo a cui si era rivolto gli riconsegnò il letto vuoto con le coperte
piegate al centro. «Stavamo per darti una voce, amico. Per quella serviva un
muletto», mormorò rauco, la sigaretta pendente all'angolo della bocca appena
accennata.
Tayler lo salutò
senza replicare e si affrettò a rispingere la testiera della branda fino al
montacarichi che lo aveva condotto nell'enorme scantinato del Riggs. All'altezza
del deposito bombole gli parve di sentire un rumore soffuso alle sue spalle,
una sorta di sospiro arreso, e si bloccò guardandosi dietro. Il corridoio era vuoto,
attraversato dal solo ronzio intermittente delle lampade a muro che
sfarfallavano mezze fulminate e ormai allo stremo delle loro capacità. Riprese
ad avanzare e d'improvviso udì un mormorio irato gorgogliargli forsennatamente
nelle orecchie, proprio di fronte alla porta del locale caldaie. L'ha fatto. Sì, come no! Eh sì. Si gela. E'
rotto. E' morta. Era giusto. Andava fatto. E lui l'ha fatto. La gazza? Che
gazza?! Lo prende? Per lei? Al prossimo. Di notte. Ok. D'accordo. Lo farà. Lo
sbirro? Nessun problema. Va fatto? Lo farà. Tayler rabbrividì scattando la
testa a occhi sgranati su ogni lato, come un cane cui è sparita di colpo da
sotto al naso la ciotola dei croccantini. Allontanò di un metro il letto
ospedaliere e spalancò il divisorio dell'ampia stanza dove era installato
l'impianto di riscaldamento. «Hei, chi c'è qui dentro?», eruppe torvo
addentrandosi nel buio profondo dell'ambiente. Schiacciò l'interruttore della
luce e si ritrovò dinnanzi soltanto le tre piattaforme di cemento ingolfate
dagli alti boiler, incassati in una gabbia metallica di tubi, manichette e
valvole. Nell'intercapedine creata dalle prime due strutture, una coppia di
topi lo fissò immobile per poi sparire in un attimo nella penombra della parete
di fondo.
L'infermiere
avanzò di qualche passo provando a scrutare dietro le ingombranti sagome dei serbatoi,
sperando di non essere stato sentito da un'operaio troppo intento a lavorare
sdraiato nel retro della struttura. «Hei, c'è qualcuno li?», ripetè con voce più
incerta.
Nessuno rispose.
L'unico rumore udibile era il sibilo appena accennato dell'acqua in pressione
nelle condotte.
Si voltò rapido,
raggiunse la porta e se la richiuse alle spalle, tornando a spingere la branda
nell'ultimo tratto di corridoio. Giunto al montacarichi, premette il pulsante
di chiamata al piano oppresso da una sorta d'ansia tra capo e collo e restò in
attesa pensando al volto cianotico di Cathriona che giaceva in una smorfia
addolorata sul banco ghiacciato dell'ultima sala del seminterrato. Le ante del
montacarichi gli si aprirono davanti in un cigolio di ferraglia e nel momento
stesso in cui lui vi infilò dentro il letto, il borbottio spiritato lo
raggiunse di nuovo alle spalle. Che c'è?
E' giusto. Si deve fare. L'ho fatto. Lo farai ancora. Di notte. Lei lo vuole.
Al diavolo tutto. Chi è? Sei tu? Ok. Al prossimo. Senza voltarsi,
l'infermiere schiacciò atterrito il tasto del secondo livello un'infinità di
volte e si appoggiò senza fiato alla testiera del letto fino alla ripartenza
del sollevatore merci.
A quel punto
della storia, il vecchio col soprabito caffellatte si bloccò, fissando muto per
diversi secondi i lineamenti non ancora induriti di Jeff. S'era alzato un vento
improvviso e uno stormire profondo iniziò a portarsi dietro nell'aria mucchi di
foliage a piccole manciate.
«Ha finito?»,
chiese allora il ragazzo, incrociando le braccia sul petto, la schiena ben
poggiata alla spalliera della panchina.
L'uomo scosse la
testa, stirando appena le labbra in una smorfia sorridente. Quindi riportò
l'attenzione sulle fronde del pino oltre la siepe dall'altro lato della
sentiero alberato, che oscillavano come scosse da una mano invisibile.
«Buono, non c'è
che dire», seguitò Jeff, spostando lo sguardo sulle macchie di fango che
chiazzavano le punte delle scarpe dello sconosciuto accanto a lui. «Deve
esserle costato parecchia fatica imparare a memoria questo lungo racconto.
L'entrata poi... Be', quella ammetto che è stata davvero a effetto. La manda
mia madre, eh?».
L'uomo in
cappotto marroncino ignorò le sue parole e riprese a giocare col labbro inferiore
e a far ruotare fra loro i pollici.
«E' uno
scrittore suo amico? Magari un tempo era famoso?», l'incalzò aspro Jeff, «Uno
della sua vecchia cerchia di amici artisti a cui ha chiesto di darmi una
lezione di tecniche narrative, forse con la speranza che lasci perdere con
questa assurda idea di voler diventare un autore? Scommetto che adesso viene la
parte dell'autocommiserazione. Del tipo ho
venduto centinaia di migliaia di copie e ora mi sono ridotto così, la scrittura
è una bestia infame, non fare la mia fine, rimettiti in carreggiata ora che
ancora puoi e trovati un lavoro vero».
«Vivono quattro
o cinque anni, in natura...», rispose pensoso il vecchio dai lunghi capelli
grigi. «In cattività, alcune arrivano addirittura a venti, però».
Jeff osservò
stranito il suo profilo scarno da avvoltoio. «Ma cosa?!».
«Le gazze», fece
l'uomo, rivolgendogli un'occhiata seria. «Muoiono quasi tutte o per la scarsità
di cibo o perchè vittime dei predatori. Ho fame», aggiuse, strascicando la e in
un lungo sospiro, «e tu non hai ancora ascoltato il resto della storia. Hai un
sandwich con te? Anche un piatto di uova e pancetta da qualche parte andrebbe
bene...».
Jeff si passò la
destra sul volto, stropicciandoselo a occhi chiusi in uno sforzo di calma difficile
da acciuffare. Avrebbe voluto solo alzarsi e cambiare zona del parco, per poi
ritornare a godersi la sua raccolta di novelle prima degli impegni pomeridiani
a Purdue. Ma lo sciroccato non glielo avrebbe lasciato fare, lo sapeva. Era
certo che l'avrebbe seguito fino a casa, che gli sarebbe rimasto alle costole
fino a quando non gli avrebbe detto tutto quello che nella sua mente fusa
reputava necessario raccontargli. Con uno normale, l'unica soluzione sarebbe
stata lo scontro. Ma, a dispetto di quello che aveva ipotizzato, sentiva che
quel tipo era veramente andato e con
soggetti del genere era facile finire sulle pagine dei giornali locali come
l'ennesima vittima di un raptus di follia. Si protese verso lo zaino e fece
scorrere la cerniera centrale, aprendolo e infilandoci dentro la mano destra
senza guardare. Scartò al tatto il portafogli, il block notes e il lettore cd e
afferrò il sacchetto di carta con il suo pranzo.
«Tonno, insalata
e pomodoro», disse Jeff, porgendogli la busta con i due tramezzini che aveva
preso allo spaccio dell'università. «Se mi giura che si sbriga a dare un taglio
a questa vicenda e che dopo mi lascerà in pace, sono disposto a offrirle il mio
spuntino».
L'uomo lanciò
una lunga occhiata all'involucro stropicciato, quindi fissò l'espressione
seccata del giovane e fece scivolare la sinistra in una tasca del cappotto
senza distogliere lo sguardo.
«Hei, che vuole
fare?!», vociò allarmato Jeff, scattando in piedi e allontanandosi di un passo
dalla panchina.
«Non fartela
sotto, ragazzo», mormorò lentamente il vecchio con la bocca piegata in un mezzo
ghigno. «Prendo solo il fazzoletto di cotone». Tirò fuori un quadrato di stoffa
macchiata e logora e se lo sistemò nel bordo consunto del colletto della
camicia. Poi fece segno di passargli il sacchetto e quando lo ebbe tra le dita,
lo scartocciò e ci guardò dentro con aria interessata. «Dove eravamo rimasti,
dunque?», continuò serafico, portandosi al mento il primo panino. «Ah sì... Eravamo
appena usciti dalla sala mortuaria, eh?».
Tayler cercò di
terminare le sue ore al Riggs con le unghie e con i denti. Sentiva che gli era
accaduto qualcosa giù nel seminterrato, una sorta di esperienza extrasensoriale
che lo aveva lasciato atterrito e snervato a un tempo. Non aveva mai creduto ai
fenomeni paranormali nè all'esistenza di forze arcane, eppure non riusciva a
spiegarsi l'origine di quella voce che aveva udito d'improvviso nitida e ossessiva
dapprima lungo il corridoio e quindi attaccata alle sue spalle in attesa del montacarichi. Allucinazione uditiva da shock post traumatico
gli suggerì compita la voce della ragione.
Rifletti, bello. Quella donna ti è morta sotto gli occhi, mentre facevate di
tutto per salvarla, e ne hai dovuto trasportare il corpo ancora caldo in quella
specie di congelatore per cadaveri. Sei del reparto geriatrico, amico, non di
chirurgia d'ermegenza o del pronto soccorso. Lì hanno un pelo sullo stomaco
diverso. Aggiungi la debolezza di questi giorni e il malore di ieri sera ed
ecco che hai creduto di sentire quel mormorio.
La cosa gli
parve plausibile, al punto di riuscire lentamente a convincersene. Prima di andare via andrò a fare quel
prelievo e passerò da Tony in radiologia per vedere se può inserirmi tra le
sedute di domani, si disse mentalmente mentre attraversava il corridoio del
terzo piano. Così Jenna e Sanders la
smetteranno di mordere il freno.
S'infilò nella sala
comune - il soggiorno dedicato ai degenti del reparto - e cercò Arthur Crane,
trovandolo alle prese con il numero di luglio di The Puzzler. «Questa roba mi
sta fondendo il cervello», fece l'anziano veterano in tono arreso, mostrandogli
il cruciverba a doppia pagina nel quale si era impelagato. Poi lo mise da parte
e lo invitò a sedergli di fronte. «Cathriona ci ha salutati, eh?», gli disse
sottovoce, sfiorandogli una mano con gentilezza. Restarono a parlare per un bel
po' del caldo atroce che arroventava la città in quei giorni, degli incendi che
stavano divorando la California un distretto per volta e, tanto per non
cambiare, Arthur deviò il discorso sull'estate del quarantatrè e sull'arrivo
notturno e confuso della sua divisione a Gela durante l'operazione Husky - il
famoso sbarco in Sicilia.
Tayler lo
ascoltò rifugiarsi nelle memorie di un'altra vita, nei ricordi vividi di un
giovane impregnato di ardimento, e lentamente sentì la tensione stemperarglisi
dentro, come un cubetto di ghiaccio che rapidamente si scioglie in un catino di
acqua tiepida.
Al termine della
chiacchierata, Bates ritornò a lavoro ma dopo neanche un'ora fu convocato dal
caposala nella stanza degli infermieri.
«Devo chiederti
un grosso favore», attaccò Gene Simmons, grattandosi il testone rasato. «David
ha appena chiamato, dicendo che non ce la fa a rientrare questo pomeriggio
dalla malattia. Avrei chiesto a Nancy di rimanere ma questa settimana si è già
sorbita il doppio turno due volte e non posso tirare troppo la corda con lei.
Posso contare sul tuo aiuto per oggi?».
«Va bene... Nessun
problema, Gene», replicò Tayler, maledicendolo in cuor suo fino alla terza
generazione.
«Sicuro? Guarda
che se hai urgenze me la giostro da solo».
«Tranquillo»,
replicò l'infermiere in tono convinto. «Però l'ordine al take away di stasera
va dritta sul tuo conto».
Appena uscito
dalla stanza, Bates raggiunse la cabina a gettoni accanto al refettorio del
piano terra e avvisò Jenna che il loro incontro serale sarebbe saltato.
«Non potevi
proprio evitare, visto quello che è successo ieri?», fu il commento piccato di
tua madre.
Tayler sbuffò
nella cornetta un misto di stanchezza e di risentimento. «Sono un infermiere,
porca vacca, e non un insegnante delle medie. Lo capisci questo, sì?».
Intorno alle sette
del mattino seguente, Tayler Bates fu risvegliato dal gracchiare ostinato di
Picarella che svolazzava nella cabina doccia. Si alzò dal letto con la bocca
impastata da un retrogusto ferroso che conosceva bene, con la testa pesante
come un macigno, e a passi incerti raggiunse l'uscio del bagno, fissando il
pennuto che sbatteva le ali appollaiato sul largo soffione d'acciaio come un vecchio
capo indiano in consiglio di guerra.
«Che frigni?»,
bofonchiò frastornato l'infermiere. Poi voltò lo sguardo sulla soglioletta
interna del davanzale della finestra e si accorse che non c'erano più semi nè
pezzi di albicocche.
«Ho capito, oggi
vuoi la doppia razione», valutò rapido. «Dammi il tempo, però...». Rallentato
dai postumi della sbronza, si diresse in cucina e prese una manciata di
arachidi dal barattolo nella credenza. Quindi ritornò dalla sua amica, entrò
nella cabina doccia e gli sistemò la colazione sul marmo umido della finestra
mezza aperta.
«Ecco, serviti
pure», mormorò prima di un lungo sbadiglio. Come se davvero avesse inteso il
significato di quelle parole, l'uccello saltò dal suo punto di osservazione e
raggiunse in un fremito d'ali il luogo del suo banchetto, facendo tintinnare
sul piatto doccia qualcosa che fino a quel momento aveva tenuto nascosto tra le
zampe.
Tayler si chinò
sotto la colonna di lavaggio e raccolse il nuovo obolo che gli aveva elargito
Picarella in cambio del pasto. Si rigirò l'oggetto tra le dita della sinistra e
vide che si trattava della medaglietta dorata di un cane, dalle dimensioni di
un quarto di dollaro. Sul fronte vi era incisa una sola parola. RUFUS. Sul
retro, la scritta serigrafata recitava PORTAMI A CASA AL 126 DI PERRIN STREET O
CHIAMA MIA MAMMA 765-742-1796.
L'indirizzo che
aveva letto gli suscitò un non mi è nuovo
riecheggiante da qualche insenatura vagamente lucida della testa. Il
secondo pensiero fu telefonare al numero riportato sulla piccola targa rotonda
e informarsi se Rufus fosse scappato. «Ma dove le peschi queste cianfrusaglie,
eh?», borbottò quasi stizzito all'indirizzo di Picarella, che ancora beccava
serafica gli ultimi pezzi di frutta secca. Sarebbe
proprio da idioti, o peggio, valutò mentalmente all'idea che l'aveva
sfiorato, Chiami mamma solo se hai il
cane, perchè mamma della targhetta se ne fa poco. Almeno che tu non voglia
passare per un sequestratore di animali in cerca di riscatto. Poggiò la
medaglietta sul piano del lavabo e si lavò la faccia con abbondante acqua
fresca per cercare di svegliarsi definitivamente, mentre la gazza gracchiava un
ultimo saluto e s'infilava rapida oltre l'anta della finestra per ritornare in
esplorazione nella vasta area metropolitana di Lafayette.
Avendo la
giornata libera dopo l'inatteso doppio turno, l'infermiere si rilassò
dedicandosi a una buona colazione abbondante e poltrì fino a metà mattinata stravaccato
sul divano del soggiorno facendo zapping tra un episodio di Colombo e una
replica del Flip Wilson show.
Verso le undici,
il citofono dell'appartamento trillò ma lui era sulla tazza e non poteva
muoversi. Quando a suonare due volte fu il campanello, vociò che era in bagno e
si sbrigò a pulirsi e a rimettersi i boxer. «Chi è?», domandò stentoreo
attraversando la stanza da letto e il breve corridoio che portava in cucina.
«Sono Rob»,
rispose la voce fuori casa.
Tayler aprì la
porta e lo salutò imbarazzato, dicendogli di entrare.
«Scusa
l'attesa», sorrise. «Quando scappa, scappa».
«So che avrei
dovuto chiamarti», replicò l'agente Coldwell, fermo a un passo dall'ingresso,
«ma ho pensato che potevi essere in casa e ho pensato di tentare». Si guardò
intorno come se non avesse mai visto prima l'appartamento e l'infermiere
avvertì qualcosa d'insolito nell'espressione guardinga del suo amico.
«Be', un'ora
ancora e saresti venuto a vuoto», disse Bates. «Stavo per prepararmi per passare
a prendere Jenna alla galleria. Oggi pranziamo insieme». Indicò all'amico la
cucina e il salotto e Rob si accomodò a una sedia intorno al tavolo.
«Una birra?»,
propose Tayler, avvicinandosi al frigo e aprendone il portello.
Coldwell scosse
la testa. «Magari più tardi».
L'infermiere
prese una lattina di coca e sedette di fronte al poliziotto,
gustandone una
sorsata. «Allora... A cosa devo l'onore di questa tua visita?», domandò
affabile.
Robert Codwell
allungò lo sguardo sulla targhetta di Rufus che l'infermiere aveva messo
accanto alla ciotola centrotavola, piena di tappi di bottiglie, penne, quadrati
di fogli sciolti e candele profumate. La prese quasi svagato, ne lesse il
retro, e la rimise al suo posto.
«Un altro dono
di Picarella», spiegò Tayler. «Allora, per cosa volevi vedermi?».
«Ci sono novità
su quell'orologio», prese a spiegare l'agente, tamburellando i polpastrelli
sull'incerata trasparente del tavolo. «Stamattina all'alba un certo Michael
Corelli stava attraversando il fiume con la sua pilotina dopo una nottata di
pesca e ha notato una sagoma distesa tra le fronde dei platani, ai piedi
dell'argine erboso sotto uno dei piloni del Pedestrian Bridge. Si è avvicinato
e si è accorto che si trattava di un uomo in completo scuro. Gli ha dato una voce
ma quello niente. Così ha attraccato alla meglio, ha risalito l'argine e l'ha
raggiunto, credendo che si fosse sbronzato per bene. L'ha scosso per un braccio
e il tipo gli è scivolato addosso, facendolo finire quasi in acqua. Aveva la
testa spaccata e la faccia e il collo coperti di sangue.
Corelli ha
chiamato il 911. I colleghi che sono arrivati sul posto sono riusciti a
risalire all'identità del morto grazie al biglietto da visita di un club di New
York che aveva in un taschino interno della giacca. E' venuto fuori che l'uomo
era un trombettista jazz che si era esibito da queste parti ed era uno dei
quattro soci del locale indicato sul biglietto. Si chiamava Leroy Jacob,
comproprietario del Winter's Club. E secondo il coroner è stato accoppato tre
giorni prima del suo ritrovamento».
Tayler restò
senza fiato a occhi sgranati. «Te l'ho dato io quell'orologio, Rob...», riuscì
a malapena a proferire con immenso sforzo.
«C'è
dell'altro...», proseguì lentamente il poliziotto. Poi si alzò dalla sedia, restando
in piedi di fronte all'infermiere. «Sempre stamattina, intorno alle nove, abbiamo
raccolto la denuncia di un uomo ricoverato ieri sera d'urgenza al Franciscan
Health Institute. Si chiama Henry Bailey...». Coldwell si schiarì la gola,
deglutendo un groppo di saliva. «Il poveretto è intubato, messo davvero male,
ma ha trovato la forza incredibile di scrivere su un blocco di appunti una
paginetta con quattro righe su quello che gli era accaduto. Pare sia stato aggredito
mentre rientrava in casa dalla passeggiata serale col cane. Un uomo in auto
l'ha affiancato a pochi metri dalla sua abitazione, intorno alla mezzanotte,
chiedendogli se poteva portarlo in ospedale poichè credeva di avere un infarto
in corso. Non riusciva a guidare. Bailey l'ha aiutato a spostarsi sul lato
passeggeri, ha fatto salire il cane dietro e si è messo al volante, puntando
verso il Riggs. A un chilometro circa dall'ospedale, l'uomo gli ha chiesto di
fermarsi perchè doveva vomitare. Bailey ha arrestato la vettura, è sceso dal
posto guida e ha fatto il giro fino allo sportello del passeggero per aiutare lo
sconosciuto a smontare dall'auto. Mentre si piegava avanti per prenderlo
sottobraccio, quel bastardo ha estratto un cacciavite dal vano portaoggetti e
l'ha bucato due volte al collo, lasciandolo dissanguare in mezzo alla strada e
portandosi via il cane. La fortuna ha voluto che una Mazda con tre giovani a
bordo è sopraggiunta poco dopo e lo stava quasi travolgendo, trovandoselo
davanti mezzo scannato lì per terra. L'hanno portato di corsa al
Franciscan...». Il poliziotto si fermò per un paio di secondi e prese un
respiro profondo. «Henry Bailey è uno coi controcoglioni, sai?», riprese a
dire, «nello stato di shock in cui si trova, con tutti i tubi che gli
trapassano la bocca, la gola eccetera, ha avuto la lucidità di scrivere
l'identikit dell'uomo e di indicare marca della vettura, colore e perfino le
prime due cifre dell'auto di quel pazzo bastardo e assassino».
Tayler Bates
sembrava essere entrato in uno stato quasi comatoso, come incapace di elaborare
le notizie che gli andava snocciolando via via l'amico. La mente viaggiava a velocità
ridotta e le parole gli arrivavano latenti, quasi le ascoltasse con una sorta
di ritardo in cuffia. «...Gli ha portato via il cane?», mormorò incredulo.
Coldwell si
allungò sul tavolo e prese la medaglietta dorata che l'infermiere aveva trovato
quella mattina ai piedi della colonna doccia.
«Già», affermò
tirando su col naso. Fece scorrere la targhetta sul dorso della sinistra, passandosela
fra le nocche come facevano i prestigiatori con le monete il sabato sera in tv.
«Ma deve averlo liberato perchè il bracco tedesco è ritornato a casa a notte
fonda. E sai come si chiama?».
L'infermiere lo
fissò, la faccia trasformata in una maschera di cera in scioglimento.
«Rufus...».
«Non è
possibile...», sbottò d'un tratto l'infermiere, prendendosi la testa fra le
mani coi gomiti appoggiati al tavolo, le dita infilate tra le gonfie ciocche
corvine. «Tutto questo è assurdo...».
Coldwell slacciò
il bottone a chiusura della fondina che aveva sul fianco e si spostò alle
spalle dell'infermiere. «L'aggressore di Baley guidava una Chevrolet Vega
giallo senape e le prime cifre della targa sono 3 e 6», asserì greve. «Dobbiamo
fare un salto al Franciscan, Tayler... E spero davvero di poterti
riaccompagnare qui in tempo per il tuo pranzo».
Il vecchio
s'infilò l'indice della sinistra in bocca per togliersi un pezzo di tonno
incastrato in fondo a una gengiva e si pulì le labbra col tovagliolo che aveva
avvolto l'ultimo boccone del secondo tramezzino. Mulinò la lingua in bocca a
ispezionare ogni angolo delle arcate dentali, nello stesso modo in cui si
beccano a volte certi nonnetti mentre si aggiustano le protesi mobili ormai
usurate e traballanti.
Jeff lo scrutò
in un misto di tensione e inquietudine. «E poi?», disse con un filo di voce.
Lo sconosciuto
appallottolò il tovagliolo e lo gettò nel sacchetto con aria tranquilla.
«Tayler Bates finì su tutti i canali nazionali e regionali per almeno una
settimana», dichiarò atono. «Il riconoscimento con Bailey ebbe esito positivo e
la polizia lo interrogò per quarantott'ore di fila fino a quando gli agenti non
furono soddisfatti della sua deposizione. Così le analisi che si era ripromesso
di fare si trasformarono in giorni e giorni di test e perizie psichiatriche. I
quotidiani riempirono le prime pagine con le sue foto, raccontando e inventando
qualsiasi cosa sul suo conto. Poi lo passarono sotto ogni macchinario all'epoca
conosciuto e gli somministrarono una quantità esorbitante di pillole. Con una
diagnosi di schizofrenia e una sentenza di duplice omicidio, l'infermiere fu
trasferito al Beatty Memorial Hospital di Olympia e lì è rimasto per
venticinque anni».
Quando il
vecchio dai lunghi capelli grigi ebbe terminato, Jeff avvertì una improvvisa stretta
afferrarlo poco sopra lo stomaco e fu assalito da una pressante sensazione di
fastidio interiore. Non aveva idea del perchè lo svitato avesse scelto proprio
lui per lanciarsi in quel lungo racconto nè tantomeno la cosa lo interessava.
Sentiva solo che doveva allontanarsi da quel tipo prima che potesse riaprire
bocca.
«Bene», mormorò
deciso, afferrando lo spallaccio del suo zaino e alzandosi dalla panchina. «io
ho ascoltato tutta la sua storia e lei ha avuto il mio pranzo. Direi che siamo
a posto così. Le auguro una buona giornata». Senza incrociare lo sguardo
dell'uomo, il giovane si avviò a passo rapido verso il lato del sentiero che
puntava all'uscita dal parco.
«Jenna lo andò a
trovare solo una volta», vociò il vecchio col cappotto cammello, quando il
ragazzo era ormai a dieci passi di distanza. «Era al Beatty Memorial da una
settimana e lì le disse che era incinta...».
A quella frase,
Jeff s'immobilizzò senza riuscire a voltarsi.
«Aveva un
ritardo di due settimane», continuò stentoreo dalla panchina, «Le sue cose
erano ballerine, ma non fino a quel punto. Lei gli mormorò che aveva fatto il
test e che non c'erano dubbi. Lo terrò,
disse, ma tu non lo vedrai mai. Il mio bambino merita una vita normale,
lontano da te e dal marchio infame che gli darebbe questa città».
«Questo è
impossibile», replicò sonoro il ragazzo, sempre di spalle. «Io non ho mai avuto
fratelli...».
«Quanti anni
hai, ragazzo?», domandò arrochito lo svitato.
Jeff si girò
lentamente sul posto e gli lanciò una lunga occhiata sdegnata. «Venticinque. E
mio padre era Andrew Isabel, sergente dell'esercito americano, dodicesimo
battaglione, quarto reggimento fanteria, eroe della patria caduto nel 1974 in
Vietnam. Addio, vecchio».
Lo sconosciuto l'osservò mentre riprendeva il suo
cammino a schiena dritta, la sagoma nitida stagliata nell'intensa luce del
dopopranzo che rimpiccioliva rapidamente allontanandosi verso la curva del sentiero.
«Buon per te, figliolo...», mormorò, prendendo dall'interno del cappotto un
pacco di lettere ingiallite che non avevano mai ricevuto risposta. Le poggiò
nel punto della panchina dov'era stato seduto il giovane, le accarezzò per
l'ultima volta e si alzò con un sospiro afflitto, avviandosi a capo chino nella
direzione opposta.