STANZA CINQUANTOTTO
Negli ultimi
mesi mi sono accorto che quel maledetto incubo mi sta raggiungendo sempre più
di frequente. Non so a cosa sia dovuto - forse non reggo più come prima lo
stress sul lavoro oppure dipende dai grattacapi finanziari in cui mi ritrovo -
tuttavia non passano due settimane filate senza svegliarmi almeno una volta nel
cuore della notte, agitato e di soprassalto, con la bocca annaspante e la
fronte imperlata di sudore.
E' strano perché,
qualsiasi cosa io stia sognando prima, al risveglio, pur sforzandomi, la mia
mente non ne ritrova mai traccia e ricorda soltanto la stessa, identica scena
come un carillon difettoso che insiste sulle medesime cinque note anziché
suonare l'intera melodia della sua carica.
E' pomeriggio, uno
di quei dopopranzo uggiosi e ferrigni in cui i vetri delle finestre vengono
battuti a sprazzi da sottilissime puntine di pioggia, e io sono sdraiato mezzo
supino su un letto da degenza o forse su una barella. Mi ritrovo in una stanza
tinteggiata di bianco, ma un bianco sporco, quasi opaco, e ho la manica
sinistra della camicia risvoltata fino al gomito. Ai tre quarti
dell'avambraccio vedo infisso sottopelle un lungo ago luccicante e alla sua
estremità noto che è applicata una cannula aspirante.
Sposto gli occhi
alla mia sinistra e allora scorgo un carrellino medicale, di quelli a cassetti,
con sopra allineate delle sacche di plastica gonfie di sangue. Ne conto tre già
piene e nella quarta il liquido viscoso gorgoglia arrivando dalla cannula che
ho attaccata al braccio.
A quella vista,
di colpo mi sento debole e avverto un forte capogiro.
Allora mormoro
qualcosa in maniera incomprensibile e con gli ultimi brandelli di lucidità vedo
apparire sulla soglia della camera la sagoma di una donna stretta in un lungo
camice panna e con in testa un berretto a bustina verde.
La sconosciuta
non parla né accenna a entrare.
Sogghignando,
resta muta a fissarmi intensamente dall'uscio e fa schioccare tra le mani un
laccio emostatico giallo scuro.
E' a questo
punto che mi ridesto, madido e azzannato da una profonda angoscia.
Obbietterete di
certo che come incubo si tratta di poca roba ma se foste anche voi iatrofobici
come me... be', allora sono sicuro che cambiereste opinione.
Per chiarezza,
tengo a precisare che questa paura dei medici, del personale sanitario o di
chiunque in un ospedale indossi qualcosa di simile a una divisa non ristagna in
me fin dall'infanzia ma mi è stata diagnosticata in età adulta, da uomo fatto e
finito.
Gli specialisti
del settore a cui mi sono rivolto negli ultimi anni si sono mostrati concordi
nell'individuare la causa di questo mio disturbo in uno stato di shock acuto,
subito durante la mia convalescenza dopo l'intervento alle gambe che affrontai
all'epoca della prigionia di guerra. Io, invece, sono dell'opinione che tutti
quei professoroni con tanto di diplomi in bella mostra alle pareti non abbiano
capito un tubo del reale motivo alla base della mia fobia e che essa, in vero,
scaturisca come una reazione difensiva generata istantaneamente dal mio
inconscio per conseguenza di un'esperienza irrazionale - o meglio paranormale -
della quale sono stato testimone.
Comunque,
fintanto che sto bene e reggo botta, la paura morde il freno e se ne sta al
guinzaglio. Ma appena sono giù di tono, agitato oppure preoccupato per
qualcosa, ecco che la mente svalvola e quel timore ingiustificato martella
rumorosamente alla porta del mio animo e strepita, scalcia e si dibatte fino a
quando non ha partita vinta.
A questo punto,
immagino che sarete almeno un minimo curiosi di sapere quale evento ritengo
abbia trasformato camici e ospedali nel mostro acchiappasogni con il quale mi
sono ritrovato a fare i conti in maturità. Ebbene, eccovi la storia, inquadrata
quanto basta nel dettaglio degli accadimenti.
Nel 1921 prestavo
servizio come secondino nel penitenziario di Durham, nel nord est
dell'Inghilterra, e le cose non mi andavano molto bene.
Ero stato
assunto al termine del conflitto mondiale e per quelli che erano i tempi, pur
guardandomi intorno, non avevo trovato di meglio in cui sperare. Con una
giovane moglie e un figlio neonato sul groppone, non potevo starmene con le
mani in tasca a recitare la parte del reduce ammaccato e spaesato: trippa per
gatti non ce n'era - come non ce n'è adesso - e quindi accettai subito l'incarico
quando fui convocato in riscontro alla mia domanda di assunzione.
La paga era una
mezza miseria, anche se sicura, e l'ambiente malsano e più pericoloso della
trincea.
A Durham,
infatti, erano incarcerate le teste più gloriose dell'intero Regno Unito e a
voler sommare gli anni di reclusione dei soli ospiti del braccio C avreste
raggiunto tranquillamente una cifra a tre zeri.
Dei colleghi,
poi, neanche a parlarne.
A parte un paio,
erano bastardi fatti della stessa lurida pasta con cui era plasmata la feccia
che inondava quelle celle e, più che sgonfiare la tensione perenne che
aleggiava nella prigione, si divertivano ad alimentare risse di continuo, salvo
poi sfogare le loro frustrazioni a colpi di manganello sulle schiene dei
residenti che vi erano coinvolti.
A ogni modo,
dopo tre anni passati a galleggiare in quel letamaio, il direttore prese a
benvolermi e alla prima occasione mi propose per un trasferimento con tanto di
promozione.
A sorpresa, la
sua richiesta fu accolta a stretto giro ma l'unico posto disponibile era presso
il penitenziario di Parkhurst nella città di Newport.
«Newport?»,
ripetei confuso, quando il capo mi comunicò la notizia.
«Già», assentì
lui, in piedi davanti alla finestra affacciata sul cortile dell'ora d'aria.
«Nell'isola di Wight».
Mi presi un paio
di giorni per rifletterci e ne parlai con mia moglie Rose per sentire cosa ne
pensava. Accettare significava per lei fare di punto in bianco armi e bagagli e
piantare in asso tutta quella tribù femminile - una madre e tre sorelle onnipresenti
- che era la sua famiglia. Quanto a me, a Durham non avevo nessuno da salutare
anche se la città mi piaceva, così come la cordialità dei suoi abitanti.
Non contavo
molto nella disponibilità di Rose e in caso di un suo rifiuto non sarei stato di
certo lì a biasimarla: per una giovane donna con un marmocchio di tre anni,
avere uno stuolo di aiutanti ed essere attorniata da parenti era una condizione
preziosa e piacevole. Eppure, mia moglie mi stupì accettando l'idea di
trasferirci in quella losanga tutta campagne, moli e promontori di calcare che
sonnecchiava circondata dall'acqua a due chilometri scarsi dalle coste
affacciate sulla Manica.
Tralasciando
l'altro mezzo stipendio in più che avrei portato a casa, credo che la sua
decisione fosse motivata dal tentativo di migliorare il mio stato mentale,
ormai sempre più incupito e rassegnato per l'ambiente meschino in cui ero
costretto a lavorare. Con il suo inatteso benestare, dunque, tornai dal
direttore per comunicargli la mia decisione e un mese dopo sbarcavamo
sull'isola con il nostro bel carico di valigie e buoni propositi.
Per la prima
settimana alloggiammo in un albergo di Newport e poi trovammo una graziosa casa
in affitto al centro di Ryde, la città più grande dei dintorni.
Sulle prime, non
fu semplice prendere le misure a quel nuovo stile di vita, specialmente per
Rose. Per quanto Ryde fosse il riferimento della zona, infatti, si trattava
comunque di un paesino di campagna se paragonato a Durham, della quale aveva
forse un terzo degli abitanti. Eravamo i nuovi, quelli venuti dall'isola madre,
e i vicini ci osservavano con una punta di reticenza e riserbo, guardinghi come
se a un tratto avessimo potuto dare sfogo a qualche bizzarria che avrebbe
incrinato la loro quiete sociale.
Dopo alcuni mesi,
però, abbassarono la guardia e si mostrarono addirittura disponibili.
Dal mio canto,
quel cambiamento si rivelò una scelta vincente: Ryde distava appena sette
chilometri dal luogo di lavoro e la prigione di Parkhurst era infinitamente più
placida e meno affollata di quella dalla quale provenivo. I colleghi erano tipi
a posto, ragazzi in gamba senza problemi repressi, il mio ruolo di caposquadra
scivolò liscio fin dai giorni iniziali e anzi alcuni fra i secondini più
anziani mi diedero una gran mano a entrare alla svelta nelle dinamiche
quotidiane del penitenziario.
Se dovessi fare
un bilancio della nostra condizione a un anno dal trasferimento sull'isola di
Wight, potrei dire che mi sentivo finalmente appagato sotto il profilo
lavorativo e molto più tranquillo e sereno da un punto di vista caratteriale ed
emotivo: la stanchezza, i borbottii di fine giornata, l'irascibilità e il
costante senso d'impercettibile malessere erano ormai un ricordo della vecchia
città.
Quanto a Rose,
di certo per lei la situazione era più impegnativa rispetto a Durham ma, da
donna forte qual era, si mostrava soddisfatta e sollevata per quel mio cambio
di umore e il nostro rapporto di coppia ne giovò molto, tanto che sul finire
dell'anno mi comunicò raggiante di essere di nuovo incinta.
Immaginate quale
possa essere stata la mia gioia nell'apprendere quella notizia e quanto essa
sia decuplicata quattro mesi dopo, sfiorando l'estasi, nel sapere che forse mia
moglie era in attesa di una femminuccia. Sonia o Rachel che fosse stata, l'idea
dell'arrivo di quella bambina mi mise addosso una tale vitalità e una così
incredibile resistenza fisica da convincermi quasi di essere ringiovanito di
colpo. Col passare del tempo e col pancione che aumentava insieme alle nausee,
all'insonnia e all'affaticamento nelle faccende domestiche, mi ritrovai a
rassettare e preparare la colazione prima di andare a lavoro, a fare la spesa
nella pausa pranzo e a cucinare la sera al rientro dalla prigione.
Affrontavo tutto
senza mai un lamento o l'ombra di un fastidio - e vi giuro che quel turbine di
attività non mi concedeva neanche il lusso di una tranquilla fumata di sigaro a
tarda sera - e sarei andato avanti in quel modo fino al giorno del ricovero
prenatale ma, a causa di una sopraggiunta flebite, mia moglie fu costretta
perennemente a letto nell'ultima fase di quella gravidanza sempre più problematica.
A quel punto non
potei fare altro che telefonare a Emily, la sorella maggiore di Rose, e
chiederle di trasferirsi da noi per farle compagnia in mia assenza e per tenere
d'occhio il nostro piccolo Thomas.
Emily ovviamente
non si tirò indietro e l'ultimo mese e mezzo trascorse grazie a Dio in un clima
di ritrovata tranquillità.
Vista la sua
fragile condizione, Rose entrò in ospedale una settimana prima della data
presunta di parto ma il pomeriggio del terzo giorno dal suo ricovero il
direttore di Parkhurst mi convocò, comunicandomi che sarei stato in congedo per
tre turni e che dovevo presentarmi subito al Ryde Hospital. Qualcuno aveva
telefonato dalla struttura sanitaria informandolo che mia moglie era appena
entrata in travaglio.
All'epoca il
Ryde era l'unico Pronto Soccorso di zona e proprio quella mattinata c'era stato
un grave incidente stradale tra un bus di linea diretto a Ventnor, al quale
avevano ceduto i freni, e tre auto in attesa nel traffico. Così, quando arrivai
in ospedale, trovai almeno una trentina di persone tra infermiere sciamanti e
contusi di vario livello che affollavano i corridoi del dipartimento al piano
terra.
«Mi scusi»,
chiesi a un barelliere che mi scivolò davanti nella confusione, «qui fino a
ieri c'era il reparto di ostetricia. Dove sono andate a finire le pazienti?».
«Non lo vede il
casino?», sbraitò il tipo, indaffarato. «Tutte le degenti sono state trasferite
all'ultimo piano».
Che consolazione
era il terzo livello!
In pratica,
soltanto un'ala di quel settore era rimasta operativa mentre la restante parte era
chiusa da almeno tre anni ed era stata adibita a deposito. All'ingresso, di
fronte alle scale, c'era uno stanzone che avevano appena ripulito da cima a
fondo e allestito alla meglio come nido, infilandoci dentro una serie di
vecchie cullette dietro a un ampio separé di metallo. A sinistra di questa specie
di salone, si allungava un andito dalla vernice scrostata e debolmente illuminato
da tre lampade sospese sul quale si aprivano cinque camere munite di alti finestroni,
tutti affacciati sulle aiuole poste ai lati dell'accesso della struttura ospedaliera.
Bussai alla
porta del nido, dove presidiavano la caposala e altre due giovani infermiere, e
chiesi dove fosse ricoverata mia moglie.
«E' appena
entrata in sala parto», mi comunicò la responsabile. «Qui non può restare,
signore. Deve uscire subito e attendere all'esterno».
Mi feci indicare
in quale delle cinque camere avrebbero portato Rose e la donna mi disse che
sarebbe stata l'ultima, quella numerata col cinquantotto, adiacente alla
stretta rampa di gradini che conducevano alla decrepita torre dell'ospedale.
Finsi di uscire
e, appena ebbi modo, m'intrufolai di nuovo all'interno e puntai dritto al
quinto alloggio, sistemandomi in una sedia accanto al letto.
Mia moglie se la
prese davvero comoda e varcò la soglia della sua stanza alle otto di sera
passate. Quando mi vide, sdraiata sulla barella, scoppiò a piangere di gioia mostrandomi
il fagotto che stringeva amorevolmente tra le braccia: restai senza fiato,
letteralmente imbambolato e con gli occhi sgranati nello scoprire per la prima
volta il viso di mia figlia. Con quelle sue gemme luccicanti di un blu oltremare
e le labbra già carnose, era la neonata più graziosa che avessi mai visto in
vita mia.
Diedi una mano
all'infermiera a spostare Rose nel letto della camera e mi accomodai accanto a
lei, tenendole la mano. Rachel, il nostro nuovo raggio di sole, le respirava in
grembo attaccata al seno.
Non so come né a
che punto della serata, ma ci ritrovammo entrambi a sonnecchiare e d'un tratto
fummo svegliati dal tossire affannato di nostra figlia. Rose si tirò su, la
staccò dal suo petto e la mise ben dritta ma la bimba continuava a singhiozzare
colpi di tosse stizziti. Dal naso le sgorgò un rivolo bianco e il faccino e le
manine le si illividirono di colpo, diventando sempre più scure fino a
trasformarsi in cianotiche.
«Sta soffocando,
John! Sta soffocando!», urlò Rose in preda al panico. «Infermiera!», prese a
vociare agitata, «Infermiera! Aiuto! Presto! Infermieraaa!».
Mentre mi alzavo
di scatto dal mio posto per correre in corridoio, sull'uscio della cinquantotto
apparve un'inserviente bionda in camice celeste e con una cuffia bianca sui
capelli, ricamata con una piccola croce rossa nel centro.
«La dia a me,
presto!», esclamò la giovane con voce sicura, entrando rapida e strappando Rachel
dalle braccia di mia moglie. Sotto i nostri occhi, le infilò un dito in gola e
con l'altra mano eseguì una manovra fulminea e astrusa, inclinando in avanti la
schiena della neonata. «Ecco, da brava, tira fuori, su... su», le mormorò benevola.
Senza degnarci
più di uno sguardo né di una parola, l'infermiera uscì e noi due la seguimmo
con gli occhi fino a quando non sparì sul limitare della rampa di scale che si
scorgeva a stento dall'interno dalla stanza.
«Ma che fa?»,
sibilò Rose, ancora preoccupata. «Dove la porta adesso?».
Forse fu
codardia la mia, generata di certo dal panico che mi aveva letteralmente
paralizzato davanti al viso bluastro di mia figlia, fatto sta che la zittii
quasi infastidito. «Calmati, diamine! La starà portando a controllo dal medico
di turno o dalla caposala, per assicurarsi che è tutto ok. Appena saranno tranquilli,
te la riporteranno qui».
Mia moglie
sembrò acquietarsi e così aspettammo in silenzio, rosi entrambi dalla smania di
rivedere alla svelta la nostra bambina. Ma il tempo passava, la tarda sera
scivolava nella notte fonda e l'infermiera bionda non faceva ritorno nel
corridoio dov'erano le camere delle partorienti.
«Non sarà il
caso che tu vada a controllare?», suggerì allora Rose, dopo due ore di fremente
attesa. «Non ci saranno stati mica problemi, vero?».
«Ho capito. Vado
subito», sentenziai, cercando di mascherare l'ansia.
Attraversai il
corridoio malamente rischiarato da quelle chiazze di luce gialla e mi ritrovai
davanti allo stanzone del nido. Bussai forte e dopo qualche minuto mi apparve
di fronte il viso stropicciato di un'infermiera dai lunghi capelli rossi.
«Mi scusi», esordii,
«Vorrei sapere come sta mia figlia. La sua collega ci è venuta in soccorso e
credo l'abbia portata qui. Penso si stesse strozzando durante la poppata».
La donna mi
scrutò titubante. «Una mia collega, dice?».
«Sì, certo. E'
bionda, avrà forse la sua età, qualche anno in più al massimo. Però ha un
camice diverso dal suo, celeste con una cuffia bianca, segnata da una croce. E'
uscita dalla stanza con la bambina».
L'infermiera
sgranò gli occhi e mi mormorò di attendere un istante.
Poi, al suo
posto, ritornò la caposala. «Sua figlia sta bene. E' qui nel nido, che riposa.
Entri e si affacci oltre il divisorio se vuole vederla».
La seguii e
aggirai il separé, sgusciando tra le file di cullette mezze vuote. In quella
centrale, sotto il cartellino giallo con il nome Rachel Coffey, la mia stupenda
pargola dormiva beatamente a pancia sotto stringendo le dita microscopiche a un
lembo della copertina.
«Che le
dicevo?», mormorò la responsabile delle inservienti, «E' sempre stata qui. Stia
tranquillo. Lei è stanco, torni pure da sua moglie e cercate di riposare
entrambi. Domattina, dopo la visita, la porteremo da voi».
Ringraziai e
uscii dal nido ma, non so perché, ebbi l'impressione che tanto la caposala
quanto l'altra infermiera fossero rimaste come stranite o quanto meno sorprese
da quella mia visita.
L'indomani, come
promesso, Rachel fu riportata a sua madre e per i quattro giorni successivi di
degenza nostra figlia non ebbe più alcun problema. Durante il giorno, nei giri
di controllo per madre e figlia, mi accorsi che sia la responsabile che le
altre inservienti gettavano spesso occhiate indagatrici all'interno della
nostra camera, come se cercassero qualcosa dalle parti dell'angolo più lontano
della finestra. A volte, poi, prima di avviarsi per il corridoio, le beccavo ad
allungare il collo sull'uscio per scrutare la rampa di scalini che portavano
alla porta di accesso alla torre dell'ospedale, quasi volessero controllate che
fosse rimasta chiusa. A dirla tutta, quelle infermiere ci sembravano davvero
strane, quasi svampite e perse dietro altri pensieri, e ci trasmettevano un'inspiegabile
impressione cospiratrice, un'aria di muto complotto. L'unica che invece m'ispirava
fiducia e sicurezza era l'infermiera che aveva salvato Rachel e che copriva soltanto
il turno di notte. Bella, alta e florida nell'aspetto, con i lunghi capelli
lisci color biondo cenere, le guance piene e gli occhi ancor più azzurri di mia
figlia, si affacciava spesso oltre la soglia mentre Rose dormiva e mi offriva
un candido sorriso rasserenante, sussurrandomi la sua solita frase. «Amy è qui
per la dolce principessa. Se ha bisogno, chiami pure».
La mattina
dell'uscita dal Ryde, mentre Rose e Rachel compievano la visita di routine
prima delle dimissioni, scambiammo alcune battute con l'anziano dottore che
stava eseguendo il controllo e gli raccontai dello spavento che ci eravamo
beccati per quella prima poppata, elogiando la solerzia con cui era intervenuta
l'infermiera del turno di notte e la sua dedizione nelle sere successive. «E'
stata davvero preziosa e non abbiamo avuto ancora modo di ringraziarla», aggiunse
mia moglie, mentre si ricopriva la schiena.
«Siete in
errore, credo. Non c'è nessuna infermiera dedicata al turno di notte», ci
sorrise svagato il medico. «In questo reparto le operatrici sanitarie sono fisse
e si alternano in trio, mattina e sera».
«In effetti
forse non è di questa divisione», ipotizzai, incrociando lo sguardo di Rose, «poiché
indossa una divisa diversa dalle altre inservienti. Porta un camice celeste con
una cuffia bianca, segnata da una croce nel centro. Mi pare si chiami Amy, se
non sbaglio».
Il dottore si
arrestò di colpo, restando chino e immobile sulla culletta dov'era distesa mia
figlia. Poi si voltò verso di me e con l'aria incredula di chi ha ascoltato la
più grande delle idiozie, si rimise in piedi e ci chiese velocemente permesso
prima di uscire dalla camera.
Io e mia moglie
restammo sconcertati da quella sua assurda reazione. Tuttavia, il dottore
rientrò dopo un paio di minuti, stringendo fra le mani una cornice dorata nella
quale era contenuta una vecchia foto scattata all'esterno dell'ospedale,
proprio sopra una delle aiuole che si scorgevano dalle finestre delle stanze
del reparto.
«Voi due adesso
mi direte anche che la donna di cui parlate si trova in mezzo a queste giovani,
giusto?», domandò quasi irritato, passandomi il quadretto di legno che
incorniciava la fotografia.
Mi avvicinai a
Rose ed entrambi, dopo una rapida occhiata, fummo concordi nell'indicare la
terza infermiera da sinistra, che sorrideva a favore di obbiettivo con le mani
intrecciate placidamente sul ventre. «Certo. Eccola qui. E' proprio lei»,
replicai sicuro.
Il medico ci
fissò malevolo e mi strappò quasi dalle mani il quadretto con l'immagine.
«Bene. La signora e la neonata sono libere di ritornare a casa», ci congedò in
tono di rimprovero, siglando il foglio di uscita. «Quanto alla foto, di certo
avrete confuso una delle nostre operatrici con quella da voi indicata».
Dato il suo
atteggiamento, evitammo di ribattere che non eravamo in errore. Ci limitammo a
salutarlo quando andò via e poi sistemammo le nostre cose per liberare in
fretta la camera.
Mentre
raccoglievo il borsone dal tavolino posto accanto alla finestra, sbirciai
distrattamente oltre le vetrate e scorsi la sagoma dell'infermiera di notte che
sostava in piedi accanto al cancello d'ingresso dell'ospedale, alla fine del
lungo viale delimitato dalle aiuole.
«Eccola lì»,
dissi a mia moglie. Rose mi si avvicinò nella luce dell'ampio vano con in
braccio Rachel e la donna, seppur lontana, ci riconobbe sollevando un braccio
in segno di saluto.
Eravamo già
scesi al piano terra e stavamo attraversando la zona opposta al pronto soccorso
per uscire nel parcheggio della struttura quando sentii una voce chiamarmi ripetutamente
alle spalle.
Ci fermammo a
metà strada e vidi la caposala del reparto maternità che ci raggiungeva a passo
svelto.
«Abbiamo
dimenticato qualcosa?», le chiesi d'istinto.
«No, no», fece
la donna con espressione imbarazzata, quando ci fu di fronte. «Volevo solo mostrarvi
questo».
Dalla tasca
destra del camice estrasse un cartellino rettangolare di color paglierino nella
cui sommità c'era un ovale che incorniciava il volto di una giovane donna
bionda dagli occhi glauchi, in una posa da ritratto di tre quarti. «E' lei
l'inserviente che vi faceva visita?».
Impallidii
all'istante e il sangue mi si gelò nelle vene.
Sotto il viso
della giovane, una frase recitava lugubre ricordatevi
nelle vostre preghiere di Amy Nicholls, tragicamente deceduta il 15 luglio 1910
nel suo 32esimo anno.
Ebbi appena la
forza di annuire, mentre Rose si stringeva più forte la bimba al petto in
un'espressione di puro terrore.
«Amy si è tolta
la vita lanciandosi dalla finestra della cinquantotto dodici anni fa»,
bisbigliò a fatica la caposala. «Una notte, tornata a casa dal lavoro, trovò
suo figlio di tre anni che giaceva esanime nel letto. Suo marito era nel
salone, appisolato nella poltrona, e non si era accorto di nulla. Credeva che
il bambino stesse ancora dormendo. Il giorno dopo la tragedia, Amy salì al
terzo piano del Ryde, che all'epoca era completamente interdetto al pubblico,
entrò in quella camera e si gettò nel vuoto».
«Non ci credo», mormorai
inorridito, fissando i tratti stravolti di mia moglie. «Non è possibile. L'abbiamo
appena vista dalla finestra della stanza, un minuto prima di uscire dal reparto».
La donna mi
scrutò a fondo e scosse la testa. «Non siete i primi. E' già capitato in
passato a una coppia di Shanklin e a una giovane ragazza madre di East Cowes, due
anni fa».
Sconvolti e
ammutoliti, raggiungemmo alla svelta il parcheggio e ci fiondammo in auto,
uscendo pressoché di corsa dal viale della struttura sanitaria. Proprio
all'altezza del cancello di ingresso, accanto al trullo in mattoni rossi del
posto di guardiania, voltai inconsciamente il capo alla mia sinistra e inchiodai
di colpo il piede sul freno: lì dove l'ombra dell'infermiera ci aveva salutato
a braccia alzate, una scritta in vernice rossa ingombrava in uno stampatello
incerto il candido rivestimento di una spalletta di muro.
AMY VIVE QUI.
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