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domenica 4 dicembre 2011


David Balstrom, incontrastato vincitore del Pulitzer anni ’90 nella sezione giornalismo investigativo,  era solito ripetere nelle interviste che un buon cronista d’assalto doveva essere assolutamente un tipo anti-nietzscheano. «Un reporter investigativo deve svegliarsi ogni giorno con la smania di voler abbattere il muro con su scritta la frase non esistono fatti, ma solo interpretazioni [1],» spiegava, «poiché il suo unico compito è  quello di dimostrare l’esatto opposto, ricercando l’inconfutabile verità tra le pieghe di una notizia obiettiva.»
Per quel che Frank stava leggendo nel suo blocco di appunti, Warren Griffith meritava di sicuro il titolo di picconatore numero uno. Con una mordacità implacabile, l’articolista del New York Post aveva dato vita ad un capolavoro inquisitorio, riportandolo sottoforma di memoriale scritto in prima persona. The backlash – il contraccolpo era un chiaro esempio di perizia narrativa, un lavoro in cui l’oggettività del saggio veniva alleggerita dalla scelta di un registro insolitamente diaristico. Un’opera scioccante e rivelatoria, ancor più considerevole del pacchetto d’inchieste che avevano portato alla nascita dello scandalo Watergate. Con una prosa asciutta e serrata, Griffith aveva cominciato la cronaca descrivendo le fasi della sua investigazione al pari di un navigato autore di polizieschi e da lì era partito verso il punto di non ritorno, analizzando nel dettaglio la struttura aziendale della più grande industria farmaceutica del paese ed esumando lungo la strada i  suoi inconfessabili segreti. La zuppa d’illeciti preparata dal giornalista era condita con le spezie più aromatiche messe a disposizione nell’elenco stilato dall’F.B.I. in relazione ai cosiddetti white collar crimes: nel memoriale, infatti, erano riportate una serie di  manovre lobbistiche fondate su mega fusioni/acquisizioni di competitors quotate in borsa, volte all’ottenimento dei diritti sulle molecole strategiche per l’incremento del business aziendale. A ciò si aggiungeva un numero considerevole di violazioni brevettuali a danno di altre compagnie estere e una sfilza di campagne marketing illegali, atte a sponsorizzare l’uso off-label di almeno dieci farmaci per un intervallo di tempo non inferiore ai due lustri. Il tutto era infarcito da un turbinio di tangenti e agevolazioni in favore di un pacchetto di oltre diecimila operatori sanitari americani e otto strutture ospedaliere, tutti pronti ad assicurare la propria connivenza tramite prescrizioni illegittime dei prodotti commercializzati dal colosso farmaceutico. Ma tutto questo rappresentava soltanto la prima parte del testo. Nello sviluppo centrale del suo scritto, Griffith aveva cambiato argomentazioni ed era passato all’analisi dei più grossi flop economici realizzati dal reparto R&S della SunLab Inc.
Per introdurre al meglio le sue tesi, il giornalista aveva pensato bene di citare il nome e il lavoro dell’ ex-amante Sara Gouldstein, informando i lettori che i dati e le tabelle presenti a quel punto dell’opera provenivano da un pericoloso lavoro di spionaggio aziendale, portato avanti della bioricercatrice e racchiuso in un CD il cui valore superava ogni tipo d’immaginazione. Le griglie di dati erano suddivise per target e a corredo di ognuna venivano riportare alcune righe estratte dallo studio dei risultati effettuato da parte della bella Sara. La quantità di dollari mandati in fumo tramite ricerche infruttuose rappresentava una cifra da capogiro: con la sospensione degli studi sul Torcerfrin, un prototipo di nuovo anticolesterolo, nel 2006 il colosso industriale aveva dovuto sostenere un danno economico di oltre 800 milioni di $. L’anno successivo era stata la volta dell’Insular, nuovo progetto di insulina inalatoria che aveva causato un buco di ulteriori 560 milioni, mentre in contemporanea la società era stata costretta a ritirare dal mercato un antileucemico di cui era stata dimostrata l’inefficacia. E ancora, il favoloso reparto R&S  aveva arrestato uno studio pediatrico sull’antipsicotico Germinal  per l’insorgenza di gravi effetti collaterali.
Prima di chiudere la carrellata degli insuccessi ed arrivare alle battute finali del libro, Warren era riuscito anche a citare l’esperienza vissuta in prima persona dalla Gouldstein mentre era impegnata con le ricerche sull’anticoagulante apixaban, sottolineando il suo inspiegabile trasferimento nei laboratori del Livello III del complesso delle Giralda Farms come premio per aver notificato la propria perplessità a riguardo dello sviluppo e della commercializzazione della molecola. Nelle ultime quaranta pagine, The Backlash rivelava ai suoi lettori una vicenda assurda, di una gravità inaudita semmai ne fosse stata confermata appieno la veridicità.
«Per poter affrontare questo argomento, il sottoscritto ha dovuto superare ostacoli e reticenze di ogni sorta» preludeva caustico il navigato reporter del Post. «In anni e anni di lavoro sul campo, ho avuto la fortuna e l’intelligenza di riuscire a stringere una fitta rete di amicizie nelle diverse istituzioni che regolano il complesso ordinamento sociale del nostro Paese. Beh, credetemi quando vi assicuro che ho dovuto sfruttarle tutte per poter essere in grado di documentarmi a dovere sull’incredibile vergogna di cui sto per parlarvi.
Questa è la storia di un crimine indicibile, un’ignobile prevaricazione che illumina lo svilimento dei diritti umani in ragione della sete di potere. Questa che state per leggere è la storia dei bambini di Isiro.»
La vicenda risaliva al 1999 e si apriva con un’ epidemia particolarmente grave di meningite di tipo cerebrospinale che era scoppiata tra il febbraio e l’agosto di quell’anno nel distretto di Isiro, situato nel nordest della Repubblica Democratica del Congo. Nel corso del grave contagio si erano registrati 111.234 casi con 13.014 morti, per un tasso di letalità pari al 10,7%. Il caso si era profilato da subito come la più grave pandemia di meningite verificatisi in Africa nel corso del XX secolo, tanto che per porla sotto controllo erano stati necessari oltre tre mesi di sforzi congiunti da parte di una task force internazionale, istituita tra gli altri dal Ministero federale della sanità,dall’OMS, dall'UNICEF, dalla Croce Rossa Internazionale e affiancata da numerose organizzazioni non governative. «Anche la SunLab Inc. intervenne» scriveva con velata ironia il reporter « e si prodigò da subito per donare medicinali, attrezzature e materiali vari adatti per trattare le concomitanti epidemie di colera e morbillo.» Tuttavia, secondo quanto gli era stato riferito da ex funzionari sanitari congolesi a conoscenza dei fatti e dal direttore del Fatighi Isiro General Hospital, l’intervento del colosso farmaceutico non si era limitato alla sola assistenza dei contagiati. «I ricercatori della SunLab Inc. avrebbe infatti selezionato 200 bambini infetti e li avrebbe ospitati in apposite strutture alle quali potevano accedere solo i dipendenti» spiegava accorato il reporter.  «Quindi i piccoli pazienti sarebbero stati suddivisi in due tronconi di 99 e 101 unità. Quelli  del primo gruppo sarebbe stati curati tramite somministrazione di un alto dosaggio di Revisol, mentre sui restanti 101 sarebbe stata avviata una sperimentazione con un bassa posologia di Natrixone.» Neanche a dirlo, i brevetti di entrambi i farmaci appartenevano al colosso americano ma non avevano ancora trovato conferma di validità rispetto alle terapie già note e utilizzate. In aggiunta, da alcune rivelazioni era risultato che l’attività di sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità congolesi, né con i genitori dei bambini ammalati e che durante il suo decorso 11 bambini erano morti e altri avevano subito danni permanenti quali malformazioni, cecità e paralisi. «Ai pazienti non responder – quelli che non sembravano aver risposto all’effetto del farmaco – il medicinale non venne mai sospeso e sostituito dalla cura tradizionale, contrariamente alle regole etiche valide in ogni tipologia di studio scientifico sperimentale. Jean Baptiste, responsabile sanitario di Medici Senza Frontiere al quale il team di Isiro aveva l’obbligo di riferire gli sviluppi dell’epidemia, ha dichiarato in una nostra conversazione telefonica:  Di quei giorni ricordo l’odore del panico che mi bruciava le narici. L’ospedale era avvolto in un tanfo di morte, i corridoi invasi da pazienti gravemente ammalati. Tutti nel team erano scioccati dal fatto che la SunLab continuasse il suo cosiddetto lavoro scientifico nel mezzo dell’inferno. Per me dovrebbero essere arrestati al pari dei criminali di guerra. Hanno deciso di condurre test per un antibiotico non approvato su bambini la cui vita era appesa a un filo, mentre la gravità della situazione avrebbe richiesto l’uso di un protocollo di cura conosciuto ed efficace.»


[1] Citazione di Friedrich Nietsche.