La
banchina non era altro che un esile e deforme braccio di cemento, annerito dal
tempo, e sporgeva timidamente oltre il profilo delle palazzine dell’eliporto,
defilata ad una trentina di metri sulla destra.
L’imbarcazione,
un Mochi Craft ’44 di 16
metri , era ormeggiata sul lato interno dell’approdo e
dondolava impercettibilmente sulla superficie rugosa dell’acqua, con la prua
rivolta verso il nord.
Il
grosso degli agenti F.B.I. era distribuito lungo la Hudson River Greenway
mentre agli uomini della SWAT era stato ordinato di presidiare gli accessi
della 30esima e 34esima, transennando il tratto di 12th Avenue compreso tra le
due vie e aiutando quelli della stradale a bypassare il traffico su un percorso
alternativo.
In
piedi dietro le recinzioni metalliche che separavano la piattaforma di
collegamento alla banchina dalla pista ciclabile della Greenway, Frank Tomos
attendeva il segnale radio di conferma in
posizione da parte delle due coppie di cecchini del nucleo operativo.
La
telefonata era giunta alle nove e mezza, direttamente dall’ufficio del capo del
dipartimento di polizia sulla 119esima. «Abbiamo ricevuto una segnalazione da
un nostro elemento, l’agente Gregory Bailey» aveva esordito in tono telegrafico
il commissario Ben Kelly. «Pare che il
vostro uomo sia stato visto circolare dalle parti di Upper East Side a bordo di
una Aston Martin db7 targata DX93SI. Da un primo controllo, il veicolo è
risultato di proprietà di una filiale della Hertz con sede al 20 di Morris
Street. L’operatore che abbiamo contattato ci ha riferito che la pratica di
noleggio è stata aperta agli inizi di agosto: il locatario risponde al nome di
Jeffrey Borrowitz, un avvocato che abita al 316 di Edmont Street. Peccato che
nei registri della motorizzazione non vi sia traccia di questo tipo e che a
quell’indirizzo non ci sia altro che una vecchia casa di riposo dismessa ormai
da tempo e in attesa di demolizione.»
Nel
giro di dieci minuti, Simpatia aveva contattato personalmente l’agente Bailey per
ulteriori chiarimenti ed aveva sguinzagliato una dozzina di volanti in borghese
con il compito di intercettare a tutti i costi l’Aston Martin avvistata nei
pressi della 66esima e diretta verso la costa occidentale della città.
La
radio emise un doppio fruscio intermittente e la voce dello spotter[1]
vibrò decisa dall’ovale dell’altoparlante. «Coppia uno in posizione, signore.
Visuale: libera - Distanza aerea dal target : 190,10 metri - Angolo
direzionale: 47,19 gradi. Restiamo in attesa di istruzioni.»
Frank
pigiò il tasto laterale grigio, avvicinando la ricetrasmittente all’orecchio.
La mano, seppur ferma, cominciava a sudargli nel punto di presa. «Ricevuto,
coppia uno. Restate in attesa. Spotter due, rilevate la vostra posizione.»
«Abbiamo
appena raggiunto il parcheggio dipendenti dell’eliporto, signore. Un paio di minuti
e saremo operativi.»
«Ve
ne do uno» rispose nervoso il federale. «E vedete di sbrigarvi prima.»
L’Aston
Martin era stata incrociata da una
pattuglia del NYPD verso la fine della 5th Avenue, a pochi metri dalla Pace
University. Gli agenti avevano segnalato la loro posizione a tutte le unità
sintonizzate sul canale radio 3, quello che il centralino era riuscito a
dedicare tempestivamente all’operazione, ed avevano seguito l’obiettivo nella
svolta a destra sulla 45esima e poi fino all’incrocio con la 7th Avenue. Lì una berlina del Bureau aveva atteso che la
coupé gli sfilasse davanti al verde del semaforo e gli si era messa in coda ad
un paio di veicoli di distanza, continuando a notificare gli spostamenti
tramite radio. All’altezza di Fashion Avenue, l’Aston Martin aveva imboccato la
42esima ed aveva tirato dritto per circa un miglio. A quel punto, Frank non
aveva avuto più dubbi sulle intenzioni del ricercato e aveva ordinato a tutte
le squadre impegnate nella manovra di spostarsi nelle vicinanze della Hudson
River Greenway ma di non immettersi sulla 12th Avenue senza sue ulteriori
disposizioni. Quindi aveva contattato la logistica della Guardia Costiera ed
aveva richiesto il posizionamento immediato di almeno quattro lance veloci
lungo la sponda opposta dell’Hudson, dalle parti dei moli di Weehawken.
Lasciandosi
alle spalle la 39esima, il ricercato aveva svoltato a sinistra di fronte al
Sienna Rose Store. Da lì aveva doppiato l’intera estensione del Javis
Convention Center e al semaforo aveva imboccato l’ingresso del parcheggio
privato che affacciava sulla panetteria dai
Tre Fratelli . Dopo aver occupato un posto nell’angolo meridionale
dell’area di sosta, l’irlandese aveva proseguito a piedi lungo i muretti e le
siepi ingiallite della Greenway fin quando non aveva raggiunto una specie di
stretto passaggio nascosto fra le lamiere perimetrali di un vecchio capannone e
le mura dello spiazzato di cemento collegato ad una delle palazzine
dell’eliporto. Quindi si era inoltrato nell’ombra di quel budello per circa una
ventina di passi ed aveva preso a discendere una scala di ferro mezzo
arrugginita, apparendo qualche minuto dopo davanti al profilo allungato della
banchina.
Mentre
Louis si accendeva una sigaretta, la radio ritornò a frusciare per un istante.
«Coppia due in posizione. Abbiamo dovuto lavorare di tronchese per eliminare una
parte di rete metallica che ostruiva la traiettoria ma adesso la visuale è
libera, signore. Distanza aerea dal target : 135,21 metri - Angolo
direzionale: 185,87 gradi. Attendiamo disposizioni.»
Frank
annuì, lanciando un’occhiata a Gallo. «Bene, ragazzi. Non una mossa senza l’autorizzazione
da questa frequenza. E restate in ascolto.»
«Ci
siamo?» domandò Louis, aspirando con calma una lunga boccata di fumo.
Simpatia
fissò l’orizzonte: il tappeto ceruleo dell’Hudson rifletteva le tinte opache
del cielo, protendendosi placido fino alle prime strisce biancastre dall’altra
parte del fiume, lungo la costa del Jersey.
«Ci
siamo» ripeté a voce alta, più come monito verso se stesso che in segno di
risposta. Era passato un secolo da quando aveva cominciato a seguire il caso, o
almeno così gli sembrava. Adesso era giunto il momento di beccare quel figlio
di puttana e di mettere fine a tutta la fottuta faccenda. Alzando il braccio
sinistro, Frank recuperò l’attenzione di un giovane agente federale in assetto
antisommossa. Il tipo lo vide e saltellò fino al portellone aperto di un Van
del Bureau, sparendovi all’interno. Pochi secondi dopo riemerse dal fondo del
furgone con un paio di giubbini antiproiettile e s’incamminò a passo svelto
verso la Mercedes bianca di Gallo. «E’ da tanto che non indosso uno di quei
cosi» confessò con un mezzo sorriso l’ex agente N.S.A.
«Non
tu» replicò atono Simpatia. Quindi afferrò entrambi gli smanicati protettivi e ne
mostrò uno a Sid, intento a parlottare con Mendoza a circa otto metri di
distanza.
Il
damerino si tolse la giacca a costine di velluto grigio e si affrettò a
raggiungere il suo collega. Louis gettò via con violenza la mezza sigaretta
fumante. «Che cazzo significa, amico?!» sbottò con sguardo stupito.
Simpatia
gli ficcò la ricetrasmittente fra le mani. «Tu mi servi qui» spiegò,
cominciando ad allacciarsi il giubbotto.
«Fanculo,
bello! Io sono il più anziano della…»
Il
federale l’interruppe, posandogli la destra su una spalla. «Ascoltami, Louis. Una
volta arrivato sulla banchina, non so come andrà a finire. Big Mama è corso in
ospedale dalla moglie e qualcuno deve restare qui a dare le direttive. Sid è in
gamba ma non ha ancora esperienza e noi non possiamo permetterci il lusso di
lasciarcelo sfuggire. Perciò, se qualcosa dovesse andare storto, fa in modo che
quello stronzo non lasci quella striscia di cemento. Deve essere nostro: Vivo o
morto.»
