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sabato 25 giugno 2011

Nella morsa del ragno


Per quanto abile, meticoloso e addestrato a delinquere nel proprio settore di competenza, ogni criminale è destinato a trascinarsi dietro almeno una traccia delle sue azioni inique. Questo assioma inconfutabile trae la sua veridicità dalla stessa natura umana dei soggetti a cui si riferisce ma, ovviamente, non dona alcun tipo di garanzia di successo agli organi preposti alla conduzione delle indagini. A volte la traccia può risultare inadeguata ai fini di prova indiziaria di reato o colpevolezza. Anzi, a ben riflettere, si potrebbe anche dire che ciò accade purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi. Per Louis Gallo, invece, il postulato aveva funzionato alla perfezione e la condanna era giunta alla velocità del vento, pressoché in contemporanea con la convalida dei sospetti a suo carico. In un’ipotetica e grottesca lista di reati correlati all’etica, Louis sarebbe stato considerato uno specialista nell’induzione all’adulterio. Più che di crimine, nel suo caso si sarebbe dovuto parlare di vera e propria patologia, una sorta di devianza mentale da affidare alle cure di uno specialista. Le donne erano da sempre la sua passione, ma per quelle felicemente sposate Gallo avvertiva un’attrazione anomala e pericolosa. Quando ne adocchiava una, l’agente cominciava a tessere i fili come un ragno operoso e alla fine del lavoro, più che dalla preda, la sua rete finiva sempre per apparire penosamente ingolfata dai guai.
In una delle sue cacce aveva buttato alle ortiche dieci anni di onorata carriera all’interno dell’N.S.A. e da quel momento aveva trascorso i successivi quattro nel più anonimo fra gli uffici del Dipartimento di Giustizia, maledicendo ogni giorno quell’unica, grande forma d’affezione che era riuscita infine a rovinargli la vita.
Ma la sorte è beffarda e, proprio come un’amante volubile, si diverte a scherzare con le speranze degli uomini. Così, quando ormai la rassegnazione sembrava aver attecchito irrimediabilmente alle radici del suo animo, Louis aveva intravisto nella chiamata di Frank l’ultima possibilità di redenzione. Il caso degli attentati a Manhattan rappresentava una di quelle operazioni da FPCON DELTA[1]. La stampa e le tv ci avevano impastato sopra fino alla nausea e le tribune politiche avevano spostato nuovamente il tiro sulle norme di prevenzione in materia di sicurezza nazionale. Inutile a dirsi, il Federal Bureau of Investigation si era ritrovato d’improvviso nell’occhio del ciclone e, per cercar di mantenere la situazione sotto controllo, aveva preferito adottare la linea comportamentale del NO COMMENT. Tuttavia, l’intero 26esimo piano del Federal Plaza naufragava nel più feroce nervosismo e chiunque fra gli agenti avrebbe preferito dividere oneri ed onori con i blasonati colleghi della C.I.A. o dell’ N.S.A.
Tutti, escluso Louis. L’idea di riuscire ad agguantare il responsabile di quell’enorme polverone lo eccitava al pari di un invito a cena con Rania di Giordania e nella sua mente ormai non campeggiava altro pensiero che dedicarsi anima e corpo alle indagini.
Il suo disegno era arduo, eppure di una linearità disarmante: se L’F.B.I. fosse stata in grado di beccare il terrorista, i nomi dei protagonisti dell’operazione sarebbero balzati in un istante agli onori della cronaca. Oltre ai bonus in denaro stanziati di prassi dal governo e agli immancabili encomi, Lui, Valery e Net avrebbero avuto l’opportunità di diventare agenti speciali del Bureau per meriti sul campo e forse, addirittura, qualcuno dei capoccia della sua vecchia agenzia avrebbe rispolverato dall’agendina il suo numero di telefono, chiedendogli a gran voce di tornare a Fort Mead, stavolta con incarichi dirigenziali.
Con le palpebre quasi socchiuse, azzannate dal sonno, Louis inserì la chiave nella toppa di casa e armeggiò qualche secondo prima di riuscire ad entrare. Ignorando il disordine in cui aveva lasciato il soggiorno, il collaboratore federale svuotò le tasche del suo soprabito nel piatto d’argento posto sul lungo mobile in legno accanto all’ingresso e per prima cosa si trascinò in cucina.
La tovaglia e la bottiglia di Cabernet erano ancora lì sul tavolo, dove le aveva lasciate due giorni prima, mentre la teglia della parmigiana di melanzane e le posate attendevano pazienti nella vasca del lavello il fatidico incontro con la schiuma profumata del sapone per piatti.
Con lo sguardo sconfitto, Gallo provò a non pensare allo stato di abbandono in cui versava l’appartamento. D’istinto aprì lo sportello del frigorifero e si attaccò assetato al brik del latte scremato, tracannando un paio di lunghe sorsate quasi in apnea. Dopo aver finito di bere, si liberò dallo stretto spolverino grigio e prese a perlustrare i ripiani della credenza in cerca di merendine. Dell’abbondante scorta da colazione, acquistata in offerta al supermarket dall’infaticabile Mrs Chandler, non rimanevano che un pacco di Reese’s Pieces al burro di arachidi e una confezione di muffin allo yogurt. Indeciso, aprì entrambi gli scatoli e ne estrasse un pezzo ciascuno. Era tutta colpa di quella vecchia strega travestita da donna delle pulizie se stava cominciando a metter su pancia… Sua e della sua mania per la raccolta punti degli snack. Borbottando indolente contro la falsa premura dell’anziana, Louis infilò il corridoio che conduceva alla camera da letto. Lì si spogliò dei vestiti e indossò una tuta di paile della Champion mezzo sforacchiata. Quindi accese la tv, si tuffò nel letto e cominciò a rivedere i suoi appunti, azzannando di tanto in tanto la calotta invitante del muffin. La samba era cominciata nel primo pomeriggio di sabato, appena dopo la chiacchierata a quattr’occhi tra Frank e Big Mama. Gallo e gli altri della squadra avevano atteso l’esito di quell’incontro in prossimità dei tornelli della security al piano, ognuno ipotizzando nella propria testa il misterioso motivo alla base di quella discussione privata. Per tutta risposta, Simpatia era sbucato dal fondo del corridoio dopo appena un quarto d’ora e la sua espressione incupita non aveva lasciato spazio a domande o commenti. Laconico, il federale si era limitato a suddividere i compiti secondo le direttive impartite da Ross; quindi aveva girato i tacchi puntando verso il suo ufficio, con l’andatura ingobbita di chi avverte sulle spalle tutto il peso della responsabilità. A Louis erano toccati un nome e un numero di conto corrente. «Smuovi un po’ di conoscenze e cerca di scoprire quante più cose su questo Siriano» si era raccomandato Frank. « Salvo imprevisti, ci rivediamo martedì mattina all’appartamento
Appena superati gli ascensori del Federal Plaza, Louis aveva cercato di sfruttare tutti i suoi agganci per gettare un alone di luce intorno alla figura di Tarek Al Safihd. Da un primo, rapido riscontro, le informazioni raccolte da Arthur Miller si erano rivelate corrette.
Tarek era un giovane universitario di origini siriane, trasferitosi in America ancora bambino. Suo padre si chiamava Marzouk ed aveva lavorato a lungo come diplomatico d’ambasciata nel sud-est dell’Illinois, spostandosi poi con l’intera famiglia in Florida una volta concluso il suo mandato. Quando si era suicidato, il ragazzo aveva da poco compiuto i ventott’anni e stava frequentando come studente fuoricorso l’ultimo anno della facoltà di Storia dell’Arte nell’esclusiva Università del Michigan.
La chiamata del contatto all’I.R.S. era arrivata mentre Gallo parcheggiava la Mercedes nel vialetto di fronte alla sua casa di Clermont Avenue. «Un morto davvero singolare, amico» aveva sussurrato la voce al telefono. «Un dirigente della Goldman Sachs mi doveva un favore e così ha deciso di aiutarmi nella tua ricerca: è saltato fuori che, da un punto di vista economico, il giovane Al Safihd risulta più attivo adesso di quanto non lo fosse in vita. Negli ultimi otto mesi, i prelievi bancomat dal conto bancario del siriano sono stati all’incirca tredici, tutti registrati fra Manhattan, Long Island e la sponda orientale dell’Hudson. Attualmente, il saldo disponibile si aggira intorno ai cinquantamila dollari…Niente male per un giovane universitario, non ti pare?»
Aprendo lo sportello della berlina, Louis aveva avanzato l’ipotesi di una clonazione di carta di credito.
«E’ possibile» aveva affermato il suo contatto, «comunque è strano che i suoi genitori non abbiano estinto quel conto dopo la tragica scomparsa. Secondo me, ti converrebbe parlargli.»
Per un minuto, dopo la conversazione, l’ex agente era rimasto seduto nel sedile dell’auto a ragionare. Da professionista, si limita a prelevare contanti agli sportelli degli istituti di credito anziché pagare i suoi acquisti direttamente nei POS dei negozi aveva pensato. Eppure ha lasciato una sottile scia dei suoi spostamenti… Questo significa che…Ma certo! L’idea gli aveva attraversato fulminea le tempie, simile ad un’improvvisa scarica elettrica ad alto voltaggio.
Salendo a due per volta i gradini che precedevano il portone del condominio, Louis aveva selezionato l’ultima chiamata in entrata e aveva sperato che il suo contatto si fosse affrettato a rispondere. Niente da fare.
Al terzo accennò di segreteria telefonica, Gallo aveva lasciato che il nastro arrivasse al fatidico beep di registrazione e poi aveva lasciato un breve messaggio, carico di determinazione:
«Dì al tuo amico di darsi da fare: Voglio sapere con esattezza a quando risale l’ultimo prelievo di Tarek, dov’è stato effettuato e a che ora.»


[1] Force Protection Condiction: descrizione dello stato di allerta da attivare in risposta alla valutazione della minaccia di tipo terroristico presente.

domenica 19 giugno 2011

La Svolta?


Quando Net era ritornato alle Giralda con i rinforzi informatici dell’agenzia, la prima cosa a cui si era dedicato era stata la rete di trasmissione dati utilizzata dai ricercatori dei diversi laboratori. Per visionare i risultati delle ricerche farmaceutiche, invece, gli agenti avrebbero dovuto ottenere un mandato di perquisizione firmato dal Procuratore Generale in persona : la segretezza delle informazioni, le norme di prevenzione contro lo spionaggio industriale e tutte le cazzate giuridiche annesse rendevano impraticabile l’idea di spacchettare in blocchi le decine di terabytes contenuti nell’area server. Per questo motivo, lo sneaker aveva deciso di focalizzare la sua attenzione sulla modalità di trasferimento files dai vari reparti dei due Livelli ed aveva scoperto che la V.P.N. destinata a tale utilizzo era la stessa ritrovata all’interno del pc della Gouldstein. L’ipotesi per la quale Sara stesse investigando sui risultati degli esperimenti condotti dalla SunLab Inc. era diventata certezza in seguito alla telefonata che Frank aveva ricevuto nella serata di sabato da Valery Maloon. La reporter gli aveva raccontato della sua chiacchierata con Fredrick Angelo, del fortuito ritrovamento tra i cassetti della vecchia scrivania di Griffith e dell’inatteso incontro richiesto da Peh Qui, vice della defunta bioricercatrice. Il coreano era passato a casa dell’articolista in tarda serata e si era intrattenuto lì per circa un’oretta, abbandonandosi ad una confessione che da troppo tempo gli procurava rimorsi e sensi di colpa. Così era saltato fuori che la Gouldstein aveva l’abitudine di prolungare l’orario di lavoro del venerdì fino a sera inoltrata, attardandosi a rivedere gli avanzamenti di ricerca condotti durante l’intera settimana e programmando il lavoro per il lunedì successivo. In una di quelle sere, Peh Qui era dovuto ritornare in laboratorio intorno alle dieci poiché, una volta raggiunta la soglia di casa, si era accorto di aver dimenticato il portafogli e le chiavi dell’appartamento nel suo armadietto personale del Livello 5. Dopo aver superato il presidio di guardia ai cancelli, il coreano era giunto finalmente all’interno del laboratorio e lì aveva notato che la borsa, il badge e il cellulare di Sara erano ancora poggiati sul suo banco da lavoro ma di lei non aveva trovato traccia. Incuriosito, Peh Qui aveva preso a cercare la collega nelle poche aree non ancora chiuse del Livello 5 ma la giovane donna sembrava essere stranamente sparita. Preoccupato dall’ipotesi di un improvviso malore, il biotecnologo aveva quindi deciso di dirigersi velocemente nella zona degli uffici, poco distante dall’area server, in modo da chiedere aiuto alle addette notturne dell’impresa di pulizia. Ma, poco prima d’imboccare il corridoio di collegamento con il reparto informatico, Peh Qui aveva intercettato una strana chiacchierata fra la capo squadra dell’impresa ed una sua inserviente. Da quanto gli era sembrato di capire, la ragazza biasimava la sua superiore per aver permesso indebitamente l’accesso a qualcuno nello stanzone del reparto server. In aggiunta, la tipa ricordava alla capo squadra il caratteraccio rissoso di Mike Mentzer, responsabile informatico del Livello 5, capace di farle ritrovare di colpo in un mare di merda. Per tutta risposta, la superiore le aveva strattonato un braccio, intimandole di tenere la bocca chiusa e di restare tranquilla. «L’unico che potrebbe scoprirlo è Joshua» gli sembrava di aver inteso, «e fidati, dopo la nottata di fuoco che gli ho promesso ieri, non si azzarderebbe a parlare..» Peh Qui conosceva di persona l’uomo citato in quella frase: si trattava di Joshua Kellis, responsabile dell’ istituto di vigilanza armata che gestiva la sicurezza all’interno del Livello. Coperto dall’angolo di fondo del corridoio, il coreano non era riuscito a distinguere bene le battute centrali di quel rapido colloquio fra le due donne. Però, la fortuna aveva voluto che il suo udito riuscisse a captare la chiosa con la quale la capo squadra aveva messo fine alla discussione. «Ti fa comodo un extra ogni settimana, no?» aveva bacchettato con acidità la capo squadra. «E’ allora chiudi il becco e continua a fare l’indiana. Sara è una tipa apposto e non commetterà casini. Vuole solo vedere a che punto sono arrivate le ricerche sul suo vecchio progetto…» A quel punto, Peh Qui era riuscito ad intendere quale fosse la situazione e aveva preferito abbandonare alla svelta le Giralda Farms, senza immischiarsi troppo nella vicenda. Tuttavia, di una cosa il biotecnologo si professava sicuro: Sara aveva continuato ad attardarsi all’interno dei laboratori anche durante i venerdì successivi. Sollevando lo sguardo dal blocco di fogli, Simpatia serrò le palpebre e le strofinò ostinatamente fra pollice ed indice. Pur essendo lunedì, il federale avvertiva un impellente bisogno di riposo. Da quando aveva preso a seguire quel caso, i week-end sembravano spariti di colpo, come esili tracce sulla sabbia, e spesso avvertiva l’impressione di lavorare addirittura di più nelle 48 ore che un tempo erano destinate all’uomo Frank Tomos. Con il passare dei giorni, l’intera faccenda aveva assunto i connotati di uno stupido gioco al collasso, trasformandosi in una snervante e continua caccia al tesoro, fatta di intercettazioni, interrogatori, analisi e sopralluoghi, il cui unico scopo era riuscire ad individuare un barlume di luce alla fine del tunnel. Per le autorità, ciò era rappresentato dall’arresto dell’attentatore. Il federale, invece, sentiva dentro di sé di dover spingersi ancora oltre: non gli sarebbe bastato acciuffare il responsabile di quelle tremende esplosioni…Lui voleva la verità e avrebbe provato a farla sua con tutti i mezzi a disposizione. Il Nokia N 900 cominciò a vibrare proprio nell’istante in cui Simpatia aveva raggiunto la soglia dell’ufficio con l’intenzione di consumare un bel caffè ristretto che lo aiutasse a tenersi su. Meccanicamente, il federale fece scivolare la destra nella tasca del giaccone e si portò il telefonino all’orecchio. Un trillo stridulo e prolungato investì improvvisamente il suo padiglione auricolare e Simpatia imprecò per non aver riconosciuto prima la notifica acustica di ricezione mail. Fermandosi un passo oltre l’ingresso, Frank pigiò un’icona giallo lampeggiante a forma di lettera postale e immediatamente una pagina d’applicazione gmail occupò l’intero display del Nokia. Il mittente del messaggio era Sid.

«Ciao, agente Tomos. Il maltempo mi perseguita e, visto che all’andata ho avuto problemi di ricezione, ti invio questo breve resoconto prima di imboccare la via del ritorno. Ho appena lasciato la piacevole compagnia della Dott.ssa Eleonor Cardin…non mi era mai capitato di incontrare una cinquantenne così interessante (e attraente, ovvio). Comunque, per fartela breve, avevi fatto centro: La Cardin conosceva Griffith da un bel po’ di anni. Si tratta di una storia di premi letterari e collaborazioni su inchieste (ma ti spiegherò tutto con calma, quando sarò tornato nella civiltà). Invece, la notizia importante che avevo premura di passarti è questa: Il dettaglio della telefonata che noi abbiamo rilevato rappresenta l’ultimo contatto che la responsabile del C.D.E.R. ha avuto con Griffith. Era circa un anno e mezzo che i due non avevano più rapporti. D’improvviso, due settimane prima dell’esplosione nel sottopasso della Lexinghton, il giornalista del Post l’ha contattata mentre la donna era impegnata in una cena di lavoro. La Cardin ricorda poco di quella telefonata ( la tipa non regge bene il vino, a quanto sembra) ma pare che il Don Giovanni della carta stampata apparisse alquanto su di giri dal tono della voce. Le ha accennato di dover assolutamente incontrarla, diceva che avrebbe dovuto presentarle una persona che aveva bisogno del suo aiuto per far luce su di una storia assurda, che avrebbe ficcato una carovana di persone in mezzo ai cazzi amari. Chissà a chi volesse riferirsi il giornalista, vero Frank? Ci vediamo domattina, Il grande agente Costantine

Prima di terminare l’applicazione web, Simpatia rilesse ancora una volta il breve resoconto contenuto nella mail. Poi, nello stesso istante in cui lui richiudeva lo slide del telefonino, una delle plafoniere che illuminavano debolmente il corridoio emise un ronzio intermittente e si spense. Fu allora che Frank capì. Le immagini invasero d’improvviso la sua mente come una veloce sequenza di vecchie diapositive sovraesposte e le tempie cominciarono a pulsargli ad un ritmo terrificante. Nel tempo di un respiro rivide il post-it ritrovato nell’agenda di Sara, la sua casa violata dalla presenza dell’attentatore, la prenotazione nel Topaz Hotel di Washington e le parole scritte nel messaggio di Sid. Lo stato di trance durò solo qualche secondo, eppure lo scosse così profondamente da spezzargli il fiato. Ritornato dietro la sua scrivania, il federale si attaccò al telefono e digitò con frenesia il numero privato di Big Mama.
 «Qui Philip Ross» esordì atono il capo del Bureau. 
«L’hanno accoppata perché voleva scatenare uno scandalo» rispose smanioso Simpatia. «Hanno eliminato tutti quelli che sapevano, assoldando un professionista che riuscisse ad inscenare la storia degli attacchi terroristici!»
«Ma di che cazzo parli, Frank?!» sbottò confuso Big Mama.
«Parlo della SunLab Inc. Parlo dell’assassinio programmato di Sara Gouldstein, Warren Griffith e Jeremy Kinnear.» 
«Servono prove, Cristo Santo! E noi non conosciamo neanche l’identità dell’attentatore, ti rendi conto?»
Seguì una breve pausa, carica di tensione.
«Frank? Ci sei ancora?»
«Giuro che lo beccherò e lo torturerò fin quando non avrà sputato fuori la verità» replicò imbufalito il federale. Quindi inspirò a fondo, quasi cercasse di trattenere un’improvvisa bordata di violenza omicida. «Allora aizzerò i giornali, le radio e le tv, farò scoppiare un putiferio, un caso internazionale e vedremo se apriranno o meno una maxi-inchiesta!»
«Va a casa e rilassati, agente» gl’intimò severo il superiore.
«Sai che c’è di nuovo, capo?!»
«Sentiamo» rispose laconico Ross.
«Va a farti fottere…» scandì feroce Simpatia.
La comunicazione fu interrotta e Big Mama restò attonito ad ascoltare il beep beep che riempiva l’altoparlante della cornetta.

domenica 12 giugno 2011



Questa è la copertina del mio terzo libro, attualmente ancora in fase di lavorazione. A Dio piacendo, potrà essere considerato una mistura di generi differenti: un farma-poliziesco ambientato nella Grande Mela, contaminato da tracce di hard-boiled e infarcito di riferimenti tratti da inchieste reali, paraventate (spero nella giusta maniera) dietro un convincente espediente narrativo.
Una nuova, faticosa e logorante sfida che mi allontanerà per un pò dal mio genere preferito (il romanzo storico, s'intende..)
Un saluto,
Frantic.