Parcheggiata la Mercedes nei pressi dell’incrocio con la Bleecker, Louis si avviò a passo svelto dall’altro lato della strada, puntando con lo sguardo le vetrine incorniciate di rosso del Cornelia Street Cafè.
A qualche metro di distanza dall’ingresso del ristorante, Gallo notò una Celica giallo crema che sostava con entrambe le ruote sinistre sul ciglio del marciapiede. Poi si arrabbia quando lo chiamano vaccaro…rifletté, scuotendo la testa.
Come sempre accadeva nell’ora di pranzo, il locale era affollato e immerso in un brusio incessante. Nel corso degli anni, Jimmy il proprietario era riuscito ad attirarsi le simpatie di buona parte degli impiegati che lavoravano a Greenwich Village, investendo sulla qualità dei suoi prodotti, sulla professionalità dei suoi collaboratori e, cosa ancor più importante, sulla ragionevolezza dei prezzi contenuti nel suo menù. Accennando un saluto al cameriere che gli era andato ad aprire, Louis gettò un’ occhiata sull’intera sala. Simpatia era seduto al solito tavolo e lo fissava in cagnesco, il mento poggiato sulle dita incrociate.
«Scusami per il ritardo, Frank» esordì l’ex agente N.S.A., una volta sedutogli di fronte. «Uno stronzo ha investito una vecchietta all’incrocio con la Downing e il traffico…»
«Prima che ti spacchi questa bottiglia di rosso in testa, evitami le stronzate» tagliò corto il federale, guardando oltre le spalle del suo commensale. «La Downing è chiusa da tre settimane per lavori.»
«Cosa?» si finse stranito Gallo, cercando di uscire dal bluff. «Ti assicuro che la Downing…»
«Cristo, Louis! Falla finita e sbrigati a ordinare! Abbiamo altro di cui discutere.»
Senza sfogliare l’elenco dei primi, Gallo richiamò l’attenzione di Felicity, la giovane cameriera ungherese da poco assunta nello staff di Jimmy. «Per me fettuccine al pomodoro e paté della casa. Tu cosa prendi?»
«Bistecca di Newport e patate grigliate» rispose il federale, indicando il codice dell’ordinazione alla biondina.
Ritirati i menù, Felicity li salutò con un sorriso e si diresse verso le porte scorrevoli della cucina.
«Allora?» domandò Louis, versandosi un bicchiere di Cabernet freddo. «A che punto sei con quella situazione?»
«A zero. Negli ultimi due giorni avrò riletto il dossier almeno un centinaio di volte, ma niente. Non ho idea di cosa possano significare quelle scritte.»
Una strana espressione calò sul suo volto, un abulico misto di infiacchimento e rassegnazione.
«Forse stiamo dando troppo peso alla cosa» cercò di rassicurarlo Louis. «In fondo, chi ci assicura che quelle note siano collegate al nostro caso? Dio solo conosce il mio modo barbaro di appuntare i promemoria.»
Frank abbozzò un sorriso stropicciato. «Tu sei un caprone. Per te è istintivo scrivere geroglifici. Anzi, mi stupisco che tu riesca ad avere l’idea di annotare qualcosa. Ma Griffith era un giornalista navigato, una gran bella penna per quanto ne dicono i colleghi. Sono convinto che abbia usato quelle forme ermetiche per un motivo ben preciso.»
«E allora illuminami, grand’uomo.»
«Valery mi ha detto che la penna di memoria era ben nascosta sotto un pacchetto di sigarette vuoto, in uno dei cassettoni della sua scrivania nella redazione news.»
«Vedi che ho ragione io?» l’interruppe insofferente Gallo. «Se il suo contenuto fosse stato così importante per il giornalista, credi che avrebbe commesso l’errore di lasciarla lì in ufficio, alla mercé di tutti gli altri reporter?»
«Forse è stata una scelta voluta.»
«No, scusami, ma davvero non ti seguo, amico.»
Grattandosi le tempie, Simpatia volse lo sguardo verso una coppia di giapponesi che si ingozzavano fra crostini di pane cosparsi di peperoni fritti, gelato di soia e uova sode con bacon.
«Mettiamo il caso che tu ti sia infilato in una situazione spinosa e abbia il sentore di essere pedinato da qualcuno» disse, mezzo nauseato dallo spettacolo.
«Praticamente, la storia della mia vita.»
Il federale afferrò il collo della bottiglia di Cabernet e trafisse l’amico con un occhiata al vetriolo. Era un avvertimento: alla prossima battuta, Gallo si sarebbe trovato con la fronte grondante di sangue. Alzando entrambe le mani per scusarsi, Louis gli fece segno di andare avanti.
«Nell’ipotesi tu abbia qualcosa d’importante da dover nascondere, preferiresti lasciarlo nella solitudine del tuo appartamento oppure in un luogo presidiato ventiquattr’ore su ventiquattro dalla confusione dei tuoi colleghi?»
«In effetti, potrebbe essere una chiave di lettura alquanto interessante» commentò Louis.
Simpatia infilò una mano nella tasca interna del trench che aveva sospeso allo schienale della sedia e ne estrasse un piccolo biglietto da visita.
«Stavo pensando di fare un salto in Michigan» continuò, porgendolo al suo collega d’indagine.
Il tipo rigirò il cartoncino tra le mani con aria pensosa. «Credi che la sua ex moglie possa fornirti qualche spiegazione?»
«Ne dubito. Tuttavia, direi che vale almeno la pena di tentare.»
«Hai fatto una ricerca fra gli zip code della Nazione?» suggerì Gallo, rileggendo la sequenza di numeri 90-685 contenuti nella seconda scritta.
«Ho avuto la tua stessa idea ed è stata la prima cosa a cui mi sono dedicato. Tutto inutile. Nessuna città, paesino o cucuzzolo sperduto di montagna risulta associato a questa sigla. Possiamo escludere l’ipotesi che si riferisca ad un codice postale.»
L’ex agente di Fort Mead prese un sorso di vino, strofinando il pollice sul ruvido rettangolo di carta. «Questa S puntata» borbottò, posando il bicchiere accanto alle posate. «Dici che sta ad indicare la nostra bioricercatrice?»
«Chissà» sillabò laconico il federale, dopo qualche istante di silenzio. «La verità è che sto andando a picco, Louis. Questa maledetta storia…giuro che mi sta fottendo l’anima.»
«Devi provare a rilassarti, Frank» lo riprese Gallo in tono fraterno. «Non farla diventare una questione personale. Non era tua sorella o la tua donna, né tanto meno conoscevi tutti quelli morti nelle esplosioni. Cerca di recuperare la calma e di controllare i nervi.»
Simpatia scosse amaramente la testa e stette per un po’ ad osservare le facce rubizze degli altri avventori del ristorante. Erano visi distesi, alcuni addirittura sorridenti, e sembravano raccontare attraverso le loro espressioni tutto il piacere che provavano nell’affrontare la loro piatta esistenza quotidiana. Vite tranquille di gente normale.
Felicity tornò con le loro comande pronte e prese a sistemare con cura i piatti in tavola. Frank si accorse di quanto fosse carina nella sua aderente tenuta nera. Era la prima volta dopo un bel po’ di tempo che si ritrovava a guardare una donna con occhi interessati. Per un secondo ebbe l’impressione di rivivere le stesse sensazioni di quando aveva conosciuto Valery. Svolto il suo compito, la giovane ungherese pronunciò un dolce buon appetito e poi si allontanò di nuovo in direzione della cucina.
Louis addentò vorace la prima forchettata di fettuccine al pomodoro e alcune gocce di sugo gli unsero gli angoli della bocca.
«Dimmi un po’» disse, pulendosi il mento e le labbra con un tovagliolo di stoffa, «non starai mica danzando un’altra volta con Mr. Brownstone?»
Frank capì cosa voleva intendere. Gallo era un fan accanito dei Guns N’ Roses e la sua espressione si riferiva ad una delle loro canzoni degli esordi, vero e proprio inno apologetico all’uso di sostanze stupefacenti. Nel suo caso, però, la domanda indicava i Jack & Lexo con i quali lo aveva beccato a bazzicare il sabato precedente.
«Ascoltami bene, amico» esordì risoluto Simpatia. «E’ vero: ne ho le palle piene di tutta questa faccenda e sono frustrato e stressato dal fatto che stiamo girando in tondo da un mese come dei poveri idioti.
A ciò aggiungici alcuni problemini fisici dovuti al riproporsi di una vecchia malattia che pensavo di aver definitivamente posto sotto controllo. Si, lo ammetto. Quella sera stavo male, sono andato fuori di testa di brutto e ho fatto una grossa cazzata ma, credimi, non lo rifarei mai più. Ed ora, se provi a domandarmelo solo un’altra volta, giuro che prima ti prendo a calci in culo e poi ti sbatto fuori dalla task force.»
Stava per riprendere fiato, quando dal centro del tavolo cominciò a diffondersi l’intro rabbioso di Higway to Hell. Quello che stava lampeggiando sul display era il suo numero d’interno al Federal Plaza. Frank accettò la telefonata e si portò il cellulare all’orecchio, rispondendo con un Si, Tomos poco convinto.
Dall’altro capo del telefono, Sid Costantine attaccò a sparare parole a raffica come una mitragliatrice impazzita.
«Se non rallenti non capisco un cazzo, brutto imbecille!» lo riprese a denti stretti il federale, la mano davanti alla bocca per attutire il turpiloquio.
Dopo un lungo respiro, Sid provò a spiegare a velocità umana il motivo della sua chiamata improvvisa.
Frank restò ad ascoltare in silenzio ciò che gli diceva il collega e più passavano i secondi, più il suo volto si induriva in una maschera carica di tensione. Allontanando da sè il piatto mezzo vuoto, Louis tentò di carpire l’argomento della discussione.
«Quanto tempo fa ci hanno inviato le schede?» domandò Simpatia con voce quasi metallica. Come in preda ad una botta di coca, le sue pupille erano dilatate e la mascella tremava impercettibilmente sotto la spinta dei muscoli facciali.
«Ok, ottimo lavoro» replicò ancora Frank. Mentre si alzava di scatto dal suo posto, afferrò con una mano il soprabito che penzolava oltre lo schienale della sedia. «Ora inoltrate la stessa richiesta a Scotland Yard e fatevi mandare le ultime segnalazioni dell’Interpol.»
Senza capire molto ma imitando i gesti dell’amico, Louis Gallo abbandonò a sua volta il tavolo e restò in piedi a cercare di afferrare le ultime parole dell’agente Costantine che si diffondevano veloci dall’altoparlante del Nokia.
«No, no. Digli che sono a pochi isolati dal Plaza» concluse concitato il federale, «due minuti e sarò in ufficio!»
Dopo aver staccato la telefonata, Frank si frugò nelle tasche dei pantaloni e lasciò su tavolo un pezzo da cinquanta insieme ad alcuni tagli da cinque. Quindi ingollò di corsa le poche dita di Cabernet che restavano nel suo bicchiere e si precipitò verso l’uscita, strattonando Louis per un braccio.
«Si può sapere che diavolo è successo di così importante?» imprecò Gallo, mentre cercava di infilarsi il soprabito.
«Dio esiste, amico mio» replicò a mezza voce Tomos, «e di sicuro si è messo ad ascoltare la nostra conversazione.»
«Sarebbe a dire?»
Frank si arrestò ad un passo dalla porta del ristorante e sistemò il lato della giacca che copriva la fondina con la calibro 9. «Lo abbiamo identificato, Louis» spiegò in un ruggito sommesso,« e ora quel figlio di puttana ha un nome!»